The Dreamer | Nigel Cooke | Ding Yi

Informazioni Evento

Tre mostre. The Dreamer: una mostra concepita come una serie di set, scene cinematografiche, palcoscenici teatrali; Nigel Cooke: Bad Habits e Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code.

Comunicato stampa

The Dreamer
Da martedì 5 maggio 2026
Tutti gli eventi

Dal 5 maggio al Cinema Querini Stampalia: un multisala sui generis dove sarà possibile vedere un film a episodi. Quattro storie diverse, legate dalla dimensione onirica, che funzionano come un sogno a occhi aperti che coinvolge i visitatori/spettatori come se fossero i registi e montatori di un ulteriore film, nel quale riconoscere non solo processi psichici inconsci ma esperienze in un territorio dove realtà e immaginazione si fondono. Questo dispositivo interroga le idee di unità, continuità e totalità dell’opera d’arte, lavorando sulla tensione tra molteplicità e sintesi e sulla dislocazione di frammenti tematici che si intrecciano. Una sorta di laboratorio dove gli episodi portano incisività caleidoscopica su una esperienza della realtà, mettendo in crisi l’idea di trama e tempo lineare, promuovendo una visione poliedrica del reale che costruisce un mosaico dove ciascun episodio e persino ciascun frame è un esperimento di vita, un piccolo pensiero-immagine.

Uno sguardo attraverso la lente di vetro veneziano, informata dal soffio del respiro e dal movimento del corpo e dalla precisione di un occhio vigile.

Il nostro film a episodi è una forma aperta frammentaria e polifonica che si muove nel tempo e nello spazio e restituisce, set dopo set, la complessità del reale nel palcoscenico. Il nostro spettatore emancipato saprà cogliere questo elogio della finzione e riconoscere il potere e la logica della razionalità finzionale che non è il contraltare del documentario e, come dice Jacques Ranciere: “non consiste nel raccontare storie, ma nello stabilire nuovi rapporti fra le parole e le forme visibili, tra il discorso e la scrittura, tra un qui e un altrove, tra un c’era una volta e un adesso”.

Abbiamo un sognatore dichiarato, il protagonista di The Dreamer, il Conte Giovanni Querini, nelle stanze della sua dimora, avvolta nei preziosi tessuti Bevilacqua, Fortuny e Rubelli. Oltre 170 opere tra cui Le Sibille di anonimo veneto, Scene di vita veneziana di Gabriel Bella, il nucleo di Pietro Longhi e capolavori quali Presentazione di Gesù al Tempio di Giovanni Bellini, San Sebastiano di Luca Giordano, i ritratti e la Madonna con Bambino di Palma il Vecchio. Nel viaggio cinematico e onirico del Conte si incastonano le opere di sei artisti contemporanei: gli Oracoli di Giusy Calia, gli Specchi di Silvia Giambrone, gli acquerelli di Emanuele Becheri, il sogno infrangibile di Daniela De Lorenzo, il cavallo di Davide Rivalta, le installazioni di Chiara Bettazzi, che fanno brillare il presente storico, non solo il tempo cronologico, ma un tempo in atto, che accade ora pur trattenendo in sé la stratificazione del passato in cui ciò che è stato continua a vibrare illuminando il futuro.

Nelle sale del Cinema Querini Stampalia le “proiezioni” simultanee comprendono un viaggio astroterrestre tra monoliti di questo e altri mondi con Cosmotechnics: Ding Yi as a planetary code, Nigel Cooke che letteralmente guizza nei Bad Habits della pittura e infine, forse tutto si muove e si accorda alle note di una immaginaria colonna sonora che si può comporre grazie a The Invisible Chord. Hans Hartung and Music. Tutti dentro il sogno di tutti o solo tutti dentro il sogno di qualcun altro, ma sicuramente dentro la Fondazione Querini, il cinema che non ti aspetti, peculiare architettura cinematica con le sale Scarpa, Botta, De Lucchi dentro un palazzo del ‘500.

Pensiamo il nostro viaggio a Venezia come un montaggio di tempi diacronico, sincronico e acronico: un frammento di tempo che si scolla e incolla ad altri nella nostra memoria, mentre attraversiamo lo spazio fisico e sentimentale dove utopie interiori, universi simbolici, materici e impalpabili, abitano l’immaginazione. Ogni sala è un episodio, noi siamo i registi che ne scrivono il ritmo, la durata e le mostre non si limitano alla messa in scena, ma proiettano anche la storia del nostro sguardo.
Cristiana Collu
Direttrice Fondazione Querini Stampalia

Nigel Cooke: Bad Habits
5 maggio – 22 novembre 2026
Tutti gli eventi

Nigel Cooke: Bad Habits
Nigel Cooke, The Nurture of Jupiter, 2024 (Artwork Detail)
© Nigel Cooke, courtesy Pace Gallery

La Fondazione Querini Stampalia presenta Nigel Cooke: Bad Habits, mostra curata da Evelyn C. Hankins, in corso dal 5 maggio al 22 novembre 2026 durante la 61. Esposizione Internazionale d’Arte de La Biennale di Venezia. Si tratta della prima personale in Italia dell’artista britannico.

A partire dalla prossima primavera, Nigel Cooke alla Fondazione Querini Stampalia sarà il primo artista in residenza nella storia dell’istituzione. Durante il suo soggiorno veneziano realizzerà una serie di dipinti di grande formato, lasciandosi attraversare dal patrimonio storico e culturale della Fondazione e dalla trama viva della città. La memoria degli ambienti, il respiro della laguna, il reticolo mobile dei canali e le vibrazioni irripetibili della luce diventeranno materia pittorica, sedimentando in opere che non si limitano a evocare Venezia, ma ne assorbono l’energia e la restituiscono in forma.

La residenza scandirà il tempo in cui la mostra prenderà forma, nel senso più concreto e insieme più profondo del termine. Il progetto espositivo, su proposta della Fondazione, si è configurato sin dall’inizio come un percorso da sviluppare abitando la città, privilegiando, prima di ogni definizione curatoriale, il tempo dell’immersione, della ricerca e della prossimità ai luoghi, riconoscendo in questa esperienza la matrice generativa del lavoro. Prima della configurazione formale, l’esperienza vissuta, un processo in cui l’opera matura in relazione non solo con ciò che la precede ma anche con quello che la circonda.

Tra le istituzioni più antiche e prestigiose della città, la Fondazione Querini Stampalia ha scelto di ospitare Cooke all’interno del Portego della Biblioteca, trasformato per l’occasione in studio d’artista. Affacciato sul Rio di Santa Maria Formosa, adiacente alla storica biblioteca e sopra gli ambienti riprogettati da Carlo Scarpa, questo spazio permetterà all’artista di lavorare immerso in un’atmosfera unica.

Al termine della residenza, i dipinti saranno presentati nello stesso ambiente in cui hanno preso forma, instaurando una continuità ideale tra il gesto creativo dell’artista e lo sguardo del pubblico.

La pratica di Cooke è spesso guidata dalle sue esperienze in diverse parti del mondo e dalle impressioni autobiografiche che ne derivano. Alcune suggestioni dei suoi ultimi lavori affondano le radici in un viaggio ad Atene, dove, osservando le antiche rovine e i resti delle statue nei musei, ha meditato sul tempo e sulla stratificazione della memoria. Il termine greco θραῦσμα (thraûsma) “frammento” è diventato l’idea alla base di questa nuova produzione, comparendo nelle prime fasi della composizione sia come testo sia come immagine e creando una tensione con altri segni recentemente esplorati dall’artista.

La storia intricata e stratificata di Venezia, con il suo ruolo di crocevia culturale e commerciale, ha a sua volta influenzato profondamente il pensiero di Cooke. Come Atene, anche Venezia conserva i segni di civiltà passate, un’eredità che nutre la riflessione storica, scientifica e culturale dell’artista. Contemporaneamente Cooke attinge al passato più misterioso della città e alle impressioni suscitate dagli eventi mondiali contemporanei, traducendo tutto in colori profondi e notturni, da cui emergono frammenti di figure, oggetti e animali. Le nuove opere, sottolinea Cooke, “evocano momenti di incertezza e oscurità, in cui fili di speranza e la possibilità di un cambiamento brillano come frammenti al chiaro di luna”.

