Santarcangelo Festival 2026, il borgo che si riempie di performance parlando di corpo come spazio politico sotto pressione

Dal 3 al 12 luglio la 56esima edizione del festival trasforma il borgo romagnolo in una città performativa attraversata da pratiche queer, decoloniali e femministe. È l’ultimo capitolo della direzione artistica di Tomasz Kirenczuk

Santarcangelo non cerca più di rappresentare il presente: prova a farlo collassare dentro i corpi. È questa la sensazione lasciata dalla presentazione della 56esima edizione di Santarcangelo Festival, intitolata Deep Pressures, ultimo capitolo della direzione artistica di Tomasz Kirenczuk. Dal 3 al 12 luglio il borgo romagnolo torna a trasformarsi in una “città-festival” abitata da oltre cento eventi, performance, concerti e pratiche partecipative che interrogano la pressione politica, sociale, economica, emotiva, come condizione permanente della contemporaneità. Più che un tema, Deep Pressures appare infatti come un metodo curatoriale: attraversare il presente senza semplificarlo, insistendo sulle tensioni tra corpo e potere, memoria e trauma, intimità e conflitto geopolitico. Durante la conferenza stampa di presentazione al Mambo di Bologna, il festival è stato descritto come un ecosistema che non deve rassicurare: “Il ruolo del festival è essere perturbante. Non si tratta di far divertire o piacere a chi viene: proprio queste perturbazioni, il conflitto, il mettere in questione le nostre abitudini, ci aprono nuove prospettive in cui leggere la realtà”. spiega il direttore Tomasz Kirenczuk. Una postura radicale e coerente con il percorso costruito dal curatore polacco negli ultimi cinque anni, in cui Santarcangelo ha progressivamente e programmaticamente accentuato l’attenzione verso pratiche femministe, queer, antirazziste e decoloniali.

Santarcangelo Festival 2026, il borgo che si riempie di performance parlando di corpo come spazio politico sotto pressione
Foto di BODY SWEATS (for Elsa) – photo credit IRA

Le geografie delle pressioni profonde a Santarcangelo

Il fulcro di questa edizione risiede nell’idea del corpo come spazio politico e archivio vivente. Spiegando la genesi del titolo, Kirenczuk ha chiarito come Deep Pressures nasca “dall’idea che il presente sia attraversato da una molteplicità di pressioni profonde, spesso invisibili ma costantemente operative. Molte di queste tensioni non esplodono in modo spettacolare, ma agiscono lentamente, penetrando nella vita quotidiana, nelle relazioni, nel linguaggio”. Ma la pressione è anche “una forza che genera movimento, metamorfosi, nuove energie e organizzazione collettiva”. Tra i lavori che incarnano questa frizione geopolitica spicca In relation to whom? delle artiste palestinesi Marah Haj Hussein e Nur Garabli, focalizzato sull’impossibilità di lavorare insieme, sui limiti imposti dai permessi e su come il corpo venga influenzato e violentato dai movimenti coreografici istituzionalizzati. Il Medio Oriente è indagato anche dal coreografo libanese Ali Chahrour che porta in scena When I Saw the Sea, un lavoro viscerale nato in collaborazione con tre donne che hanno vissuto lo sfruttamento del sistema della kafala in Libano. Specularmente, la performance CLAP & SLAPdi Agnietė Lisičkinaitė e Igor Shugaleev, nata in residenza proprio a Santarcangelo, attraversa le tensioni emotive e politiche tra Lituania, Bielorussia e Ucraina, esplorando il confine ambiguo che separa l’autodifesa dall’aggressione in tempo di guerra.

Altamente incisiva è la linea decoloniale che attraversa il programma, dove la performance diventa strumento di riscrittura storica. In Homem Novo, l’artista mozambicano Yuck Miranda rilegge i campi di rieducazione del Mozambico post-indipendenza, svelandoli come dispositivi di controllo sui corpi queer e dissidenti. Su un altro versante della resistenza diasporica si colloca la ricerca di Wissal Houbabi, che lavora sull’Aita marocchina, antica pratica espressiva e poetica orale, in SAWT, riletta qui come tecnologia di trasmissione culturale.

Respiro, voce e vulnerabilità radicale al festival

Un secondo asse tematico sposta la pressione dall’esterno all’interno, usando il respiro e la voce come armi di difesa. In questa costellazione si inserisce il lavoro dell’artista lettone Jana Jacuka, HA, una performance estrema in cui l’interprete ride ininterrottamente per cinquanta minuti, trasformando il riso da meccanismo di difesa sociale in un atto politico, di protesta e di autocura. Sul versante opposto e complementare, l’austriaco Liquid Loft presenta uno spettacolo in cui per cinquanta minuti si piange, esplorando la radicalità di un singolo gesto nello spazio pubblico. Il coreografo e performer queer afrodiscendente Bast Hippocrate, con Joyaux Lourdement Sous-estimés, costruisce invece una delicata riflessione sull’intimità queer, in cui l’abbraccio è trattato come pratica coreografica e politica sospesa tra tenerezza, dipendenza affettiva e collasso identitario.

La città-festival Santarcangelo come dispositivo urbano e politico

Per un festival come Santarcangelo, l’indagine critica non può prescindere dalla riscrittura dello spazio pubblico. Più che concentrarsi nei teatri, Deep Pressures espande la sua natura immersiva nell’urbanistica e nel paesaggio. Emblematica di questa attitudine è Stanza (Santarcangelo) di Gaetano Palermo e Michele Petrosino, una performance one-to-one prodotta nell’ambito della rete Bloom (nata per decostruire i processi produttivi tradizionali) e ospitata in una camera dell’Albergo Zaghini. Lo spettatore, entrando singolarmente, sperimenta una prossimità ravvicinata, personale e talvolta scomoda con un performer immerso in uno stato di vulnerabilità estrema.

Al contempo, Piazza Ganganelli torna a essere il cuore pulsante del festival con lavori come BOW di Wojciech Grudziński, riflessione sulla natura politica dell’inchino e sulle sotterranee dinamiche di potere che legano l’esecutore al suo pubblico. La stessa logica urbana si estende alla “piazza notturna” del parco Baden Powell con lo spazio Imbosco, quest’anno inserito nel progetto europeo Festival Spa (volto ad aumentare il benessere e l’inclusione di lavoratori, artisti e pubblico) e co-curato direttamente da collettivi queer come i polacchi Kem.

Santarcangelo Festival 2026, il borgo che si riempie di performance parlando di corpo come spazio politico sotto pressione
Abracadabra R.Segata courtesy of Centrale Fies

Il Santarcangelo porta la cultura come presidio democratico contro gli attacchi politici

L’edizione 2026 giunge al termine del mandato di Kirenczuk, ma porta con sé anche gli strascichi di un anno di accese resistenze istituzionali. Come hanno dichiarato con fermezza il sindaco di Santarcangelo Filippo Sacchetti e l’assessora regionale Jessica Legni, il festival è reduce da “uno dei peggiori attacchi politici ricevuti da un livello ministeriale“, concretizzatosi l’anno scorso nel taglio ingiustificato del punteggio sulla qualità artistica da parte di una commissione ministeriale. Una disavventura da cui il territorio è uscito più unito: il festival ha infatti allargato la sua compagine sociale alla provincia di Forlì-Cesena (tramite il comune di Sogliano) e persino allo Stato di San Marino, espandendo le proprie geografie e tutele. Un’unione ribadita anche dalla storica delibera del consiglio comunale che sancisce ufficialmente il villaggio artistico di Mutonia come “bene di prevalente interesse pubblico e culturale”.

Nelle parole della presidenza del festival emerge chiaramente la necessità di difendere Santarcangelo come “un’infrastruttura di democrazia: la cultura è una questione politica di questo paese e va portata nelle aule parlamentari”. In un’epoca dominata dalla semplificazione e dal binarismo comunicativo, Deep Pressures non offre risposte consolatorie. Al contrario, rivendica con forza il diritto alla complessità, all’opacità e persino all’incomprensione come uniche forme possibili di autentica esperienza estetica nel presente.

Noemi Ruggeri

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