“L’arte russa oggi è il sangue”. Una dura intervista alle Pussy Riot
Tra passamontagna rosa, slogan contro la propaganda del Cremlino e accuse dirette alla Biennale di Venezia, la protesta di Pussy Riot e FEMEN davanti al Padiglione Russo ha trasformato i Giardini in uno dei luoghi politicamente più tesi dell’inaugurazione della manifestazione. Artribune ha intervistato Nadya Tolokonnikova
C’è stato un momento, durante la preview della Biennale Arte 2026, in cui il consueto linguaggio istituzionale dell’arte contemporanea ha lasciato spazio a qualcosa di più instabile e difficile da controllare. Non un talk curatoriale né una conferenza stampa ufficiale, ma una protesta.
L’azione di FEMEN e Pussy Riot a Venezia
Davanti al Padiglione Russo ai Giardini, tra polizia, giornalisti e visitatori sorpresi, Pussy Riot e FEMEN hanno messo in scena STORM OF VENICE, un’azione politica e performativa contro la presenza della Russia alla Biennale. Passamontagna rosa, slogan radicali e accuse rivolte non soltanto al Cremlino, ma anche alle ambiguità del sistema culturale europeo. Al centro dell’azione, una frase destinata a diventare una delle immagini verbali più forti di questa Biennale: “Blood is Russia’s art”.

Chi è Nadya Tolokonnikova
Per Nadya Tolokonnikova (Noril’sk, 1989), attivista cantante, performer e oppositrice di Vladimir Putin, membro delle Pussy Riot, il problema non riguarda soltanto il Padiglione Russo, ma l’idea stessa di neutralità culturale in un contesto segnato dalla guerra. L’intervista che segue attraversa propaganda, censura, attivismo e il ruolo delle istituzioni artistiche europee in un momento storico in cui il confine tra dialogo e legittimazione politica appare sempre più fragile.
Intervista a Nadya Tolokonnikova delle Pussy Riot
Durante la protesta avete dichiarato che oggi la vera Russia è rappresentata dagli artisti incarcerati contro la guerra, non dalle istituzioni culturali ufficiali. L’arte contemporanea in Russia è diventata impossibile senza compromessi politici?
Con il progressivo scivolamento della Russia verso un totalitarismo sempre più profondo, mantenere una reale libertà artistica sta diventando quasi impossibile. Non è soltanto il sostegno all’Ucraina a essere proibito. Non puoi nemmeno disegnare un arcobaleno, non puoi cantare certe canzoni. La propaganda e la censura penetrano ogni aspetto della vita. Ma il problema più grande del Padiglione Russo appartiene a un’altra dimensione.
Ovvero?
Quando un artista accetta di rappresentare la Russia ufficiale, la Russia come impero totalitario aggressivo, diventa inevitabilmente uno strumento dell’impero stesso, che lo realizzi oppure no. L’unica possibilità sarebbe stata sabotare il sistema dall’interno: usare quel padiglione per denunciare apertamente la guerra in Ucraina e chiedere sostegno alle forze ucraine. Ma non è successo nulla del genere. Al contrario, abbiamo visto champagne, photo opportunity con Salvini, Paramonov e Willem Dafoe. E quelle immagini, in questo momento, vengono già diffuse con orgoglio dalla propaganda russa.
Avete accusato la Biennale di confondere il dialogo culturale con la normalizzazione politica. Dove finisce, secondo te, l’apertura e dove inizia la complicità?
Perché continuiamo a fingere che questa sia una discussione onesta sulla censura? Le persone che hanno costruito il Padiglione Russo, Karneeva, Shvydkoy e tutto l’apparato collegato all’FSB e all’amministrazione presidenziale, sono persone che incarcerano cittadini per disegni fatti con i pastelli. La vera domanda è se l’Europa voglia continuare o meno a diventare lo zimbello dei russi pro-Cremlino. Da decenni la Russia combatte contro la democrazia europea investendo enormi risorse economiche e umane. A volte con i carri armati, altre volte attraverso figure politiche o mediatiche compiacenti. Eppure, l’Europa continua ad aprire le porte alla propaganda russa. O difendete davvero i vostri valori democratici oppure diventate irrilevanti di fronte agli autocrati.
Dopo la protesta, il Padiglione Russo ha utilizzato frammenti video della vostra azione all’interno della propria comunicazione. Come hai reagito?
Preferirei strapparmi gli occhi piuttosto che essere associata a quelle persone. Per questo sono stata felice quando hanno rimosso il materiale. Ancora una volta mi ritrovo nella situazione assurda di essere una ragazza russa in esilio insieme alle mie amiche punk femministe a combattere contro uno Stato intero e la sua macchina propagandistica. E in qualche modo veniamo trattate come due parti equivalenti di un “dialogo”. È quasi grottesco. Credo che chi gestisce la comunicazione del padiglione si sia fatto trascinare troppo dall’ego e sia finito nella nostra trappola. Missione compiuta.
Avete dichiarato di aver cercato più volte un dialogo con Pietrangelo Buttafuoco, con Luca Zaia e con Luigi Brugnaro senza ricevere risposta. Che significato politico ha avuto per voi questo silenzio?
È stato come urlare nel vuoto. Osservando negli anni i rapporti tra la Russia e alcuni ambienti europei, ho la sensazione che se qualcuno iniziasse davvero a indagare a fondo, qualcosa emergerebbe. Non posso provarlo, sono un’artista, non un’investigatrice. Ma spero che chi ha gli strumenti per farlo prenda seriamente la questione. Buttafuoco non vuole parlare. Forse ha qualcosa da nascondere. L’aspetto assurdo è che continua a rifugiarsi dietro l’idea del dialogo aperto, mentre io lo rincorrevo con lettere, dichiarazioni pubbliche, richieste ufficiali al Consiglio d’Europa, persino bussando fisicamente al suo ufficio per poi trovarmi bloccata dalla polizia.
La vostra azione non è stata presentata come una performance, eppure è avvenuta nel cuore di uno dei più importanti eventi artistici mondiali. L’attivismo contemporaneo oggi deve invadere il sistema dell’arte per mostrarne le contraddizioni?
La mia prospettiva nasce dall’actionism post-sovietico degli Anni Novanta. Fin dall’inizio, nel 2011, Pussy Riot ha definito le proprie opere pubbliche come “azioni”. È un termine che deriva direttamente dall’Azionismo Viennese. Quindi sì, STORM OF VENICE è un’opera d’arte. Una sorta di padiglione per una Russia libera. Ma anche un rifiuto del tentativo russo di mostrarsi di nuovo come una presenza civile europea mentre contemporaneamente continua a lanciare droni e missili balistici sull’Ucraina.
Alla Biennale 2026 FEMEN e Pussy Riot hanno agito insieme per la prima volta. Perché questa alleanza era necessaria proprio ora?
Il centro dell’azione era la condanna della guerra russa contro l’Ucraina. E nessuno può raccontare l’esperienza ucraina meglio degli ucraini stessi. Per questo ero felicissima che Inna Shevchenko abbia accettato di partecipare insieme alle altre attiviste FEMEN. Inna aveva già sostenuto Pussy Riot nel 2012 a Kyiv con un’azione che le costò moltissimo a livello personale. Nutro per lei un rispetto enorme.
Molte istituzioni continuano a difendere l’idea che l’arte debba restare autonoma dalla geopolitica. Dopo l’Ucraina, la neutralità nel sistema dell’arte esiste ancora?
La trappola costruita da Buttafuoco e da persone come lui consiste proprio nel presentare l’invito alla Russia come un gesto neutrale. Ma non c’è nulla di neutrale nell’aprire le porte della cultura europea alla propaganda fascista. Gli strateghi russi conoscono bene questa debolezza occidentale. Sfruttano l’idea di neutralità per normalizzare la propria immagine mentre portano avanti operazioni di whitewashing politico.

Lo slogan “Blood is Russia’s art” è stato uno dei momenti più forti della protesta. Volevate colpire il comfort estetico che spesso protegge il sistema internazionale dell’arte?
Lo slogan è stato inventato da Inna Shevchenko. È geniale nel condensare realtà politiche complesse in formule immediate. Quando sono stata a Kharkiv lo scorso anno, più o meno a Natale, ho visto una chiesa distrutta dalle bombe, con le cupole spezzate e i segni delle schegge ovunque. Gli stessi russi che mi hanno mandato in prigione per due anni accusandomi di aver ferito i sentimenti religiosi oggi bombardano le chiese. Uccidono madri, bambini, civili. Gli ucraini vivono questa realtà ogni giorno. Raccontarla mentre, pochi metri più in là, si beve champagne ascoltando musica elettronica, produce inevitabilmente una frattura.
Guardando le reazioni del pubblico davanti al Padiglione Russo, pensi che paura, disagio e tensione possano essere politicamente più utili del consenso all’interno dell’arte contemporanea?
Le persone con cui ho parlato erano entusiaste dell’azione. Non ho visto paura. E se qualcuno si spaventasse, probabilmente dovrebbe iniziare a irrobustire un po’ la propria pelle. Il mondo del 2026 ci mostra ogni giorno immagini infinitamente più terrificanti di qualche ragazza con passamontagna rosa che salta davanti a un padiglione.
Nei Giardini della Biennale, dove per decenni il linguaggio diplomatico dell’arte ha spesso cercato di assorbire ogni conflitto dentro la forma dell’esposizione, STORM OF VENICE ha riportato qualcosa di più difficile da neutralizzare: il corpo politico della guerra dentro lo spazio culturale europeo.
Antonino La Vela
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