Profondamente radicato nella storia della pittura, Cooke riveste un ruolo di rilievo nello sviluppo dell’arte contemporanea britannica e appartiene oggi alla tradizione di quegli artisti che hanno trovato a Venezia una fonte di ispirazione creativa. Per Cooke, i nuovi dipinti, come la città stessa, diventano spazi in cui il sé può essere ripensato e reinventato. Attraverso i suoi segni astratti, le opere tracciano pattern continui in cui passato e presente, personale e collettivo, si riflettono e si intrecciano, sospesi in una delicata e vibrante incertezza.

A partire dalla fine degli anni Novanta Nigel Cooke (nato a Manchester nel 1973) ha esplorato e ampliato i confini della pittura figurativa, creando un corpus di opere estremamente diversificato e distintivo, un’ampia gamma di interessi che in tempi più recenti ha cominciato a investigare attraverso un linguaggio sintetico. Influenzata da un nutrito ventaglio di discipline, dalla paleontologia alle neuroscienze, dalla mitologia classica alla zoologia, la costruzione lineare degli ultimi dipinti di Cooke richiama simultaneamente i circuiti cerebrali, il corpo umano o animale, e le formazioni paesaggistiche. L’artista vuole fondere dualità familiari, quali corpo e mente o cervello umano e mondo naturale, in un unico gesto fluido. Le sue astrazioni organiche sono cariche di frammenti del mondo animale e minerale che creano nell’immagine instabilità e movimento, ma anche un’ambiguità tra una ricca molteplicità di associazioni naturali.

Cooke ha ottenuto un master presso il Royal College of Art di Londra nel 1997 e si è laureato al Goldsmiths College di Londra nel 2004, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia sui sistemi non lineari nel pensiero di George Bataille e Michel Serres. Attraverso la sovente creazione di connessioni atipiche tra gli ambiti più disparati (pitture rupestri e surrealismo, mimetismo degli insetti e fisica dell’informazione), i suoi scritti teorici hanno esplorato in maniera definitiva la rappresentazione come funzione del mondo naturale, costituendo le basi della sua concezione del valore e delle possibilità della pittura.

Le sue opere sono conservate in numerose collezioni pubbliche in tutto il mondo, tra cui l’Astrup Fearnley Museum of Modern Art di Oslo, la British Council Collection di Londra, il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, l’Hammer Museum dell’Università della California di Los Angeles, il Museum of Contemporary Art di Teheran, il Museum of Contemporary Art di Los Angeles, il Museum of Modern Art di New York e la Tate di Londra.

Evelyn C. Hankins è una curatrice e storica dell’arte con venticinque anni di esperienza al fianco di artisti e musei. Dal 2008 al 2025 è stata curatrice dell’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, incarico culminato con la nomina a Head Curator nel 2020. In tale ruolo ha supervisionato ogni aspetto dell’operato del team curatoriale: mostre, acquisizioni, pubblicazioni e programmi, tra cui l’implementazione di una nuova strategia per le collezioni e la realizzazione di una riuscita campagna di donazioni di 50 importanti opere d’arte in onore del cinquantesimo anniversario del Museo. All’Hirshhorn ha organizzato mostre sul XX e il XXI secolo, tra cui Adam Pendleton: Love, Queen (2025), Pat Steir: Color Wheel (2019-2020), Marcel Duchamp: The Barbara and Aaron Levine Collection (2019-21), Charline von Heyl: Snake Eyes (2018–2019), Mark Bradford: Pickett’s Charge (2017–Ongoing), e Robert Irwin: All the Rules Will Change (2016). Al termine del suo incarico, la Smithsonian le ha conferito il titolo di Head Curator Emerita.
In precedenza, Hankins ha ricoperto incarichi curatoriali presso il Robert Hull Fleming Museum dell’Università del Vermont, a Burlington, e il Whitney Museum of American Art di New York. Ha conseguito presso la Stanford University un master e un dottorato di ricerca in storia dell’arte con specializzazione in arte americana del XX secolo, oltre a una laurea triennale in Storia dell’Arte presso l’Università della California, a Santa Barbara.

