Intervista alla compagnia teatrale Motus sul loro nuovo Frankenstein che parla di odio, violenza e adolescenza

Il collettivo Motus torna con [ÒDIO], secondo movimento del progetto ispirato a Frankenstein. Tra teatro, cinema e indagine sociale, Daniela Nicolò ci racconta un lavoro che rilegge il classico da una prospettiva estremamente contemporanea

Non è una semplice riscrittura di Frankenstein, né un adattamento teatrale. Il nuovo progetto dei Motus, [ÒDIO], secondo movimento di un percorso iniziato con A Love Story, è piuttosto un dispositivo complesso che attraversa linguaggi, corpi e comunità per interrogare il presente a partire da una domanda radicale: cosa significa oggi odiare? A raccontarlo è Daniela Nicolò, che insieme a Enrico Casagrande guida da oltre trent’anni uno dei collettivi più rilevanti della scena contemporanea.

Le riprese delle interviste del film documentario [ÒDIO]
Le riprese delle interviste del film documentario [ÒDIO]

Motus e Frankenstein oggi: da dove nasce [ÒDIO]

È circa dal 2022 che ricerchiamo e accumuliamo materiali attorno al magnifico romanzo della diciottenne Mary Shelley”, spiega Nicolò ad Artribune. Un lavoro che parte, come spesso accade per Motus, da un’indagine teorica stratificata: studi critici, iconografia, pensiero femminista. Ma ciò che emerge non è tanto l’interesse per il testo in sé, quanto per ciò che genera, “forse è lo studio della non conformità, delle divergenze e dell’insorgenza che ne consegue, che ci accompagna da tutta la vita”, racconta la regista. Nel primo movimento del progetto, la compagnia aveva già riportato in scena la figura di Mary Shelley, accanto alla creatura e al suo creatore, mettendo al centro la tensione originaria tra amore e rifiuto. Una tensione che ora si radicalizza. Infatti, come spiega Daniela Nicolò: “Il rifiuto e la brutalità trasformano questa creatura appassionata in un crudele assassino. Ed è su questa crepa profonda che poggia il secondo movimento”.

Teatro e cinema insieme: cos’è davvero [ÒDIO] di Motus

[ÒDIO] nasce come un oggetto ibrido, che Motus definisce un film performato. Il processo è inverso rispetto a quello teatrale tradizionale: prima le riprese, realizzate in Calabria nel 2025, poi la costruzione scenica. “Siamo partiti da una sceneggiatura situazionista, non dettagliata. Erano più i luoghi e le condizioni a guidarci”, racconta Nicolò. “Dopo il montaggio, ho iniziato a scrivere la scena direttamente sulle immagini”. Il risultato è una composizione frammentaria, che la compagnia stessa definisce uno “spettacolo Frankenstein”. La regista afferma: “Abbiamo smembrato e riassemblato la storia, facendola esplodere su più schermi, come i pezzi del corpo della creatura”. Il paesaggio cambia radicalmente: niente ghiacci artici, ma un mondo arido e apocalittico, attraversato da incendi, guerre e droni. In questo scenario, il mare diventa presenza centrale, quasi un personaggio, come spiega la regista “brilla all’alba e si incupisce al tramonto, risucchia e sputa i corpi estenuati della creatura e del dottor Frankenstein”.

Motus fa raccontare l’odio da chi lo attraversa

Il cuore politico del progetto emerge però nel lavoro documentario che accompagna la performance. Motus ha costruito una serie di interviste coinvolgendo adolescenti e giovani in diversi contesti sociali, senza selezioni o casting. “Abbiamo individuato dei luoghi – centri di accoglienza, scuole, spazi culturali – e iniziato un dialogo”, racconta Daniela Nicolò. A tutti viene posta la stessa serie di domande, nate da un’osservazione critica del presente e da alcune questioni chiave del romanzo. Il risultato è una molteplicità di voci che mette in crisi ogni narrazione semplificata.

Pensavamo sarebbe stato difficile conquistare fiducia”, ammette Nicolò. “invece è stato come spalancare porte chiuse da troppo tempo”. Ciò che emerge è un bisogno urgente di ascolto da parte dei giovani. E forse proprio qui si trova uno dei punti più sorprendenti del progetto, infatti, la regista riferisce che “pur essendo un film sull’odio, in tanti ci hanno detto che straborda di amore e generosità”.

Perché Motus parla di odio (e non di amore)

L’obiettivo non è offrire risposte, ma complicare le domande. Nicolò cita esplicitamente il lavoro della teorica Seyda Kurt: “Quando si parla di odio, bisogna chiedersi: chi odia? perché? quali rapporti di potere sono in gioco?”. [ÒDIO] si muove esattamente in questa direzione, provando a leggere l’odio non solo come distruzione, ma come possibile forma di reazione, infatti, come riporta la regista: “Vorremmo invitare ad abbandonare le risposte semplificatrici e coglierne anche il valore trasformativo e insorgente”. In questo senso, la creatura di Frankenstein diventa figura politica: il suo odio nasce “dal basso”, come risposta alla violenza subita. Una condizione che risuona con molte soggettività contemporanee, marginalizzate, escluse, stigmatizzate, ma anche con il caos emotivo delle nuove generazioni. “Qualcosa di simile abita tanti adolescenti di oggi”, osserva Nicolò, in un contesto in cui episodi di violenza sembrano moltiplicarsi. “Vogliamo indagare, senza trarre conclusioni, ma condividendo nuove domande”.

Un giovane intervistato per il film documentario [ÒDIO]
Un giovane intervistato per il film documentario [ÒDIO]

Dopo [ÒDIO]: nuovo progetto alla Biennale Teatro

Lo sguardo è già rivolto al futuro. Il prossimo progetto porterà Motus alla Biennale Teatro di Venezia il 17 e il 18 giugno, con aka Jolly Roger, testo della giovane drammaturga Bruna Bonanno. Al centro, la figura della bandiera pirata come simbolo di comunità in lotta, “All’ombra di una bandiera con un teschio che balla, il testo si interroga su cosa sia necessario dirsi prima di compiere un’azione rivoluzionaria e su quali siano le condizioni di possibilità̀ e di pensiero da immettere nelle lotte”, spiega Nicolò. Un immaginario che attraversa storia e contemporaneità, dal Manifesto di Ventotene alle radio pirata, fino alle attuali pratiche di attivismo.

Un teatro come ecosistema

Accanto alla creazione artistica, Motus continua a lavorare sulla costruzione di contesti. “è importante mantenere la biodiversità nell’ecosistema delle arti dal vivo”, afferma Nicolò, criticando un sistema teatrale spesso rigido e centralizzato. Da qui nascono progetti come Supernova e Casa Motus, pensati come spazi di ricerca, incontro e produzione. Secondo il collettivo “non basta un solo teatro stabile per città: servono spazi informali, diffusi, capaci di sostenere davvero i linguaggi contemporanei”. Con [ÒDIO], Motus costruisce un’opera che rifiuta ogni semplificazione. La creatura di Frankenstein continua a muoversi tra amore e violenza, desiderio e rifiuto, senza possibilità di risoluzione. Ed è forse proprio in questa tensione irrisolta che il lavoro trova la sua forza: nel restare dentro il conflitto, senza addomesticarlo.

Noemi Ruggeri

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