Com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Matteo Montorfano 

Tra underground, fotografia e lavoro collettivo, Matteo Montorfano racconta una Milano artistica fatta di reti informali, editoria indipendente e pratiche condivise nate ai margini delle istituzioni

Negli ultimi mesi, il dibattito sull’assenza di artisti italiani alla Biennale di Venezia 2026 ha riportato a galla una questione che riguarda non soltanto le istituzioni, ma anche i contesti in cui l’arte prende forma quotidianamente. Se la scena internazionale sembra progressivamente allontanarsi dall’Italia, vale davvero la pena, allora, interrogarsi su ciò che accade nei luoghi dove gli artisti vivono, lavorano e cercano di dare continuità alla propria ricerca.

Milano nel panorama artistico italiano e internazionale

Milano, come abbiamo osservato, rappresenta un caso emblematico: una città capace di concentrare risorse, visibilità e opportunità, ma attraversata anche da squilibri e fragilità che riflettono problemi più ampi del sistema italiano. Come hanno sottolineato sempre qui su Artribune Angela Vettese, Fabrizio Ajello e Alberto Villa, la marginalità italiana non nasce certo a Venezia, ma si costruisce molto prima: nell’inerzia di un sistema galleristico spesso più incline a legittimare nomi stranieri già affermati che a investire sui propri artisti; nella distanza tra formazione e istituzioni; e in un contesto culturale che continua a faticare nel riconoscere il valore della propria scena contemporanea. Intanto, mentre il sistema globale ridisegna le proprie geografie culturali attraverso reti economiche e istituzionali sempre più solide, molti giovani artisti italiani si confrontano con un contesto che chiede molto e restituisce in modo intermittente. Proprio per questo, continuiamo a domandarci: com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Matteo Montorfano (Monza, 1999).

Impressioni di Giacomo, Ciondolare continuo, 2025. Photo Matteo Montorfano
Impressioni di Giacomo, Ciondolare continuo, 2025. Photo Matteo Montorfano

Intervista a Matteo Montorfano

Sono tanti i ragazzi che arrivano a Milano da altre regioni per iniziare il proprio percorso artistico. Tu invece, cresciuto nell’hinterland milanese, hai scelto di cominciare da Urbino. Come mai questa decisione?
Ho scelto di trasferirmi a Urbino per frequentare l’ISIA. Sentivo il bisogno di staccarmi da Milano, forse anche per riuscire a capirla meglio e poi tornarci con uno sguardo diverso. Alla fine, soprattutto per l’industria fotografica e artistica, resta un punto centrale. Per me però è stato importante capire che si può respirare anche fuori da questa città, ed è una cosa che oggi considero un mio punto di forza. Non pretendo di trovare tutto qui.Inoltre, lavorando con la fotografia documentaria, finisco davvero per spostarmi continuamente. Mi sento un po’ come un ragno: la mia ragnatela è a Milano, ma poi mi muovo costantemente intorno a essa.

Sul territorio milanese rintracci luoghi informali in cui una ricerca può crescere fuori dalle logiche espositive più immediate?
Sì. Milano, da questo punto di vista, offre molto anche a livello underground e indipendente, però personalmente trovo ancora più interessante muoversi in maniera totalmente autonoma, anche fuori da circuiti laterali già strutturati. Credo molto nella spinta personale: agire in prima persona per mostrare il proprio lavoro. Per esempio, con alcuni amici stiamo organizzando una mostra in uno spazio che ci è stato prestato, costruendo tutto collettivamente: dalla stampa delle fotografie all’allestimento. Mi interessa molto questa dimensione libera, pensata insieme, senza dinamiche troppo rigide. Qui poi esistono tanti luoghi e realtà che favoriscono questo tipo di ricerca: librerie, circoli come Potlatch, fiere di editoria indipendente come Sprint o The Art Chapter, ma anche piccoli spazi che semplicemente, se gli scrivi, ti danno una possibilità, come ONOFF o Spazio Mina in via Padova.

Untitled, So Real, Milano, 2024. Photo Matteo Montorfano
Untitled, So Real, Milano, 2024. Photo Matteo Montorfano

Nel 2024, proprio a Potlatch, hai preso parte al lancio di una serie di fanzine legate al collettivo Cesura. In un momento in cui l’editoria indipendente sembra tornare ad avere un ruolo centrale nella fotografia contemporanea, cosa rappresenta per te la zine come forma di espressione del lavoro?
Per me la zine è un formato estremamente interessante perché, pur nascendo spesso con budget molto ridotti, cerca sempre di arrivare a un prodotto di grande qualità. E soprattutto credo sia importante ricordare che non è un formato minore o una versione “non ancora matura” di un progetto. Al contrario, è una scelta precisa: un modo libero e immediato di lanciare il proprio lavoro nel mondo, quasi come un sasso nell’acqua, per vedere che onde genera e cosa possono incontrare.
A Potlatch, con Cesura, abbiamo presentato il primo capitolo di una serie di zine realizzate non direttamente dai fotografi del collettivo, ma da tutte quelle giovani figure (di cui faccio parte anch’io) che gli gravitano attorno: assistenti, collaboratori, ragazzi che cercano di diventare fotografi. Il progetto si chiama And Other Chapters e la fanzine che abbiamo lanciato, Baby Go (2024), era pensata quasi come un trailer delle pubblicazioni che usciranno in seguito. Probabilmente a breve ne uscirà anche una mia.