La Fondazione Querini Stampalia è tra le più antiche e prestigiose Fondazioni culturali italiane. Nata nel 1869, da oltre centocinquanta anni incarna la visione del suo fondatore, il Conte Giovanni, pioniere audace e visionario che l’ha immaginata come un luogo di ricerca e formazione, di incontro e confronto, di crescita personale e diffusione della conoscenza. Situata nel cuore di Venezia, la Fondazione è un crocevia vibrante dove passato e presente si intrecciano: dalle sue preziose collezioni artistiche alla ricca biblioteca, fino agli spazi ridisegnati da alcuni dei maestri dell’architettura contemporanea come Carlo Scarpa, Valeriano Pastor, Mario Botta e Michele De Lucchi. Un’istituzione coraggiosa, accogliente e curiosa, capace di valorizzare il suo sorprendente patrimonio per conquistare la fiducia delle persone e rendere memorabile ogni visita.
La sua storia prende avvio da una scelta radicale e profondamente innovativa. Giovanni Querini, ultimo erede di una nobile famiglia veneziana, sceglie di mettere a disposizione della collettività la propria casa, la biblioteca e l’intero patrimonio, dando origine a un’istituzione aperta e inclusiva. Una visione lungimirante fondata sulla convinzione che l’arte, la cultura, la conoscenza siano un bene comune, da rendere accessibile a tutti attraverso la formazione, il dialogo e la partecipazione.
Oggi la Fondazione Querini Stampalia rinnova quella vocazione originaria aprendosi con decisione al presente e al confronto internazionale, affermandosi come spazio di sperimentazione culturale, confronto e ricerca, capace di interpretare il proprio patrimonio non come un’eredità statica, ma come una piattaforma dinamica per il pensiero contemporaneo. La direttrice Cristiana Collu crede nella Querini Stampalia come luogo in cui fare il pieno di meraviglia, un vero Wonder Booster, e allo stesso tempo come spazio in cui imparare a sognare con responsabilità il futuro.

Nigel Cooke: Bad Habits è possibile grazie al supporto di Pace Gallery.

Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code
9 maggio – 22 novembre 2026
Tutti gli eventi

Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code
Ding Yi, Appearance of Crosses, 2025-27 (detail)
© Ding Yi. Courtesy Lisson Gallery and ShanghART Gallery

In concomitanza con l’apertura della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, inaugura alla Fondazione Querini Stampalia un’importante mostra di Ding Yi, uno degli artisti più significativi dell’astrattismo cinese. A cura di Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera, la mostra traccia l’evoluzione del linguaggio di Ding Yi, riunendo opere storiche e nuove insieme a una serie di stele in pietra che infondono al luogo la riflessiva ritualità di antichi siti cinesi. Il titolo Cosmotechnics è ispirato a un concetto del filosofo Yuk Hui, e l’allestimento trasforma l’Area Scarpa in una foresta contemplativa di immagini: le opere agiscono come un codice planetario e tra di esse si snoda un percorso sinuoso che ricorda i giardini tradizionali cinesi.

In una deliberata presa di distanza dall’eccesso ideologico della pittura post-Rivoluzione Culturale, nel 1988 Ding Yi avviò la serie Appearance of Crosses. In un momento in cui l’arte contemporanea cinese era dominata dal neoespressionismo e dal Political Pop, Ding Yi si concentrò sulla griglia, intesa non come un dispositivo neutrale del modernismo occidentale, ma come struttura di significato aperta, relazionale e generativa. Nel corso dei decenni il suo sistema si è evoluto verso esplorazioni cromatiche, tele fluorescenti che catturano la fantasmagoria urbana di Shanghai (città dove Ding Yi vive e lavora) e, infine, rilievi scultorei che introducono ombre e tattilità e culminano in progetti in cui la griglia è letteralmente attraversata dai visitatori.

In Cosmotechnics, Ding Yi porta questa ricerca alla sua forma più essenziale: dodici dipinti in bianco e nero disposti come una costellazione. Questi pannelli sono dei dipinti ma anche delle stele contemporanee, capaci di creare un ambiente meditativo che invita il visitatore a muoversi lentamente e ad avvicinare ogni opera da prospettive diverse. Il bianco e nero segna un passaggio cruciale nella pratica di Ding Yi: dopo oltre un decennio dedicato al colore fluorescente, l’artista ha adottato il monocromo per distaccarsi dal frastuono della società e aprirsi a temi più ampi, come il tempo, lo spazio e la percezione. Accanto a questo, Cosmotechnics presenta anche sette opere prodotte tra gli anni Ottanta e gli anni Venti del Duemila. Nel loro insieme, queste opere ripercorrono la traiettoria di Ding Yi dalla rigorosa austerità della fine degli anni Ottanta fino a una pratica cosmotecnica pienamente sviluppata, in cui pittura, scultura e architettura si compenetrano.

