I colori di Mark Rothko conquistano Firenze: una grande mostra in tre sedi
Tra Palazzo Strozzi, il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, il percorso ripercorre la carriera di Rothko con le celebri tele colorate e altre opere meno note. Già dai primi giorni, un significativo successo di pubblico
“Il senso che ha l’arte per me è in rapporto alla mia vita quotidiana: l’arte e la sfera intima dell’artista sono congiunte e non possono essere mai separate”: con queste parole, pronunciate nel 1956 in una conversazione con Alfred Jensen, Mark Rothko (Daugavpils, 1903 – New York,1970) definiva la sua condizione di artista, fondata su una stretta corrispondenza tra arte e vita. Condizione che appare imprescindibile per comprendere e valutare la mostra Rothko a Firenze a Palazzo Strozzi, estesa al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana.
La mostra “Rothko a Firenze”
La rassegna riunisce 70 opere selezionate da Christopher Rothko ed Elena Geuna, provenienti da musei e collezioni internazionali, e documenta le tappe fondamentali della ricerca dell’artista, ma soprattutto il suo amore per i pittori del Quattrocento italiano, tra cui Beato Angelico. Infatti, rispetto all’ampia retrospettiva organizzata dalla Fondation Louis Vuitton nel 2023, questa mostra ha il privilegio di costruire un rapporto intimo con lo spettatore, auspicato dall’artista come condizione ideale per una corretta fruizione delle sue opere. “Dipingo quadri di grandi dimensioni, perché desidero creare una situazione di intimità. Un quadro di grandi dimensioni provoca una transazione immediata che ingloba l’osservatore al suo interno” scriveva Rothko nel 1958. Gli spazi rinascimentali di palazzo Strozzi appaiono, quindi, perfettamente adatti allo scopo, oltre a corrispondere al suo pensiero: “Mi attira l’idea dell’uomo del Rinascimento, che identificava l’Io con l’universo” dichiarava nel 1956.

Le opere della gioventù di Rothko
Decisamente interessante la prima sala, che ospita una serie di opere eseguite dal 1936 al 1946, quando il giovane Mark entra in contatto con l’ambiente artistico di New York. In questi dipinti, vicini al surrealismo, sono visibili le tangenze con altri artisti americani come Adolph Gottlieb, Milton Avery, Philip Guston, ma soprattutto Barnett Newman, sicuramente un importante punto di riferimento anche per il passaggio di Rothko all’astrazione. Molte le similitudini tra The Song of Orpheus (1944-45) di Newman – un artista poco noto in Italia – e Untitled (1944-1945) di Rothko, così come sono evidenti i parallelismi tra Room in Karnak (1946) e il dipinto di Gottlieb Floating (1946). In opere come Tiresias (1944) è riscontrabile l’influenza di Arshile Gorky, del quale il giovane Rothko aveva seguito alcune lezioni alla New School of Design nel 1925-26.
Quando Rothko diventò Rothko
La seconda sala si concentra sul passaggio alla fase dei Multiform (1946-1949) che precede le opere No. 11/No. 20 (1949) e No.24 (1949), anticipatrici di No.3/No.13 (1949), il dipinto che apre la serie dei Rothko più “classici” esposti nelle sale successive, tra i quali spiccano Orange and Tan (1954) e No.13 (White, Red on Yellow) (1958). Opere che rivelano l’interesse dell’artista per lo spazio vissuto in senso emotivo: sia quello della superficie del quadro, inteso come un “campo di tensioni cromatiche”, che il luogo dove l’opera è collocata.

Il rapporto di Rothko con Firenze
Nel 1950, quando Rothko compie il primo dei suoi tre viaggi in Italia, rimane colpito dalle celle affrescate da Beato Angelico nel museo di San Marco a Firenze. Per la prima volta dopo 76 anni, in 5 celle sono state allestite altrettante opere piccole di Rothko, a suggerire un’affinità elettiva che rasenta la perfezione almeno in tre casi (Noli me Tangere e Untitled, 1958; Annunciazione e Untitled, 1954; Cristo deriso e N.21, 1947). “Spesso Rothko si oppone a un’analisi formale sottolineando che il colore non è il tema dei suoi dipinti, ma lo strumento per trasmettere qualcosa di più profondo”, scrive Elena Geuna. Così, se per Beato Angelico i colori sono campiture solide e ben delimitate, nelle tele di Rothko, costruite per velature sovrapposte, i confini sono liquidi, sfrangiati, spesso fusi in delicatissimi sfumati. Spugne porose attraversate dalla luce, come in alcuni capolavori di Vermeer e Rembrandt, entrambi studiati ed ammirati dall’artista. Così la solarità delle tele dei primi Anni Cinquanta si rannuvola negli azzurri profondi di opere come No.2 (Blue, Red and Green) (1953) o Untitled (1957), che precedono l’avventura dei Seagram murals, evocata anche dai due studi collocati alla Biblioteca Laurenziana, in dialogo con i volumi compressi di Michelangelo.
I lavori su carta di Mark Rothko
Un altro pregio della mostra sono le opere su carta, tra le quali spiccano i bozzetti per i Seagram murals e per gli Harvard murals, dove Rothko sembra inoltrarsi nelle profondità spirituali esplorate dal suo amico Ad Reinhardt con i suoi Black Paintings. Il finale della mostra, scandito come una sinfonia musicale, è affidato a otto opere, eseguite da Rothko ad acrilico ed inchiostro su carta vergata nel 1969, pochi mesi prima di togliersi la vita. “Quadri come spettri, accordi, che fanno regnare una sonorità nel luogo in cui li si appende”, ha scritto Michel Butor. La sala che li accoglie è un’oasi di silenzio e quiete, dove la grandezza malinconica e disperata di Rothko tocca accenti intimi, a conclusione di una mostra non solo da contemplare, ma da vivere come un’esperienza interiore.
Ludovico Pratesi
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