Raccontare i paesi, però senza retorica. Intervista all’antropologa Anna Rizzo
Un’intervista che prova a sottrarre il racconto dei paesi italiani alla retorica dei “borghi da cartolina”, per riportarlo dentro le contraddizioni del presente. Con Anna Rizzo parliamo di aree interne, spopolamento, potere, ruolo delle donne e trasformazione dei territori marginali in prodotti turistici
C’è un libro diventato centrale per molti lettori che si interrogano sul futuro delle aree interne e sui modi in cui vengono raccontate. Un libro capace di allontanarsi dalla narrazione più convenzionale – spesso intrisa di nostalgia, folklore e cliché – per concentrarsi invece su ciò che resta ai margini del discorso pubblico: l’“indicibile”, tutto ciò che raramente viene affrontato quando si parla di paesi e borghi italiani. L’esclusione degli intellettuali dal dibattito pubblico, il ruolo imposto alle donne nei piccoli centri, le dinamiche “familiste” che spesso regolano l’amministrazione del territorio, la trasformazione dei paesi in scenografie da consumo turistico: sono questi alcuni dei temi che il libro porta alla luce, restituendo un’immagine delle aree interne molto più complessa, conflittuale e concreta rispetto a quella rassicurante e patinata che domina il racconto mainstream. Il volume in questione è I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia, pubblicato dal Saggiatore nel 2022 e ancora oggi punto di riferimento imprescindibile per studiosi, amministratori e curiosi del tema. Un saggio che, a distanza di qualche anno, continua a interrogare il presente ed è pronto ad aprirsi a un nuovo capitolo. Ne abbiamo parlato con la sua autrice, Anna Rizzo, studiosa e attenta osservatrice delle trasformazioni, dei conflitti e delle fragilità che attraversano i luoghi “abbandonati” del nostro Paese.

Intervista all’antropologa Anna Rizzo
“Sono sempre sui libri, conduco una vita da orsolina”, mi hai detto un giorno. Che peso hanno lo studio e la pratica nel tuo lavoro, e quanto è importante uscire dalla prospettiva del “saggista” per fare invece ricerca sul campo?
Ho uno stile di vita molto sano. Trascorro molte ore in biblioteca per scrivere e studiare. Amo la mia solitudine che sento che mi nutre. Quando faccio campo e mi trasferisco in missione in Abruzzo ho dei tempi ben organizzati. Mi sveglio presto, scrivo, studio, apro il museo, tengo in ordine gli spazi che il Comune di Scanno mi concede per portare avanti la ricerca. Sia come segno di rispetto verso la comunità sia perché è un bene pubblico. La mia casa, il laboratorio e la cucina sono sempre aperti a tutti e sono il luogo dove ricevo.
Perché oggi il tema delle aree interne suscita così tanta attenzione?
Molti paesi sono spopolati da sempre, non hanno servizi da decenni e anche in passato le comunità erano in sofferenza. Questo non vuol dire che i locali non affrontassero gli stessi problemi di oggi, ma non rientravano nei programmi politici e si spingeva verso una migrazione interna. Negli ultimi anni, questo argomento è solo divenuto interessante perché oggetto di speculazione economica. Tuttora parliamo di paesi senza sapere quali siano le effettive condizioni di vita di chi ci abita. Il grave ritardo accademico su questo argomento non gli ha però impedito di presentarsi come esperti per intercettare i finanziamenti stanziati per queste aree, pur non avendo degli studi avviati.
La narrazione con cui certi argomenti vengono affrontati tende quasi sempre a semplificare e a banalizzare questi temi. Chi parla di riattivazione comunitaria, “ripopolamento” e “riscoperta dei borghi” lo fa spesso da una prospettiva nostalgica e piena di cliché. “I paesi hanno un ruolo sociale ben definito: sono l’intrattenimento televisivo della domenica (…), sono i posti dove fare l’esperienza della vigna e della mietitura, sono diventati pacchetti turistici da vendere”, scrivi. C’è un modo per sovvertire questa narrazione stucchevole e renderla più concreta e veritiera?
Bisogna raccontare tutto, soprattutto il presente. Far emergere l’indicibile. Come professionisti il nostro compito è assumerci la responsabilità e farci carico di storie dolorose che potrebbero non emergere mai che sono paradigmatiche su cosa vuol dire vivere in un territorio. Il tema della nostalgia lo lasciamo agli anziani.
Il ruolo delle donne e degli intellettuali nei piccoli paesi secondo Anna Rizzo
Il PNRR–Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in tutto questo, ha migliorato o peggiorato le cose secondo te?
Lo sapremo tra poco, appena si chiuderà ufficialmente a fine 2026. Nel frattempo sarebbe interessante sapere se esistono delle inchieste giornalistiche che stanno indagando su cosa è successo in questi anni grazie all’erogazione di ingenti finanziamenti che queste aree non vedranno mai più. Quello che posso dire è che il Piano Nazionale Borghi è un bando che ha distrutto gli equilibri tra le amministrazioni, a causa della scrittura altamente competitiva. Che ha prodotto uno scontro tra sindaci, per rientrare nelle linee di finanziamento, legittimando il tutti contro tutti che ha distrutto relazioni che dovranno essere recuperate.
Nel tuo libro I paesi invisibili punti l’attenzione su una serie di aspetti che altri saggi sullo stesso tema non affrontano. Tra gli altri quello del ruolo della donna nei piccoli paesi. “I borghi sono luoghi dove la violenza domestica, verbale, e l’annullamento della femminilità sono instillati fin dalla nascita”. Mi dici qualcosa in più?
Nelle aree interne l’idea di donna per le generazioni nate tra gli Anni Cinquanta e Sessanta è assimilabile a quella di un elettrodomestico, utile per assicurarsi l’igiene della casa, dei vestiti e dei pasti pronti. Il controllo sociale è pervasivo e qualsiasi scelta non conforme mette in atto una ordalia. Le donne, a prescindere dalle proprie scelte, incarnano un ruolo materno e hanno il compito di dispensare amore e cibo, pubblicamente ammirate ma prive di potere effettivo. Le politiche regionali sacrificano ospedali, scuole e punti nascita, mentre la maternità viene affrontata in chiave ideologica e intende tutte le donne come potenziali gestanti.
E il ruolo degli intellettuali invece? Da figure capaci di offrire visioni alternative, diventano spesso “eremiti ornamentali”: presenze incompatibili (quando non apertamente ostacolate) all’interno di contesti che sembrano aver rinunciato a qualsiasi possibilità di cambiamento.
Gli intellettuali, che chiamo gli “eremiti ornamentali”, sono persone che pagano il costo più alto, perché vengono isolate in un luogo isolato. Mettono in discussione gli altri, per le loro scelte di vita e per ciò che dicono. Si omaggiano solo post mortem per il contributo culturale che hanno apportato, per gli archivi documentali che hanno costituito e per il valore testimoniale di un’epoca.

Il seguito de “I paesi invisibili” di Anna Rizzo
Che poi paradossalmente questo meccanismo di oscuramento, di non coinvolgimento nelle questioni pubbliche, riguarda tutta la comunità. Chi abita queste realtà “minori” non viene quasi mai interpellato sulle scelte che ne determineranno il futuro…
L’agire politico nei paesi è conflittuale, il tema del potere è centrale e statisticamente è in mano agli uomini. Chi si candida come amministratore spesso non ha le competenze per lavorare in questi territori e non è interessato a farlo. La carriera politica assicura piccoli poteri familiari, che garantiscono piccoli favori e alleanze anche con personaggi di bassa caratura. La comunità è usata durante le campagne elettorali per raggiungere questi obiettivi. In questo scenario familista esistono rari esempi di sindache e sindaci che amministrano con serietà. La responsabilità del voto è sempre in mano ai paesani.
Il libro in cui hai condensato le tue riflessioni sul tema dei “borghi” e delle aree interne è diventato un testo imprescindibile per studiosi, amministratori e curiosi che si interrogano sul futuro dei territori marginali del Paese. Lo consideri un episodio isolato nel tuo percorso intellettuale oppure pensi che quelle riflessioni avranno un seguito?
Sta per uscire il mio nuovo libro, sempre per Il Saggiatore. Racconto cosa accade agli abitanti dei paesi quando lo Stato scompare e cosa mettono in atto. Ho provato a individuare argomenti che nei dibattiti non troveranno spazio perché il futuro di questi territori è completamente diverso rispetto al passato.
Alex Urso
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