Questi pannelli sono accompagnati da due stele in pietra, incise o realizzate a rilievo, scolpite con il motivo caratteristico di Ding Yi, Appearance of Crosses. Queste forme commemorative, insieme minimali e monumentali, situano i dipinti in una dimensione temporale più profonda e, richiamando la celebre Foresta di Stele di Beilin, in Cina, e siti antichi come Stonehenge, invitano a riflettere su memoria, continuità e orientamento cosmico. Questi pannelli stimolano inoltre il pubblico a vivere il tempo come simultaneità, come incontro con la storia, ma anche con il futuro: dalle tradizioni classiche dell’inchiostro cinese e dai ricordi della Shanghai industriale, fino alle anticipazioni sul ruolo della tecnologia nel nostro avvenire.

I curatori, Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera, dichiarano: “Cosmotecnica di Ding Yi trova un perfetto contraltare nell’Area Scarpa della Fondazione Querini Stampalia: un equilibrato strumento modernista progettato per convivere con l’instabilità di Venezia anziché negarla. Scarpa misura l’acqua, la soglia e il passaggio con lo stesso rigore applicato da Ding Yi al campo pittorico. La nuova serie monocroma è una decisione strutturale, come un registro che elimina il rumore percettivo e rende leggibili intervallo e proporzione. In dialogo con Scarpa, Ding Yi delinea una logica costruttiva in cui pittura, scultura e architettura convergono e formano una grammatica delle soglie, in sintonia con una città in cui l’equilibrio deve essere sempre negoziato.”

Cristiana Collu, Direttrice della Fondazione Querini Stampalia, afferma: “Quando Carlo Scarpa diceva di voler ‘ritagliare l’azzurro del cielo’, intendeva rendere immediatamente percepibile il campo visivo, trasformando un elemento cosmico in un’esperienza corporea attraverso un processo architettonico; si esprimeva poeticamente, certo, ma anche in termini molto concreti. Le opere di Ding Yi seguono lo stesso principio. Stelle ed elementi cosmici, che risaltino nell’oscurità oppure siano indistinguibili di giorno, sono sempre presenti: solo una tecnica, un’arte e un’intuizione straordinarie li rendono sempre visibili. Condividono una sintassi architettonica, una sorta di configurazione di punti che sostiene un ordine latente, non immediatamente decifrabile, ma percepibile tra la meraviglia e il mistero.”

Ding Yi dichiara: “Sono onorato di presentare una serie di nuove opere al pubblico italiano ed europeo alla Fondazione Querini Stampalia durante la Biennale di Venezia. I nuovi dipinti in bianco e nero e le stele in pietra rivelano il vuoto macrocosmico che è interno all’universo di Appearance of Crosses. Dodici dipinti su legno di tiglio americano di dimensioni identiche sono disposti come una costellazione, trasformando lo spazio espositivo in un vuoto solenne che invita il pubblico che attraversa la mostra alla contemplazione. Per contro, le due stele in pietra incise a rilievo instaurano un dialogo materiale e formale con le incisioni e le pennellate sui pannelli lignei, facendo risaltare l’interazione tra pittura e scultura. Solide, immobili e silenziose, queste immagini di stele non sono reliquie: radicate in una pratica compiutamente contemporanea, esse rispondono alle strutture visive e alle misure temporali della storia della civiltà.”

In un’epoca in cui gli algoritmi e i sistemi globali rischiano di annullare le specificità culturali, il lavoro di Ding Yi propone un diverso tipo di codice: lento, relazionale e incarnato. Questa mostra ci suggerisce come potremmo vivere insieme in un mondo attraversato da crisi sempre più precipitose: prestando attenzione, lasciando spazio alle differenze e ascoltando – nel profondo – le tonalità minori.

