A Venezia apre la Venice Climate Week: sostenibilità ‘in chiave minore’ connessa coi temi della Biennale

Durante la 61a Biennale d’Arte arrivano a Venezia delegati, scienziati e negoziatori per la settimana del clima per una sei giorni di incontri, installazioni, spettacoli e una mostra fotografica

Venezia capitale dell’arte; Venezia capitale del clima. Due linguaggi, due ritmi, un’unica tonalità: In Minor Keys. Nella laguna, dove coesistono le due anime per natura e per storia, questa settimana artisti e scienziati parlano tra loro. Quell’intimo dialogo che intitola la sessantunesima Biennale d’Arte ispira ora delegati, scienziati e negoziatori della Venice Climate Week. Da mercoledì 3 giugno a lunedì 8 giugno oltre cento relatori internazionali tornano a Venezia, per la seconda edizione della Venice Climate Week 2026, a tema Planet Aqua, Planet Peace. Ad aprire il programma il 3 giugno, il flash mob Matrimonio con la laguna organizzato dalla Fondazione Pistoletto Cittadellarte.

Venezia tra la Biennale Arte e la Venice Climate Week 2026

Per chi ha attraversato entrambi i mondi in questi giorni è evidente: la Biennale, senza dichiararlo, parla esattamente di ciò di cui la Climate Week è fatta. Solo che lo fa in modo obliquo, viscerale, a volte persino più onesto. È il segno che gli artisti hanno smesso di inseguire l’agenda: hanno cominciato ad abitarne il trauma. C’è voluto tempo per digerire, interpretare e capire questa edizione. Da osservatore che si occupa di cambiamento climatico e sostenibilità, l’impatto è stato spiazzante, un grido in “chiave maggiore” che costringe ad ascoltare una verità sussurrata in “chiave minore”. La militanza ecologica esplicita di altre edizioni, i manifesti sul riscaldamento globale non sono in questo mondo nuovo. Ricordiamo la Biennale con le lenti dell’apertura, visitiamola di nuovo con i relatori e delegati della Climate Week: escono dai lavori, si aggirano tra padiglioni e fanno ritorno ai tavoli.

La Biennale di Venezia e la Climate Week

La colonna sonora della 61a Biennale èla sofferenza della Natura. La crisi climatica e la biodiversità in pericolo fanno capolino tra le opere, vibrano sotto la superficie, perché gli artisti suonano le corde musicali del tempo in cui viviamo, intercettano l’umore di un’epoca che sta colpevolmente dimenticando la tragedia della nostra Terra. Raccontiamo oggi la Biennale, perché le emozioni sono le stesse che animano i lavori della Climate Week: qell’arte che circonda i lavori, e ispira le soluzioni che istituzioni, accademia, imprese e società civile negoziano. Il rapporto con la Terra non è più idilliaco, ma viscerale, tragico e materico. All’Arsenale, un ulivo che ruota su sé stesso diventa l’emblema di una natura sradicata, in costante movimento ma privata di un centro. Nel padiglione russo, la contraddizione esplode in una pianta le cui radici partono paradossalmente dal cielo, metafora di un capovolgimento identitario e biologico.

La narrazione ecologica e geopolitica della Biennale

La narrazione ecologica si sposta così sulla cruda realtà della materia e della geopolitica delle risorse. Le terre rare entrano in scena: indispensabili per la nostra tecnologia, ma la cui estrazione richiede inevitabilmente distruzione. È il paradosso della transizione che l’arte mette a nudo. Una riflessione che si può quasi toccare nei materiali della terra uruguaiana, nel riuso drammatico ed estetico della spazzatura e nelle terre da costruzione del padiglione degli Emirati Arabi Uniti.

La vicina, ma ora sempre più lontana Arabia Saudita interpreta la sostenibilità attraverso un’architettura a impatto zero: terra e sole sono i protagonisti, con mattoni privi di leganti chimici che si crepano volutamente per rammentarci che la cura del pianeta è un processo fragile. Un altro accordo in chiave minore risuona nel Padiglione Italia, dove sculture antropomorfe in ceramica si trasformano in vasi per piante, svelando una sostenibilità intima in cui la biologia vegetale è visceralmente connaturata all’essere umano. Dovremmo accoglierla la natura, non violarla. E la discussa serie di installazioni umane in Austria, con donne che danzano in tono minore, quello dei loro lenti movimenti, tra innalzamento dei mari e alluvioni da surriscaldamento globale; il turismo di Venezia e i suoi rifiuti, simbolo dei rifiuti dei miliardi di abitanti sul pianeta, nelle urine dei visitatori depurate e immesse nelle vasche. Vivremo bevendo i nostri escrementi, in un adattamento al cambiamento climatico, ormai irreversibile? La Terra non è un concetto astratto da salvare, ma un corpo fisico da ricostruire.

Tecnologia e crisi ecologica nell’ottica degli artisti in Biennale

Ci salverà la tecnologia, dicono; in questa Biennale, però, la tecnologia è latitante! Quando l’Intelligenza Artificiale fa la sua comparsa, non ha l’estetica asettica dei laboratori tech, ma assume contorni spirituali. Questa assenza di fiducia nel futuro puramente tecnologico si sposa con una profonda crisi antropologica, incarnata dal padiglione del Giappone. Qui, il problema della scarsa natalità diventa il fulcro di una riflessione sulla sopravvivenza stessa della specie, quando i visitatori accudiscono bambole per reimparare la genitorialità, il contatto e l’istinto primordiale alla cura.

Se la sostenibilità ha perso la forza monumentale e la retorica del passato, è perché gli artisti hanno capito che la crisi ecologica non è scindibile dalle ferite della storia attuale. Le provocazioni, la violenza geopolitica e il suo radicale ripudio sussurrano chiaramente dai padiglioni dei Giardini e dell’Arsenale, ma risuonano con forza attraverso le installazioni diffuse in città. La visione che emerge è quella di un “Antropocene del sentimento”. Una cura della natura che non passa più per i grandi organismi internazionali o la fede cieca nel progresso, ma per una riconnessione dolente con la fragilità delle cose. Una tonalità maggiore trasforma, come contraltare al minor keys della Biennale, ogni sestiere della città in un vibrante “fuori biennale”, dove la sofferenza del Pianeta, invece, grida. Proprio quella sofferenza che in questi stessi giorni la Venice Climate Week prova a tradurre in numeri e impegni.

Massimiliano Giuseppe Falcone

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