La vulnerabilità vista dallo sguardo di due artiste in mostra in Romagna
La galleria Vero Stoppioni a Santa Sofia in provincia di Forlì, propone un dialogo visivo tra Claudia Amatruda e Carla Giaccio Darias che, con le loro opere, mettono in crisi l’idea di corpo, configurando, tra frammenti, archivi e relazioni invisibili, la vulnerabilità come una condizione condivisa
All’interno della terza edizione della rassegna Un Problema del Genere -Vulnerabilità plurale, la mostra Corpi invisibili, fuori controllo, presso la Galleria d’Arte Contemporanea Vero Stoppioni di Santa Sofia, si impone come uno dei momenti più densi dell’intero programma. Non tanto per la volontà di tematizzare la vulnerabilità, categoria diffusa e talvolta abusata nel discorso contemporaneo, quanto per il tentativo di sottrarla a una retorica della fragilità, restituendola invece come condizione relazionale e irriducibilmente ambigua.
La bipersonale di Claudia Amatruda (Foggia, 1995) e Carla Giaccio Darias (Roma, 1998) si inscrive in un campo di ricerca in cui il corpo si configura come esito di una pluralità di dispositivi di esposizione.

La ricerca di Claudia Amatruda alla Galleria Vero Stoppioni di Santa Sofia
Nel lavoro di Claudia Amatruda, il corpo è innanzitutto esperienza situata, messa alla prova. Attraverso fotografia, scultura e video, l’artista mette in scena una corporeità esposta al rischio, spesso immersa in paesaggi naturali che si manifestano con pericolosa fascinazione. Le immagini, frequentemente costruite come autoritratti, suggeriscono da un lato il desiderio di fusione con l’ambiente, dall’altro la consapevolezza di una distanza incolmabile. Ma ciò che più destabilizza è la presenza implicita di un altro corpo, mai visibile: un corpo che sostiene, accompagna, rende possibile l’azione. Il peso e l’evidenza di questa assenza incrina l’idea di soggettività autonoma, suggerendoci come il corpo sia sempre relazione.
Le opere di Carla Giaccio Darias nella mostra “Corpi invisibili, fuori controllo” in provincia di Forlì
Carla Giaccio Darias, invece, procede per sottrazione e ricomposizione. La sua fotografia non è mai esito quanto origine. La Darias fa appello a immagini d’archivio ritrovate, di natura anonima e decontestualizzata, che vengono tradotte in pittura. Da parte sua, non vi è un tentativo di recuperare una storia, piuttosto di farsi largo in uno spazio anonimo per abitare un vuoto, lasciato dall’assenza di informazioni e di coordinate precise.
Questa sospensione consente ai corpi dipinti di acquistare una forza inattesa. Frammentati, isolati, un busto, una gamba, un seno, rimandano tanto alla tradizione scientifica delle cere anatomiche quanto a una più contemporanea riflessione sulla parzialità dello sguardo. Il corpo non è mai intero, mai completamente accessibile. Tuttavia, è proprio in questa incompletezza che pare figurarsi uno spazio in cui risignificare l’accezione di vedere, che non significa più riconoscere, ma realizzare e accettare la vulnerabilità.
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Il dialogo tra Amatruda e Giaccio Darias in mostra a Santa Sofia in Emilia-Romagna
Il dialogo tra le due artiste, dunque, si costruisce in un dialogo risonante. Da un lato, Amatruda lavora sull’ibridazione, dove i corpi si estendono, si contaminano con elementi animali o tecnologici; dall’altro Giaccio Darias insiste sulla frammentazione. Due strategie diverse, ma entrambe orientate a mettere in crisi l’idea di corpo normativo, in un momento storico in cui la fragilità rischia di essere trasformata in categoria estetica o strumento retorico. Ne emerge un percorso espositivo che rifiuta gerarchie e definizioni stabili, preferendo una logica aperta, in cui il corpo è continuamente ridefinito.
Sul piano allestitivo, le opere sembrano abitare lo spazio in modo insistente, come se lo infestassero silenziosamente. Non c’è un centro, né una gerarchia evidente poiché i lavori emergono come apparizioni intermittenti. La mostra, nel suo complesso, restituisce così una sensazione di parzialità, come se ogni opera fosse un frammento di qualcosa di più ampio mairrimediabilmente perduto. Questa impressione è amplificata dalla ricorrenza di corpi incompleti, accennati, ridotti a parti, depositati come reliquie silenziose e che lasciando emergere un senso di assenza che diventa, paradossalmente, la loro forma più insistente di presenza.
Diana Cava
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