Pubblicato da Skira, il volume che accompagna la mostra è pensato come un oggetto critico a sé stante: un libro che rispecchia la logica della mostra, fatta di costellazioni e incontri misurati. Riunendo testi appositamente commissionati, un serrato dialogo curatoriale e un ampio corpus di immagini (tra cui l’allestimento completo nell’Area Scarpa della Fondazione Querini Stampalia e una selezione documentata di opere dagli anni Ottanta agli anni Venti del Duemila), la pubblicazione illustra come struttura, intervallo e reciprocità spaziale riformulino la pratica di Ding Yi attraverso la sua svolta monocroma. Le didascalie rigorose, la cronologia dell’artista e le note di produzione permettono un agevole primo approccio, ma offrono anche un solido riferimento accademico, riuscendo ad articolare l’affinità tra il segno di Ding Yi e la precisione di Scarpa – due pratiche che trasformano i vincoli in equilibrio.

Cosmotecnica: Ding Yi come codice planetario è presentata dalla Fondazione Querini Stampalia con il sostegno di Lisson Gallery e ShanghART Gallery.

Figura di primo piano dell’arte contemporanea cinese, Ding Yi si muove tra pittura, scultura, installazione e architettura. Dalla fine degli anni Ottanta, il suo motivo caratteristico, la croce “+” e la sua variante “x”, ha rappresentato struttura e razionalità, oltre ad essere un linguaggio visivo che indaga l’essenza dell’essere. Con una formazione nelle arti visive e nel design, Ding Yi ha iniziato a sperimentare con l’astrazione nel 1982. Durante gli anni di studio ha sviluppato una chiara visione del proprio modo di dipingere e del tipo di artista che sarebbe diventato. Rifiutando l’Espressionismo e il Surrealismo allora prevalenti in Cina, ha scelto un percorso razionale “libero dall’ideologia”. Profondamente influenzato da artisti occidentali come Piet Mondrian e Frank Stella durante il movimento artistico della “New Wave” del 1985, Ding Yi ha avviato la celebre serie Appearance of Crosses** nel 1988, con l’obiettivo di creare “un’impressione definitiva dell’astrazione”. In quel periodo “progettò” dipinti simili agli schemi usati per realizzare tessuti o coperte, utilizzando righelli e nastro adesivo per eliminare ogni traccia del gesto manuale: composizioni di estrema precisione, costruite attraverso la ripetizione della croce.
Le strutture metodiche di Ding Yi sono animate da colori vivaci, scelti con attenzione, che introducono un elemento di casualità e tensione. Attraverso il colore e la forma, i suoi dipinti diventano una riflessione sulla rapida industrializzazione e urbanizzazione della Cina, e i motivi visivi evocano i QR code o l’acuta sensorialità di una società dominata dall’informazione. Dal 2010, Ding Yi analizza il mondo da una prospettiva più ampia, in cui si mescolano riflessioni sulla condizione umana in generale. Dalle sue opere più recenti trapelano una maggiore luminosità e intensità, oltre ad echi emotivi più profondi.
Le opere di Ding Yi sono presenti nelle collezioni di importanti istituzioni artistiche, tra cui il British Museum di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Metropolitan Museum of Art di New York e il museo M+ di Hong Kong. Ding Yi ha partecipato a importanti mostre internazionali, tra cui la 45. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la prima Triennale Asia-Pacifico e la prima Triennale di Yokohama. Sue mostre personali sono state recentemente allestite in molti musei e gallerie, tra cui Contemporary Gallery Kunming e Anthropology Museum of Yunnan University (Kunming, 2025); Mostyn Contemporary Art Center (Llandudno, Galles, 2025); Château La Coste (Aix-en-Provence, 2024); Ningbo Museum of Art e Huamao Museum of Art Education (Ningbo, 2023); Shenzhen Museum of Contemporary Art and Urban Planning (Shenzhen, 2023); Jebum-gang Art Center e Shide Space (Lhasa, 2022).

Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera sono riconosciuti a livello internazionale come curatori e figure di spicco nel panorama culturale, la cui pratica collega arte contemporanea, tecnologia e reti globali. Formano un duo curatoriale attivo in Europa, nelle Americhe, in Medio Oriente e in Asia e hanno avuto ruoli importanti in mostre, biennali e programmi culturali volti a ridefinire il modo in cui il pubblico si relaziona all’arte, alla cultura digitale e all’apprendimento creativo.
Alfredo Cramerotti è Direttore di mm:museum [media majlis museum] presso la Northwestern University in Qatar e Presidente dell’IKT – International Association of Curators of Contemporary Art, che conta più di 600 membri in tutto il mondo. Oltre al suo ruolo istituzionale, ha diretto più di 150 mostre internazionali e curato progetti per importanti biennali (Biennale Arte di Venezia 2013-2022, Manifesta 8 nel 2010, Sequences VII a Reykjavík nel 2015). Tra i suoi progetti recenti figurano Noor Riyadh (curatore internazionale principale), Art Dubai Digital e Leviathan (57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, in tournée internazionale). È autore di cinque libri, tra cui Aesthetic Journalism (2009) e Hyper-imaging in Art, Media and Visual Communication (in corso di stampa nel 2026). Dirige il Digital Strategies Committee dell’AICA – International Association of Art Critics ed è consulente del British Council, della UK Government Art Collection, del Ministero della Cultura italiano e della Visual Art Commission dell’Arabia Saudita.
Auronda Scalera è direttrice artistica, curatrice, membro di consigli direttivi e docente. Con due decenni di esperienza nell’arte contemporanea, possiede una profonda conoscenza del mercato artistico globale e crea mostre e programmi che integrano arte e tecnologie all’avanguardia. Ha curato o contribuito a mostre internazionali quali AlUla Design Award 2025, Noor Riyadh Festival, Art Dubai Digital, Lumen Prize x Sotheby’s, l’IKT Congress 2025 in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, Web to Verse presso la Manchester Metropolitan University (Regno Unito). Docente alla Kingston University di Londra e all’IESA di Parigi, partecipa regolarmente a raduni culturali (WEF Davos AI House, House of Beautiful Business, Misk Creative Forum) ed è stata chiamata come esperta in arte e cultura (nuove tecnologie) presso la Camera dei Lord del Parlamento britannico. La sua ricerca curatoriale si concentra su arte pubblica, arte digitale e inclusività nelle istituzioni culturali. Fa parte dell’AI & Art Group dell’Alan Turing Institute di Londra e dell’AI & Education Group dell’Università di Oxford. È editorialista per Observer NY e Wired.

La Fondazione Querini Stampalia è tra le più antiche e prestigiose Fondazioni culturali italiane. Nata nel 1869, da oltre centocinquanta anni incarna la visione del suo fondatore, il Conte Giovanni, pioniere audace e visionario che l’ha immaginata come un luogo di ricerca e formazione, di incontro e confronto, di crescita personale e diffusione della conoscenza. Situata nel cuore di Venezia, la Fondazione è un crocevia vibrante dove passato e presente si intrecciano: dalle sue preziose collezioni artistiche alla ricca biblioteca, fino agli spazi ridisegnati da alcuni dei maestri dell’architettura contemporanea come Carlo Scarpa, Valeriano Pastor, Mario Botta e Michele De Lucchi. Un’istituzione coraggiosa, accogliente e curiosa, capace di valorizzare il suo sorprendente patrimonio per conquistare la fiducia delle persone e rendere memorabile ogni visita.
La sua storia prende avvio da una scelta radicale e profondamente innovativa. Giovanni Querini, ultimo erede di una nobile famiglia veneziana, sceglie di mettere a disposizione della collettività la propria casa, la biblioteca e l’intero patrimonio, dando origine a un’istituzione aperta e inclusiva. Una visione lungimirante fondata sulla convinzione che l’arte, la cultura, la conoscenza siano un bene comune, da rendere accessibile a tutti attraverso la formazione, il dialogo e la partecipazione.
Oggi la Fondazione Querini Stampalia rinnova quella vocazione originaria aprendosi con decisione al presente e al confronto internazionale, affermandosi come spazio di sperimentazione culturale, confronto e ricerca, capace di interpretare il proprio patrimonio non come un’eredità statica, ma come una piattaforma dinamica per il pensiero contemporaneo. La direttrice Cristiana Collu crede nella Querini Stampalia come luogo in cui fare il pieno di meraviglia, un vero Wonder Booster, e allo stesso tempo come spazio in cui imparare a sognare con responsabilità il futuro.