Negli ultimi anni una parte del sistema artistico milanese sembra aver progressivamente istituzionalizzato attitudini ed estetiche nate in ambiti underground o controculturali: dalla retrospettiva di Nan Goldin a Pirelli HangarBicocca, fino alla presenza di Dash Snow da Massimo De Carlo o ai progetti dedicati a Ryan McGinley e Wolfgang Tillmans in Fondazione Prada. Secondo te questa fascinazione rappresenta una reale apertura verso le nuove generazioni artistiche e le pratiche emergenti?
Seguo molto il lavoro degli artisti che hai citato e credo sia importante ricordare che si tratta di figure ormai affermate da tempo all’interno del sistema internazionale… Ovviamente trovo molto interessante vedere queste estetiche entrare in contesti istituzionali anche qui a Milano. Allo stesso tempo, però, non so quanto questa fascinazione possa essere definita una reale apertura verso le nuove generazioni. In alcuni casi ho la sensazione che esista una sorta di feticizzazione, sia da parte delle istituzioni sia da parte di molti giovani artisti, di certe modalità di raccontare, più che un vero investimento o interesse per le pratiche emergenti nel presente.

Nel 2025 hai partecipato a “Futuri Prossimi”, il progetto di Jest Fotografia dedicato ai giovani artisti. Che lavoro hai portato in mostra?
Premetto che quella è stata un’esperienza che a livello personale mi ha arricchito tantissimo, soprattutto perché per sei mesi noi artisti selezionati siamo stati seguiti da professionisti come Francesca Cirilli, Tommaso Parrillo e Tommaso Clavarino. Io in mostra ho presentato un progetto ongoing, iniziato nel 2023, che continua a cambiare nome. Prima si chiamava È bello fare tardi, mentre ora si è trasformato in So Real. I miei progetti, nascendo dalla fotografia documentaria, spesso si sviluppano nel corso di anni. So Real (2023-in corso) racconta delle serate di clubbing inclusivo organizzate dall’associazione Unisono per ragazzi con sindrome di Down e altre disabilità intellettive. Queste serate diventano quasi un paradigma del desiderio di non rimanere soli. Lo penso come un’ode a tutto ciò che diamo per scontato e che invece, per alcuni, non lo è affatto, e forse non dovrebbe esserlo mai per nessuno. L’amoreggiare in discoteca, stare sotto cassa a torso nudo assorbendo vibrazioni ed energie: tutto questo diventa un grido contro l’abbandono. È un tema molto forte per me, perché mi porta a confrontarmi con la solitudine da un punto di vista comunitario, attraverso un gesto collettivo.

Il tema del collettivo e della condivisione ritorna spesso nel tuo discorso, anche attraverso la tua vicinanza a Cesura. Quanto conta oggi, per un giovane artista, avere una rete di confronto e crescere all’interno di una dimensione condivisa?
Secondo me oggi è fondamentale. Probabilmente non lo avrei pensato prima di entrare in una realtà di questo genere, ma ora lo considero quasi un bisogno naturale. Al di fuori di quello che si può definire un vero e proprio“collettivo”, vedo molti artisti della mia generazione trovare la propria dimensione lavorando in spazi condivisi. Avere la possibilità di dialogare, mettersi in discussione e persino di sbagliare in un ambiente interessato a supportarti, fa la differenza. Poi, molto spesso, è proprio da queste convivenze creative che si sviluppano collaborazioni, gruppi, identità comuni…il confronto, a quel punto, smette di essere solo uno scambio di idee e diventa una vera e propria dinamica d’azione.

Pensi che questa necessità di creare reti possa nascere anche come risposta ad alcune mancanze del sistema artistico italiano?
Sì. Il sistema dell’arte, in generale, rimane ancora molto individualista e tende a privilegiare percorsi e pratiche personali; perciò, per me è scontato, che molti artisti sentano il bisogno di costruire spazi di confronto e di sostegno reciproco.

Mi racconti uno dei progetti a cui stai lavorando in questo momento?
Oltre a So Real, sto lavorando ad altri due progetti, sempre legati alla fotografia. In fondo parlano tutti dello stesso tema, perché mi è molto caro: il rapporto con la solitudine, la necessità di non rimanere indietro, di non sentirsi abbandonati da chi ti sta attorno. Uno di questi, che per ora non ha ancora un nome definitivo e che sto chiamando Deliri/Impulsi oppure Ciondolare continuo (2025-in corso), è un lavoro quasi diaristico. Nasce da snapshot, quindi immagini veloci e istintive, scattate con una punta e scatta, che poi mescolo a pagine di sketchbook dipinte, sulle quali riporto frasi, canzoni, citazioni e passaggi dei libri che sto leggendo. Mi interessa creare una sorta di stream of consciousness, in cui fotografia, scrittura e pittura si fondono, mentre provo a riflettere sulle relazioni che mi circondano. È un progetto viscerale e, proprio per questo, abbastanza tagliente e potenzialmente pericoloso. Ho la sensazione che possa non dire nulla ad alcuni, mentre per altri possa diventare qualcosa in cui riconoscersi profondamente.

C’è un episodio, un incontro o una situazione vissuta a Milano che senti abbia lasciato un segno, in positivo o in negativo, nel tuo percorso da artista?
Nel 2024 ho avuto la possibilità di incontrare il fotografo vivente che stimo di più, Alec Soth, durante un firma copie da MiCamera. È un caso semplice, ma che per me è stato significativo. C’era una quantità impressionante di persone e lui, invece di limitarsi alle firme, si era messo nella zona esterna e aveva distribuito a tutti un post-it su cui aveva chiesto di riportare un consiglio che gli avremmo voluto dare. Io gli scrissi: “Avere sempre nella tasca dietro dei pantaloni un quadernino e una penna per appuntarsi le cose”. Lui mi rispose “Effettivamente dovrei ricominciare a farlo perché questo cellulare mi sta distruggendo”.

Margherita Filippi

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