Con la guerra in Iran la moda cerca di assorbire lo shock. Ok, ma per andare dove?

La guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz ha avuto un impatto considerevole su tutto il comparto economico globale, e quindi anche su quello del fashion. Ecco come

Quando le forze armate statunitensi e israeliane hanno colpito l’Iran lo scorso 28 febbraio l’attenzione del mondo intero si è spostata sullo Stretto di Hormuz. Entro sera in quel tratto di mare il transito navale era diminuito di circa il 70%. A poco più di mese da allora gli effetti più evidenti di questa azione annoverano migliaia di vite umane spezzate, caos energetico, Khamenei sostituito da un altro Khamenei mentre in Iran le impiccagioni degli oppositori continuano. Il 27 febbraio, il giorno prima dell’attacco, l’Iran esportava 1,1 milioni di barili di petrolio a 47 dollari l’uno, ma il 27 marzo il volume delle esportazioni era salito a 1,5 milioni di barili e il prezzo è schizzato a 120 dollari. In trenta giorni le entrate giornaliere di Teheran sono passate da 52 a 180 milioni di dollari.

Trasporto aere e navale cargo
Trasporto aere e navale cargo

Perché parlare di moda?

Di fronte a una situazione del genere è sensato parlare di moda? Ci sono almeno due ottime ragioni per farlo. Il tessile-abbigliamento, di cui la moda è l’espressione più popolare, dopo quello energetico, è il più colpito da questa ennesima crisi. In Europa questo comparto annovera 1,84 milioni di addetti e 500mila negli Usa. In Occidente i Paesi a doversi preoccupare di più sono Italia (400mila addetti), Francia, Spagna e Portogallo. Le cifre ingigantiscono quando ad essere preso in considerazione è l’intero pianeta: manifattura e confezione contano 90 milioni di addetti, che divengono 300 milioni quando è l’intera filiera ad essere presa in considerazione: approvvigionamento di materie prime filatura, tessitura, confezione, logistica e distribuzione. Per il tessile-abbigliamento il blocco totale o parziale delle vie commerciali (Hormuz ma pure la minaccia degli Houthi nel Mar Rosso) comporta il sicuro aumento di costi e tempi di trasporto. Anche il trasporto aereo, non solo quello marittimo è stato colpito. Compagnie aeree come Emirates, Qatar Airways, Ethiad tra i vettori principali nel cargo globale, hanno ridotto o sospeso le operazioni. Nel complesso il trasporto aereo Asia–Europa è aumentato tra il 25 e il 30%. Il problema dei costi vale per tutti i comparti produttivi, ma non altrettanto impattante altrove è quello dei tempi: il ricambio frenetico di proposte divenuto comune con il successo del fast fashion prima e dell’ultra-fast fashion poi sta trovando qui un freno imprevisto. Una brusca frenata è arrivata anche dalla tratta opposta: in questo caso lo stop alla consegna degli ordini ricevuti in precedenza, pronti alla spedizione, ma bloccati dai clienti degli ex-paradisi dello shopping in Medio Oriente. Colpiti tanto. Colpiti qui tanto i brand del fast fashion che quelli del lusso.  Esodo di turisti, filiali in difficoltà a ricevere il materiale, centri commerciali, flagship store e boutique interne ad alberghi e resort paralizzate, mentre i manager rientrano in Europa per i timori legati al conflitto.

Mappa parziale dello Stretto di Hormuz
Mappa parziale dello Stretto di Hormuz

Uno shock dopo l’altro

“Globalizzazione” è un termine di recente strapazzato dalla politica populista che preferisce innalzare muri anziché affrontare le complessità che caratterizzano il nostro tempo. Sta di fatto che Il capitalismo (ci piaccia o meno, l’unico sistema economico in vigore sul pianeta) è, con irrilevanti differenze, irrimediabilmente “globale”. Lo è sempre stato a partire dal XVII Secolo, quando ha iniziato a svilupparsi attraverso il commercio transoceanico di materie prime. La lavorazione di quelle e altre nuove materie, guidata dalla rivoluzione industriale, ha poi esteso i modi e luoghi di produzione oltre qualsiasi confine continentale. Nella seconda metà dello scorso secolo lo stesso il Made in Italy non avrebbe potuto assicurarsi il successo ottenuto “nel mondo” se i suoi commerci non fossero stati transcontinentali. Globali sono dunque i commerci, le catene produttive e la comunicazione che la tecnologia ha portato a un livello superiore, quello della simultaneità. I brand moda questi processi li hanno utilizzati senza preclusioni: anche per questo i contraccolpi provenienti da Hormuz e dal Mar Rosso sono ora particolarmente profondi.

La centralità del Mar Rosso per il mercato della moda

Quest’ultima crisi arriva in coda allo shock provocato dai i dazi imposti dall’amministrazione americana, prima annunciati, poi calati, quindi minacciosamente rialzati, via via divenuti sempre più nebulosi. L’attenzione al momento resta però tutta concentrata sui mari e sui cieli in guerra. Hormuz e Suez sono transiti fondamentali per le esportazioni di merci prodotte in Bangladesh, India, Vietnam, Pakistan, Sri Lanka e Myanmar, paesi chiave della filiera produttiva che coinvolge innanzitutto lo sportswear e la moda low cost ma non esclude del tutto fasi di lavorazione riguardanti il cosiddetto “lusso”. Oltre il 75% delle importazioni europee di abbigliamento dall’Asia passa attualmente dal Mar Rosso. Il traffico nella regione è crollato: le soste giornaliere nei principali porti del Golfo sono diminuite oltre il 50% nel mese di marzo. Il Mar Rosso era già problematico dal 2023, con attacchi che avevano costretto le navi a deviare verso il Capo di Buona Speranza con ritardi di consegna valutabili in 15-20 giorni. Cosa accadrà ora nessuno è in grado di prevederlo.

Veduta dei magazzini logistica di H&M
Veduta dei magazzini logistica di H&M

Come la crisi spinge a riconsiderare le nostre abitudini di acquisto. E non è per forza un male

La nuova crisi colpisce anche a monte, incidendo sul prezzo delle materie prime: poliestere e nylon sono derivati del petrolio. Lo sportswear, il fast fashion e l’ultra-fast fashion che le utilizzano massicciamente affrontano una doppia esposizione: ai problemi logistici si somma l’aumento delle materie prime. Trasferire questi costi sui consumatori con aumento dei prezzi dei capi in vendita è qui, data l’importanza che il prezzo ha per questo genere di acquirenti, più problematico che altrove. Ridurre la dipendenza dal poliestere, finora visto come obiettivo ESG, potrebbe diventare dunque un problema di sopravvivenza. Diminuire il ciclo rapidissimo di proposte messe in vetrina potrebbe non avere alternativa. Si tratterebbe di effetti indesiderati per brand che hanno puntato le loro strategie in questa direzione, ma tutto sommato utili alla salute del pianeta (sperabilmente non precipitato in un conflitto mondiale)? C’è un ultimo aspetto che vale la pena di sottolineare. Il settore moda a partire dalla pandemia ha affrontato una crisi dopo l’altra, ma ha mutato pochissimo il modello produttivo e continua a mantenere le stesse aree di approvvigionamento, quindi lo stesso tipo di dipendenza logistica. Questa nuova crisi è solo un costo temporaneo da superare con pazienza per tornare al modello di sempre? O si sta rivelando una debolezza strutturale? Si tratta solo di mettere in campo la maggiore capacità di resilienza possibile? O è venuto il momento di adottare un pensiero di tipo nuovo?

Aldo Premoli

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Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

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