Alla Triennale di Milano c’è una mostra a puntate che indaga la casa tra intimità e crisi immobiliare
Con 4 ambienti domestici che si susseguiranno nel tempo, Davide Stucchi mette in scena la tensione dell’abitare contemporaneo milanese tra precarietà, appartenenza e imprevedibilità. Si comincia con il bagno
Se nel 1984, in Ragazzo di campagna, un Renato Pozzetto appena giunto a Milano si vedeva obbligato a vivere in un ridicolo monolocale dove tutto – letto, tavolo, armadio, lavandino – era a scomparsa, oggi Davide Stucchi (Vimercate, 1988) è costretto a fare un passo oltre, o indietro, abitando un solo ambiente alla volta, isolandolo e potendo soltanto sognare una casa completa. Con la mostra Temporary Rooms nell’Impluvium della Triennale, il bagno diventa un monolocale (ed è l’ambiente che inaugura il progetto); la cucina diventa un monolocale; la camera da letto diventa un monolocale; il salotto diventa un monolocale (i loro allestimenti si alterneranno, uno alla volta, fino a ottobre). Così, quello che potrebbe essere un trilocale perfetto, diventa piuttosto la drammatica scorporazione di una casa dove gli oggetti che la arredano – le opere – parlano di intimità e affetti in un panorama dominato dall’incertezza, se non proprio dalla paura.

Foto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano
L’allestimento della mostra di Davide Stucchi alla Triennale
Come in uno strano gioco di scatole cinesi, Stucchi crea un ambiente domestico – che sta, cioè, al chiuso – ricorrendo a materiali da cantiere, ossia da esterno, mancando, però, di costruire una parete, dotando la stanza di sole tre transenne-muri. Dall’esterno del bagno (che manterrà lo stesso ingombro e la stessa struttura quando sarà cucina, stanza o salotto) si può vedere l’interno. Nel mentre, stando fuori, si cammina in una città-cimitero di imperscrutabili scatoloni neri imballati di cellofan nero: le future opere sono lì dentro, e tra quelle scatole-skyline finiranno gli elementi che ora definiscono il bagno. A questo continuo gioco tra dentro e fuori partecipano anche l’Impluvium stesso – con il suo soffitto sfondato, ma ricoperto – e la Casa Lana di Sottsass, allestita da anni in Triennale e perfettamente in asse con la mostra di Stucchi, costruendo con questa un dialogo a (breve) distanza sull’abitare di ieri e di oggi.
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“Temporary Rooms” tra ironia e dolcezza
Nel bagno ideato dall’artista non mancano i pezzi fondamentali: il lavandino, che però si regge su una fragile pila di scatole bianche; la doccia, che si innesta, in realtà, sulla pulsantiera di un ascensore; il wc e il bidet, staccati dal muro, montati su ruote e intenti a darsi un bacio, nell’atmosfera creata dalla luce a LED ribassata grazie a una veneziana; lo specchio che è una finestra, nel tentativo di risolvere l’eterno dramma del bagno finestrato a Milano; con dei cortocircuiti, la maniglia si fa mano e indossa gioielli fatti di toppe per le chiavi, mentre l’asciugamano è un assemblaggio di guanti bianchi che, con le loro dita, potrebbero davvero morbidamente carezzare il corpo di chi lo usa. Amante della leggera e dolce ironia di Corrado Levi, che è tra i suoi punti di riferimento artistici, Stucchi crea un bagno accogliente, dove nulla è al proprio posto né svolge la propria funzione, ma proprio questo sbaraglio totale crea l’idea di un rifugio rispetto all’esterno – sia l’esterno in mostra, con i pacchi neri, o l’esterno vero e proprio, con un mercato immobiliare da pazzi.
Presenze ambigue nella mostra di Davide Stucchi
Tra l’accogliente bagno e l’inquietante panorama che lo circonda fanno da cerniera i Surreal estate agents, due cravatte serpentiformi che ammiccano all’inganno biblico che portò alla cacciata di Adamo ed Eva dalla “casa primigenia”. Il serpente è, però, portato in una dimensione quasi ridicola, da armadio disordinato, con tutti i capi – cravatte incluse – lanciati per aria nella fretta del doversi vestire la mattina per non fare tardi a lavoro con cui guadagnare i soldi per pagare il mutuo, o l’affitto. I Surreal estate agents sono gli unici lavori a nascere sulle pareti, ma a estendersi oltre il bagno, a contatto con l’angosciante distesa di pacchi neri. Sono, cioè, l’unico lavoro che, allungandosi verso l’esterno, riporta alla mente cosa esiste fuori dal rifugio: altri monolocali invivibili, altri prezzi folli, altri agenti immobiliari ambigui, altri traslochi infiniti, altre insicurezze incurabili.
Il tris di mostre milanesi sul tema della casa
Una nota (più o meno) a margine della mostra di Stucchi travalica i confini della Triennale e riguarda la tripletta di mostre casa-centriche nelle grandi istituzioni di Milano. Se in Triennale il tema dell’abitare è da sempre fisiologicamente d’interesse – tra design e architettura –, spostando lo sguardo verso nord, al Pirelli HangarBicocca sono in corso le mostre di Benni Bosetto e Rirkrit Tiravanija, entrambe costruite attorno all’idea della casa, benché con approcci, estetiche e interessi diversissimi tra loro. Come il film di Pozzetto nel 1984, che “si limitava” a evidenziare una situazione ridicola, non sono certo tre mostre – ma nemmeno dieci o cento – a risolvere il problema dell’abitare, nello specifico a Milano. Tuttavia, due grandi istituzioni meneghine – non spazi indipendenti né sinistri collettivi armati di forche e infografiche – che dedicano tre progetti lunghi mesi a un tema sentitissimo del nostro tempo, qualche spia in più ai piani alti potrebbero, per sbaglio, accenderla. Con la cultura non si mangia, insomma, ma speriamo almeno che ci si inizi ad abitare.
Vittoria Caprotti
Milano // fino al 4 ottobre 2026
Davide Stucchi. Temporary Rooms
TRIENNALE – Viale Alemagna, 6
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