I quasi sessant’anni di carriera del leggendario gallerista Enzo Cannaviello. Intervista a tutto campo

Da Caserta, nel 1968, a Roma, fino a Milano dove è al suo quinto spazio espositivo. L’odio per le fiere, l’amore per la pittura, il femminismo. La storia del gallerista Enzo Cannaviello e del suo “Studio d’Arte” raccontata in questa intervista

Nel 2018 la galleria Studio d’Arte Cannaviello ha compiuto 50 anni e nel 2025 ha festeggiato aprendo il quinto nuovo spazio milanese, in Via Pagliano, in zona Amendola, seguendo quello di Piazzetta Bossi e la storica sede di Via Stoppani. Ma le vicende di Enzo Cannaviello e del suo “Studio” partono da Caserta nel 1968 e attraversano Roma, con un amore incrollabile per la pittura, i Nuovi Selvaggi, soprattutto, e l’arte tedesca in generale. Abbiamo ripercorso qui insieme a lui la storia, in una conversazione a tutto campo. Mentre si svolge (fino al 18 aprile 2026) in galleria una importante esposizione dedicata a Mimmo Rotella, nei vent’anni dalla scomparsa dell’artista.

Enzo Cannaviello con una scultura di Martin Disler, 1994
Enzo Cannaviello con una scultura di Martin Disler, 1994

Intervista ad Enzo Cannaviello

Da Caserta a Roma, da Roma a Milano. Ripercorriamo la storia della galleria, che oggi ha una nuova sede.
Sono al nono nuovo spazio. La galleria è sempre la stessa, ma ho avuto due sedi a Caserta, dove ho inaugurato con una mostra di Mimmo Paladino, due a Roma e poi cinque a Milano.

Addirittura? Quindi le manca la decima…
Eh no!

Come no!?
Visto che abbiamo acquistato i locali credo proprio che non cambieremo più. Anche mio figlio, che probabilmente mi succederà, prendendo in mano le redini della galleria resterà qui.

Lei ha aperto nel 1968. Perché ha cominciato ad occuparsi d’arte?
In realtà solo per caso. Mia moglie faceva l’artista e collaborava con la Modern Art Agency (la prima galleria di Lucio Amelio, ndr.), e quindi io cominciai a frequentare l’ambiente per accompagnare lei. Da lì mi avvicinai anche alla storica Libreria Guida a Port’Alba, che ogni settimana ospitava un critico d’arte, anche da Milano. E non mi sono perduto, praticamente ho fatto una scuola per conto mio. D’altra parte, quando ero ragazzo lo IULM, la scuola che ha fatto il mio assistente Dario, non esisteva e quindi mi sono dovuto formare per conto mio…

E sua moglie?
Il suo nome è Maria Teresa Corvino. Però poi si è ritirata dall’attività di artista.

Perché?
Perché non voleva fare la moglie del gallerista e passare per raccomandata. Ma era un’artista molto promettente…

Quindi la sua formazione è napoletana…
Si, anche se non condivido nulla con Napoli.

In ogni caso ha aperto a Caserta.
Ben due sedi. Una era al primo piano. Ma è durata poco perché nel 1971 mi sono trasferito a Roma.

Perché è andato via da Caserta?
Perché l’ambiente non mi consentiva di svilupparmi, non c’era mercato… era impossibile. I galleristi non fanno solo teoria, ma anche attività finanziaria. E lì era impossibile. Cioè, un po’ in tutta la Campania, non solo a Caserta – anche nelle altre province a parte Napoli, non ci sono proprio gallerie d’arte.

A Roma che ha fatto?
Ho aperto due gallerie, entrambe centralissime. La prima a Largo Argentina, nel cortile del Teatro Argentina. La seconda a Piazza de’ Massimi, che è una sacca di Piazza Navona, a 10 metri da lì. Forse la più bella che abbia avuto tra le gallerie. Però Roma è sì la capitale d’Italia, ma non è la capitale del mondo dell’arte o comunque del mercato dell’arte, no? E perciò sono andato a Milano, la mia città.

“La mia città”… si sente milanese dunque?
Certo. Sono diventato milanese e nessuno mi sradicherà da qui. E forse amo questa città più di quella in cui sono nato.

In effetti lei ha sempre creduto molto nella città di Milano, manifestando un grande amore. Ma le piace ancora?
Sempre!

Motivi?
Perché rimane la migliore in Italia, fra le migliori in Europa. Lo dimostra il fatto che adesso molti stranieri vengono qui – mi pare che negli ultimi due anni si siano trasferiti 20.000 inglesi a Milano, perché la trovano una città più vivibile dove si pagano meno tasse. Ed è la migliore città d’Italia sotto tutti i punti di vista. E quindi mi sono radicato qui, mio figlio lavora qui, e probabilmente in futuro sarà lui il direttore della galleria.

E in generale, per l’arte?
Milano è l’unico mercato italiano dell’arte. E a parte il mercato è l’amore per l’arte che è maggiore. C’è un solo problema, non ha ancora un museo degno di questo nome. Ci sono molti privati che fanno cose importanti, ma ci vuole un museo della città e questa Amministrazione non fa niente. È l’unica città d’Europa che non ha un museo d’arte contemporanea.

Beh, c’è il Museo del Novecento, con il PAC e la GAM… per lei non sono sufficienti?
Assolutamente no. Ci vuole proprio un museo d’arte contemporanea. In ogni caso a Milano ci sono molte gallerie importanti. Si è aggiunta perfino Ropac, quindi si conferma la capitale.

Tornando indietro, lei è stato tra i primi in Italia a credere nella pittura Neoespressionista tedesca. Che cosa ha visto nell’arte di questi artisti?
Innanzitutto, bisogna precisare che io seguo da sempre la pittura. Cioè seguo l’evoluzione della pittura, ma sono rimasto legato alla bidimensionalità. Perché oggi, se ci pensa bene, la bidimensionalità è rara. Alla Biennale c’era un artista che ha costruito le opere con i tubi innocenti (Massimo Bartolini, ndr), no? E lei lo saprà certamente. Ecco, io questo tipo di arte non l’ho mai abbracciata. Sono legato alla bidimensionalità, al colore e alle forme, ovviamente non necessariamente figurative. Per un certo periodo mi sono legato ai tedeschi, ai Nuovi Selvaggi. La tradizione tedesca è molto forte, pittoricamente molto importante. Nel noto libro di Don Thompson (Lo squalo da 12 milioni di dollari), il primo artista al mondo è Jasper Johns, il secondo è Gerhard Richter che è tedesco. E poi ce ne sono molti altri di tedeschi, Georg Baselitz, ad esempio; è una pittura molto forte.

E ora?
In questo momento non c’è molto all’orizzonte in Germania, ma c’è stato quel movimento dei Nuovi selvaggi negli Anni Ottanta (Neuen Wilden) che è stato molto forte, che passerà alla storia come una svolta, realizzata tuttavia con mezzi tradizionali… Questo per dimostrare che si può fare una rivoluzione anche con la tela e il pennello. Per questo che non sono d’accordo con le esperienze contemporanee oggettuali. Questo almeno è il mio parere.

Lei però ha realizzato anche le prime mostre in Italia di Robert Longo, di David Salle, di Gérard Garouste.
Anche Mimmo Paladino ha fatto la prima mostra da me a Caserta, la prima della sua vita. E poi ho scoperto Carlo Maria Mariani, che adesso (è morto nel 2021) sta diventando di moda. Ora si inaugura una sua mostra a Napoli, al Museo Capodimonte. Mariani l’ho scoperto io e l’ho convinto a fare la pittura perché ho visto in lui delle capacità incredibili. Infatti, ha seguito i miei consigli ed è diventato pittore. Gli ho fatto un paio di mostre a Roma e una a Milano. Ora tutti lo considerano importante, un artista storico.

Lei ha lavorato parecchio anche con un Luigi Presicce agli esordi.
Sì, ho sperimentato con parecchi giovani. Poi c’è chi riesce a migliorare e chi invece si ferma. Ma poi la storia parlerà, no?

Beh, Presicce ormai è considerato un maestro.
Sì, esatto, poi la storia parlerà e si vedrà. Però fra questi giovani che ho sperimentato, molti non si sono ancora affermati a livello commerciale. Però Presicce era fra i più interessanti.

Segue ancora il suo lavoro?
Sì, sì. Poi mi sono dedicato alla pittura tedesca e quindi prevalentemente ho fatto gli artisti di lingua tedesca. Anche la Svizzera e l’Austria mi hanno interessato, ad esempio con Hermann Nitsch, Friedensreich Hundertwasser, Maria Lassnig, praticamente gli artisti austriaci più importanti. E in Svizzera Martin Disler.. tutti…Ma i Nuovi Selvaggi soùno quelli che mi sono rimasti nel cuore: Fetting, Middendorf, Hödicke, Neuhaus….

Però non sono sempre stati dei tempi facili per la pittura, almeno in Italia.
No, assolutamente no, perché il concettuale avanzava e quindi la pittura era ritenuta una cosa come si può dire, arretrata, non saprei come spiegare altrimenti. Ma per un certo pubblico; per un altro era invece avanguardia. Però alla fine la storia mi ha dato ragione.

Ma ora che si assiste a un ritorno internazionale alla pittura e anche alla figurazione, lei si sente rinfrancato delle sue convinzioni?
Sì, assolutamente. La personale ora in corso (fino al 18 aprile) è dedicata a Mimmo Rotella. Rotella offre una figurazione per modo di dire, come tutti sanno strappa i manifesti, ma crea nuove forme accostando queste lacerazioni tra loro. La prossima mostra sarà invece dedicata proprio ad un pittore Hao Wang che vive tra Milano e Shanghai. La prima volta l’ho esposto quattro anni fa, mi ricordo – ha studiato all’Accademia di Brera, quindi ormai è milanese anche lui!

Lei ha sempre espresso una grande perplessità rispetto al mondo delle fiere. Ci spiega perché? Sempre. Sono un nemico delle fiere, anche se ho partecipato alle prime edizioni di Basilea soprattutto, perché ovviamente era la manifestazione più importante al mondo. Poi mi sono ritirato perché per me rappresentano la negazione dell’arte. L’arte ha bisogno di concentrazione, di silenzio, di musei, di gallerie d’arte. Non di quel casino, scusi il termine. Con le luci sbagliate, la folla che non ti fa vedere niente, con gli spazi ristretti negli stand. È la negazione per me e mi sono ritirato e non le farò mai più.

Quale è stata l’ultima fiera che ha fatto?
Art Basel, non ricordo la data, ma parliamo di 15 anni fa.

Ma quando era Presidente dell’Associazione Nazionale delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea ha condiviso queste perplessità con i colleghi?
In quel periodo ho fatto parte della commissione giudicatrice dell’Artefiera di Bologna, cioè di quelli che accettano i galleristi che fanno domanda di adesione alla manifestazione. Per cui sono stato costretto a frequentare una fiera, anche ad invitare i colleghi. Va detto però che la manifestazione era un modello allora. Poi mi sono sganciato, anche perché ho fatto il presidente per tre mandati che era poi il massimo consentito dallo statuto di ANGAMC.

Questa settimana c’è miart. Ci va?
A vedere la fiera no, non credo. Ma a Basilea continuo ad andarci, perché lì ci sono le gallerie più importanti del mondo.

E chi sono stati nel corso della sua carriera i suoi compagni di strada?
In primis Giovanni Testori, lo scrittore. Mi ha sempre supportato: scriveva di tutte le mostre che presentavo sul Corriere della Sera. Quando è morto sul Corriere non sono mai più uscito, Ma nemmeno una volta. Non lo so, forse una reazione degli altri che vedevano che Testori parlava solo di me. E poi c’è stato Carlo Monzino, il collezionista. Un grande. Amava molto la pittura.

Non ci sono però molte donne artiste nella sua scuderia. Non le piace come dipingono le signore?
Macchè, io sono un femminista a oltranza. Il più agguerrito. Ho fatto le mostre con alcune artiste, ma non sono andate avanti. Ma non è detto che non riprenda a farne, perché ci sono delle tedesche molto promettenti.

Perché non sono andate avanti secondo lei?
Perché c’è l’antifemminismo che è fortissimo. Perché tutti pensano che un’artista donna non possa farcela sul mercato. E la gente pensa sempre al mercato, alla borsa. Ed è così perché in America qualcuna è uscita eccome, ma è ancora molto poco, molto poco.

Cioè quindi lei dice che le donne non sono sostenute abbastanza dal mercato come i colleghi uomini…
Le donne sono troppo rivoluzionarie e quindi incomprese. Gli uomini vengono più apprezzati e quindi si affermano di più. È incredibile. E purtroppo passerà ancora del tempo, ma ormai ci stiamo avvicinando al tempo in cui ci sarà la vera parità. Anche in politica. Forse io non lo vedrò, ma non trascorrerà ancora molto tempo.

Come pensa invece che sia cambiato il mercato dell’arte oggi rispetto a quando lei ha cominciato?
Non penso che ci sia stato un grande cambiamento. Il collezionista cerca sempre l’affare, no? Cerca sempre l’artista che valga di più, cosa che avviene al 90% dei casi. Però si guarda più l’aspetto economico che quello culturale. Questo c’è ancora, non è mai cambiato.

Vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa?
Sì, quello del mio rapporto con il Corriere della Sera. Non parla più di me dalla morte di Testori (1993). Non è possibile che nessuna mostra interessi alla redazione. Mi ignorano.

Ma la pagina di Milano o il Nazionale?
Entrambe. Tutte e due. Ma proprio niente. Zero. Ho fatto delle cose importantissime. La mostra di Rotella che ho adesso, manco un museo l’ha fatta… Possibile che nessun critico del Corriere si accorga di questa galleria?

Se avesse venti anni oggi farebbe ancora il gallerista?
Sì. È la mia passione, sì. Anche perché, diciamolo, tutti quelli che ho scoperto hanno avuto successo. Tutti quanti. E quindi vuol dire che ho qualcosa, scusi la modestia, intuisco il mondo dell’arte. Pensi a Maria Lassnig, un’artista che non conosceva nessuno. Le ho fatto la mostra in via Stoppani. E oggi è una delle più grandi artiste al mondo. O Urs Lüthi, sono stato il primo a esporlo. E poi naturalmente ci sono i tedeschi: Baselitz, Sigmar Polke, tutti si sono affermati.

E tra gli italiani?
Eh, io con gli italiani sono un a po’ a terra. D’altra parte, nella lista di Thompson l’unico che si è affermato a livello internazionale è Maurizio Cattelan, ma a me non piace, non amo quel tipo di arte. Ma tra quelli che ho presentato in galleria posso citare Mimmo Paladino. Ma ho esposto anche Michelangelo Pistoletto. O Presicce di cui si diceva prima. E Alighiero Boetti e Mimmo Germanà

Santa Nastro

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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