A Savona c’è un nuovo festival di cultura contemporanea che mira a far dialogare la tradizione con le ricerche più emergenti

Più di cinquanta appuntamenti in nove giorni, fino al 17 maggio 2026, compongono un programma che tiene insieme linguaggi diversi, dalla musica al teatro e dalle arti visive alla formazione, con l’obiettivo di avvicinare alle pratiche contemporanee anche chi normalmente ne resta escluso

È come se ci fossero degli stadi nell’apprezzamento (e riconoscimento) delle città di provincia da parte dei giovani che scelgono, una volta finita la scuola superiore, di trasferirsi nelle grandi città per andare incontro a nuove opportunità e stimoli. Soprattutto per chi avvia un percorso in ambito culturale (artisti, curatori, giornalisti, project manager, producer ecc.) arriva un momento in cui si sente la necessità di portare quel tesoretto di esperienze nel proprio territorio d’origine, lo stesso da cui si è “scappati” perché “non c’era nulla”. Ma tornando ci si rende conto che semplicemente erano occhi diversi quelli che guardavano e che quel “nulla” in realtà era solo nascosto e non valorizzato. Succede così anche a Savona, dove la provincia torna a essere uno spazio di incontro grazie a Brucia, l’edizione zero del nuovo festival ideato dall’associazione savonese Fiammiferi (e in particolare da Teresa Raineri), realtà under 30 nata con l’obiettivo di costruire connessioni tra arti contemporanee, territorio e cittadinanza. Inaugurato il 9 maggio 2026 (e in programma fino al 17), il festival propone un laboratorio diffuso di pratiche artistiche, spettacoli, concerti, mostre, workshop e incontri, tra la Fortezza del Priamàr e il Teatro Chiabrera.

L’edizione zero di Brucia Festival a Savona

L’obiettivo è infatti avvicinare alle pratiche contemporanee anche chi normalmente ne resta escluso, attraverso una piattaforma culturale pensata per attivare un dialogo trasversale tra pubblici differenti, grazie a una comunicazione accessibile e una progettualità fortemente radicata nel territorio. L’idea di Fiammiferi nasce infatti da una riflessione che riguarda molte città medie italiane: come creare occasioni culturali in grado di trattenere energie giovani, generare reti professionali e trasformare la produzione artistica in un motore di sviluppo locale. L’associazione savonese prova a rispondere mettendo al centro le risorse umane del territorio, sostenendo nuove generazioni di artisti e lavoratori culturali e costruendo un ecosistema in cui il pubblico possa sentirsi coinvolto. Il nome stesso, Fiammiferi, allude a un gesto potenzialmente incendiario: innescare processi e creare relazioni.

La mostra di Gaia De Megni da Brucia Festival a Savona

Tra i progetti in programma c’è [Çigae], la personale di Gaia De Megni (Santa Margherita Ligure, 1993), a cura di Gabriele Cordì e ospitata fino al 23 maggio alla Fortezza del Priamàr. Il titolo, racchiuso tra parentesi quadre come nelle trascrizioni fonetiche, richiama il termine ligure per indicare le cicale e omaggia l’omonima raccolta poetica di Edoardo Firpo, pubblicata postuma nel 1968: un suono continuo che diventa per l’artista una madeleine proustiana capace di far riaffiorare immagini d’infanzia, paesaggi liguri e una riflessione sulle proprie origini. L’intero progetto si sviluppa infatti attorno all’idea del ritorno e dell’appartenenza. De Megni sceglie di osservare la Riviera durante la stagione invernale, quando il turismo si ritira e il paesaggio si distende: “Si tratta di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nei momenti in cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidità della posa, si abbandonano, respirano più tranquille”, scriveva Savinio. È quindi una Liguria silenziosa, (finalmente) spopolata, dove gabbiani e aironi vivono in un teatro abbandonato. La prima opera presentata è il film La tigre e i gabbiani (2019), in cui un marinaio dialoga con gli uccelli a bordo della propria barca, significativamente chiamata Profeta. Attraverso un gioco di prospettive, il corpo dell’uomo sembra per un attimo acquisire ali proprie, fondendosi con gli animali che nutre.

A Savona c’è un nuovo festival di cultura contemporanea che mira a far dialogare la tradizione con le ricerche più emergenti
Gaia De Megni, [Çigae], installation view, Cappella e Palazzo del Commissario, Fortezza del Priamàr, Savona. Courtesy l’artista e Fiammiferi. Foto: Alessio Belloni

L’opera recupera una pratica profondamente radicata nella tradizione ligure: durante l’inverno i pescatori offrono parte del pescato ai gabbiani per aiutarli a sopravvivere alla scarsità di cibo, mentre gli aironi vengono attirati a riva gettando briciole sull’acqua. Si passa così alla seconda opera, che si ispira appunto alla figura dell’airone, già protagonista della performance Teatro degli aironi del 2024. Da un lato il cinema d’animazione di Lotte Reiniger, pioniera delle silhouette in movimento; dall’altro gli studi cronofotografici di Eadweard Muybridge sul moto animale. Per [Çigae] quell’indagine viene tradotta in ceramica grazie alla collaborazione con la storica manifattura Studio Ernan Design di Albisola Superiore: “Qui esistono ancora diverse manifatture ceramiche. Una in particolare lavora molto con artisti contemporanei, soprattutto giovani: si tratta di Studio Ernan Design, una realtà nata dalle ceneri della storica Ceramiche Minime Fratelli Pacetti. La fabbrica era stata fondata da Ivos Pacetti, figura importante sia per il Futurismo sia per il Déco, amico di Marinetti e vicino a quel gruppo di artisti che, a partire dagli Anni Venti, arrivò ad Albisola contribuendo a rinnovare profondamente la tradizione della ceramica artistica”, spiega ad Artribune il curatore Gabriele Cordì.

La tradizione ceramica di Albisola e Celle Ligure a Brucia Festival 2026

Il contesto territoriale, infatti, è fondamentale. Ad Albisola e a Celle Ligure la tradizione della ceramica è ancora molto viva. Basta pensare al rilievo ceramico di Lucio Fontana sulla facciata della chiesa di Celle Ligure (Chiesa dell’Assunta) o al Lungomare degli Artisti, progetto che coinvolse figure come Fontana, Capogrossi, Leoncillo, Agenore Fabbri, Mario Rossello e Asger Jorn (4mila metri quadrati di mosaici pavimentali realizzati negli Anni Sessanta). Molti di questi artisti lavorarono proprio ad Albisola, contribuendo a farne quella che Filippo Tommaso Marinetti definiva già negli Anni Venti “la capitale italiana della ceramica”. Gaia De Megni si inserisce così in questa tradizione scegliendo però una postura laterale: le sue forme non celebrano la monumentalità dell’oggetto ceramico, ma ne valorizzano la fragilità e la dimensione teatrale. Gli aironi, come apparizioni elusive, sono sospesi tra immobilità e desiderio di movimento, metafora di qualcosa che sfugge continuamente alla presa.

Caterina Angelucci

Savona // Brucia Festival
dal 9 al 17 maggio 2026
Fortezza del Priamàr
Corso Giuseppe Mazzini, 17100

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Caterina Angelucci

Caterina Angelucci

Caterina Angelucci (Urbino, 1995) vive e lavora a Milano. È laureata in Lettere Moderne con specializzazione magistrale in Archeologia e Storia dell’arte. Oltre a svolgere attività di curatela indipendente in Italia e all'estero, dal 2018 lavora come giornalista per testate…

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