L’antropologia visiva di uno dei più grandi fotoreporter del Novecento in mostra a Roma
Sono dispositivi che attivano la memoria senza risultare stucchevoli o nostalgici le opere di Domenico Notarangelo che, alla Fondazione Carlo Levi, raccontano la Basilicata tra tradizione e contemporaneità
Offre l’occasione di rileggere uno dei capitoli più significativi della fotografia documentaria italiana del Secondo Novecento la mostra dedicata a Domenico Notarangelo (Sammichele di Bari 1930 – Matera 2016), alla Fondazione Carlo Levi Roma: quello legato alla rappresentazione del Mezzogiorno e, nello specifico, della Basilicata.
Le immagini raccolte sotto il titolo: Il popolo lucano di Carlo Levi. Memoria e fotografia di Domenico Notarangelo, non costituiscono semplicemente una sequenza di ritratti o di scene di vita quotidiana, ma si configurano come un dispositivo visivo complesso, in cui fotografia, memoria e coscienza civile si intrecciano per restituire la fisionomia di una comunità storicamente marginalizzata.

La ricerca di Domenico Notarangelo alla Fondazione Carlo Levi di Roma
Il lavoro di Notarangelo si inserisce in maniera preponderante nel solco culturale aperto da Carlo Levi, la cui esperienza lucana – resa celebre dal libro Cristo si è fermato a Eboli (1945) – aveva già contribuito a portare all’attenzione nazionale la realtà sociale e antropologica della Basilicata e del meridione in genere, generando un seme che produsse anche inchieste quasi in parallelo, come quelle di Danilo Dolci per la Sicilia. Tuttavia, mentre lo sguardo di Levi si configurava come quello di un intellettuale “esterno”, giunto in Lucania attraverso l’esperienza dell’esilio politico, quello di Notarangelo appare più interno, radicato nella stessa trama culturale, psicologica e sociale che le fotografie intendono raccontare. Questa prossimità produce immagini che non hanno il carattere della scoperta esotica, ma piuttosto quello della testimonianza partecipata.

L’intensità della mostra di Notarangelo a Roma
La mostra restituisce con particolare intensità il volto umano della civiltà contadina lucana fra 1960 e il 1975. I ritratti, spesso frontali e ravvicinati, insistono sui segni del tempo incisi nei volti: rughe profonde, sguardi diretti, posture ferme. In molte fotografie compaiono donne anziane avvolte nell’abito nero del lutto, vicine a quella dimensione stratificata, che la morte produce in sé. Non si tratta, tuttavia, di una semplice tipologia etnografica: attraverso l’uso di una composizione sobria e di una luce naturale priva di artifici, Notarangelo costruisce una relazione di prossimità con i soggetti ritratti, restituendo loro una dignità che sfugge alle rappresentazioni stereotipate del Sud come luogo esclusivamente segnato da arretratezza e fatalismo.
Il dialogo tra la fotografia di Notarangelo e l’antropologia di De Martino alla Fondazione Carlo Levi
Da questo punto di vista, le fotografie dialogano implicitamente con le riflessioni antropologiche di Ernesto De Martino, che proprio nel Mezzogiorno aveva individuato uno dei luoghi cruciali per comprendere la fragilità della “presenza” dell’uomo nella storia. Nei volti fotografati da Notarangelo si può intravedere qualcosa di simile a quella tensione tra precarietà e resistenza che De Martino aveva descritto nei suoi studi: la fatica dell’esistenza quotidiana convive con una forma di dignità silenziosa, che emerge nello sguardo diretto verso l’obiettivo o nella compostezza dei gesti.
La dimensione del tempo vissuto nelle immagini di Notarangelo
Allo stesso tempo, la mostra evita di trasformare il mondo contadino in una reliquia nostalgica. Accanto ai ritratti delle generazioni più anziane compaiono infatti immagini che suggeriscono la continuità della vita sociale: momenti di incontro, gesti quotidiani come il lavorare a maglia o conversare lungo una strada del paese. Questi elementi introducono una dimensione narrativa che rompe la fissità del ritratto e restituisce la fotografia alla dimensione del tempo vissuto.
Nel complesso, il lavoro di Notarangelo può essere letto come una forma di “antropologia visiva” ante litteram, in cui l’immagine fotografica diventa uno strumento di conoscenza sociale. Senza ricorrere a effetti spettacolari o a strategie estetiche complesse, il fotografo costruisce un archivio di volti e di gesti che racconta una civiltà nel momento delicato della sua trasformazione storica, tra permanenza delle tradizioni e progressivo mutamento delle condizioni economiche e culturali.
Le fotografie come dispositivi di memoria alla Fondazione Carlo Levi di Roma
La mostra della Fondazione Carlo Levi consente dunque di rileggere queste fotografie non soltanto come documenti del passato, ma come dispositivi di memoria che interrogano ancora oggi il rapporto tra rappresentazione e realtà sociale. In un’epoca in cui il Sud continua a essere spesso oggetto di narrazioni semplificate o stereotipate, lo sguardo di Domenico Notarangelo mantiene una sorprendente attualità: non perché idealizzi il mondo che fotografa, ma perché riesce a restituirne la complessità umana, facendo emergere nei volti e nei gesti quotidiani la traccia profonda di una storia collettiva.
Fabio Petrelli
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati