Händel al Teatro dell’Opera di Roma: uno spettacolo che dice molto sulla Capitale oggi
Lo spettacolo diretto da Gianluca Capuano sull’oratorio composto dal musicista settecentesco tedesco racconta in realtà molto sulla bellezza di una Capitale che oggi ha bisogno di essere governata
Il trionfo del Tempo e del Disinganno torna nella città in cui nacque con la regia di Robert Carsen, la direzione di Gianluca Capuano e una produzione solida del Teatro dell’Opera di Roma. Ma il punto non è solo musicale: questo primo capolavoro romano di Georg Friedrich Händel (composto nel 1707 in italiano) oggi funziona anche come allegoria molto concreta della capitale, sospesa fra immagine, prestigio e difficoltà di trasformare la bellezza in progetto.
Händel al Teatro Costanzi di Roma
Ci sono titoli che si programmano per obbligo di repertorio. E ce ne sono altri, ben scelti, che, quando arrivano, sembrano chiamare in causa direttamente la città che li ospita. Il Trionfo del Tempo e del Disinganno appartiene a questa seconda specie. Al Teatro Costanzi, dal 7 al 14 aprile, il primo grande Händel romano torna dove nacque, e lo fa con una squadra che chiarisce subito l’ambizione dell’operazione: Gianluca Capuano sul podio, Robert Carsen alla regia, Gideon Davey per scene e costumi, Peter van Praet alle luci, Rebecca Howell ai movimenti, RocaFilm ai video, con Johanna Wallroth, Anna Bonitatibus, Raffaele Pe ed Ed Lyon. In collaborazione con il Salzburger Festspiele. Non un recupero ornamentale, ma teatro vivo.

Il teatro vivo a Roma
La prima buona notizia è proprio questa: la produzione non tratta Händel come un oggetto prezioso da maneggiare con deferenza museale. Lo prende sul serio. E prendere sul serio Il trionfo significa accettare che qui non c’è una trama nel senso consolatorio del termine. Nessuna azione forte, nessuna vera peripezia, nessun meccanismo drammatico tradizionale. Ci sono invece bellezza, piacere, tempo e disinganno: quattro figure che sulla carta rischiano l’astrazione, e che invece qui diventano forze sceniche leggibili, perfino familiari. La bellezza che si espone. Il piacere che seduce. Il tempo che erode. Il disinganno che alla fine presenta il conto.
Tempo, disinganno, bellezza, piacere al Teatro Costanzi
Carsen lavora bene proprio dove sarebbe stato più facile sbagliare. Non aggiunge attualizzazioni di maniera, non impone una tesi estrinseca, non “modernizza” il testo con quegli ammiccamenti che spesso servono solo a rassicurare il pubblico sulla contemporaneità del classico. Fa qualcosa di meglio: riconosce che il contemporaneo è già lì. L’impianto allegorico diventa allora una macchina dell’immagine, del consumo di sé, della seduzione pubblica. Bellezza smette di essere soltanto una figura morale e diventa una presenza al tempo dei social, esposta, osservata, manipolata. Piacere non è un principio astratto, ma il sistema stesso della gratificazione, e della perdizione, continua. Tempo e Disinganno entrano così in scena come le due presenze che la civiltà della performance vorrebbe rimuovere. Non è un’idea forzata. È il nervo stesso dell’opera portato allo scoperto.

La regia di Capuano
Capuano, sul versante musicale, evita l’altro rischio classico del barocco ben fatto: quello di diventare o calligrafia o ginnastica. Da una parte il museo, dall’altra la palestra. Qui invece la musica tiene. Respira, incalza, non si limita ad accompagnare una disputa morale ma la fa accadere. È un punto decisivo, perché in Il trionfo il dramma non coincide affatto con una edificante vittoria della virtù sul vizio. Coincide con qualcosa di più scomodo e più vero: il momento in cui l’illusione dell’autosufficienza comincia a incrinarsi. Ed è lì che Händel diventa teatro, non illustrazione.
La Roma descritta da Händel
Merita di essere detto con chiarezza che questo risultato non cade dal cielo. Il Teatro dell’Opera di Roma, su questo titolo, mostra una qualità che non appare più episodica. E qui il giudizio artistico incrocia inevitabilmente quello istituzionale. Va dato atto a Roberto Gualtieri, nella sua funzione di Presidente della Fondazione, di aver sostenuto la conferma di Francesco Giambrone fino al 2030. Non è una pratica di ordinaria amministrazione: è una scelta di continuità, e a Roma la continuità è già di per sé una notizia. Soprattutto quando serve a consolidare un’identità, un profilo, un posizionamento che il Costanzi oggi mostra con evidenza anche fuori dai confini cittadini. In una capitale che troppo spesso cambia mentre qualcosa sta finalmente iniziando a funzionare, la decisione ha un valore che va oltre il perimetro del teatro.
Poi però arriva Roma. E qui, inevitabilmente, occorre un cambia di scala. Perché Händel scrive questo lavoro in una città che era su una soglia anche allora complessa: non più la Roma del pieno slancio barocco, non ancora una capitale moderna nel senso europeo del termine. Una città ancora potentissima sul piano simbolico, ricchissima di committenze, di cerimoniale, di prestigio, ma già meno sicura della propria centralità materiale. Una città cardinalizia e teatrale anche quando il teatro, per ragioni morali e politiche, doveva travestirsi da oratorio. Non stupisce che proprio lì potesse nascere un’opera dove Tempo e Disinganno non sono semplici astrazioni, ma i veri protagonisti.
Cosa ci insegna Händel sulla Roma di oggi
Ed è difficile non vedere, in controluce, similitudini con la Roma di oggi. Anche la Roma del 2026 è una città di soglia. Ha appena attraversato una stagione di massima esposizione simbolica. Ha ribadito il proprio rango religioso, culturale, mediatico. Ma i grandi eventi, per definizione, stanno sempre dalla parte del Piacere: portano luce, attenzione, movimento, reputazione. Il punto viene dopo. Quando arrivano Tempo e Disinganno e chiedono il rendiconto. Che cosa resta davvero? Restano istituzioni più forti? Restano procedure migliori? Restano luoghi culturali più connessi tra loro? Resta una relazione più seria tra centro e periferie? Resta una città più affidabile, oltre che più fotografata? Oppure resta ancora una volta soprattutto la rendita simbolica di essere stati scenario perfetto di qualcosa di enorme?
Sarebbe scorretto sostenere che non si stia facendo nulla. Lo stesso Teatro dell’Opera, con il suo sistema di coproduzioni, con la cura del proprio profilo artistico, con una visibile ambizione internazionale, è già parte di una risposta. Ma un caso riuscito non basta ancora a fare sistema. Roma continua ad avere quasi tutto, quasi troppo: patrimonio, archeologia, cinema, musica, teatri, accademie, fondazioni, università, un capitale simbolico che poche città europee possono vantare. Quello che ancora manca è il passaggio più difficile: trasformare questa abbondanza in una politica culturale urbana davvero matura. Una politica che tenga insieme patrimonio e contemporaneo, turismo e cittadinanza, grandi eventi e vita ordinaria, centralità internazionale e uso quotidiano della città. In altre parole: una politica che non si limiti a valorizzare la bellezza, ma impari finalmente a governarla.
Uno spettacolo che ci insegna molto sul presente
È qui che uno spettacolo come questo diventa, paradossalmente, più utile di molti convegni sulla città. Perché non impartisce lezioni, non produce slogan, non redige piani strategici. Però suggerisce una disciplina dello sguardo. Dice che l’immagine, da sola, non salva nulla. Che il prestigio o si converte in progetto oppure si consuma. Che il passato, se non viene rimesso al lavoro, diventa soltanto fondale. A Roma questo punto è cruciale, perché la bellezza è insieme la sua forza e il suo alibi più tenace. La città dispone sempre di una rovina più eloquente, di una prospettiva più nobile, di una luce più seduttiva delle altre. Ma proprio per questo rischia più facilmente di confondere l’evidenza del proprio fascino con la qualità del proprio governo. Händel, qui, dice qualcosa di estremamente utile al contesto romano: la bellezza senza tempo si usura, e la bellezza senza disinganno si trasforma in retorica. Roma non rischia di essere meno bella. Rischia, semmai, di essere meno credibile.
Roma e le politiche culturali
L’ambizione ragionevole, allora, non dovrebbe essere quella di imitare altri modelli di capitale culturale, magari più efficienti ma meno stratificati. Dovrebbe essere più romana e più concreta: fare del proprio deposito di storia un sistema contemporaneo coerente. Più connessioni tra istituzioni. Più produzione e meno sola ospitalità. Più rapporto tra cultura e vita dei residenti. Più attenzione ai quadranti esterni non come appendice sociale, ma come geografia reale di pubblico e di creazione. Più continuità nei vertici, meno sussulti da emergenza permanente. Più cultura come infrastruttura urbana e meno cultura come decorazione reputazionale.
Da questo punto di vista, il Costanzi oggi offre almeno un indizio concreto. Fa vedere che quando una istituzione sceglie bene, difende il lavoro, costruisce alleanze serie e non ha complessi nel parlare al presente, allora il passato non pesa: produce. È ciò che il Sovrintendente e la sua squadra rendono visibile qui, insieme a Carsen e Capuano. Ma è anche il risultato di una cornice pubblica che in questa fase ha accompagnato il teatro con una linea di responsabilità riconoscibile: Gualtieri come Presidente della Fondazione e Massimiliano Smeriglio come assessore alla cultura di Roma Capitale. Non per distribuire medaglie, ma perché anche da qui passa una domanda ormai inevitabile: se Roma sia pronta a considerare la cultura non come l’elegante contorno della propria grandezza, ma come una delle forme principali del proprio governo.
Alla fine Il Trionfo del Tempo e del Disinganno lascia una sensazione non frequentissima: quella di uno spettacolo che intrattiene, istruisce e punge. E consegna a Roma una verità che ha il pregio delle cose semplici e il difetto delle cose difficili da praticare: il vero trionfo non è quello dell’immagine. È quello di una bellezza che accetta di misurarsi con il tempo di chi la vive e di chi la ama.
Paolo Cuccia
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