Tutte le mostre da vedere a Pasqua 2026 in giro per l’Emilia-Romagna

Da Piacenza a Ravenna passando per Parma, Modena, Riccione e Bologna, tra magiche sibille, astrazioni pittoriche, poesia e interrogazioni sulla condizione umana: ecco una selezione di mostre da non perdere in Emilia-Romagna in questo periodo

Tra arte moderna e contemporanea, in musei e gallerie, la primavera 2026 in Emilia-Romagna è costellata di mostre. Dalla magia delle sibille di Piacenza alle domande sulla regressione umana che la mostra di Mattia Moreni solleva a Ravenna, passando per Parma, Modena, Bologna e Riccione, con una selezione di appuntamenti diversissimi tra loro, spaziando tra pittura, fotografia, scultura e poesia. Con alcune mostre raccontate da chi le ha già visitate e altre appena inaugurate tutte da scoprire, bisogna solo scegliere la propria meta per queste vacanze di Pasqua!

Domenichino, Sibilla cumana, 1617. In mostra: Sibille. Voci oltre il tempo, voci oltre la pietra, Palazzo Farnese, Piacenza
Domenichino, Sibilla cumana, 1617. In mostra: Sibille. Voci oltre il tempo, voci oltre la pietra, Palazzo Farnese, Piacenza

Piacenza, Palazzo delle Papesse – Le sibille

A Piacenza, oggi come nel Seicento, le Sibille parlano alla città. La Cappella Ducale di Palazzo Farnese diventa il luogo d’incontro tra la Sibilla cumana del Domenichino (Bologna, 1581 – Napoli, 1641) e otto sculture di Christian Zucconi (Piacenza, 1978), pensate per muoversi nello spazio come presenze simultanee, proiezioni del tempo e di chi lo attraversa. Prima che la vista entri in gioco, è l’olfatto ad avvertire un cambiamento: note resinose e agrumate che rimandano alle origini vulcaniche del mito. Poi il buio, il suono, l’attesa. Nella leggenda, la Sibilla scriveva oracoli su foglie destinate a disperdersi nel vento. La mostra parte da lì: dalla fragilità della parola e dal desiderio umano di trattenerla.

La Sibilla cumana (1617) del Domenichino, in prestito dalla Galleria Borghese, ritorna simbolicamente in un territorio che ha fatto delle profetesse un motivo ricorrente della propria storia figurativa. Il volto sollevato, la viola da gamba posata sulla spalla, l’alloro e la vite sullo sfondo: elementi che tengono insieme antichità e cristianesimo, vaticinio e fede. La tela non occupa il centro del cerchio scultoreo, ma è il punto focale del percorso narrativo. A restituirle questa centralità è la visione curatoriale di Antonio Iommelli, storico dell’arte e Direttore dei Musei Civici di Palazzo Farnese, che costruisce un dialogo serrato con l’identità visiva della città: qui le Sibille sono già presenti, da secoli, negli affreschi del Pordenone, del Malosso e del Guercino.

Le otto sculture di Zucconi si dispongono lungo il perimetro della Cappella come se danzassero in cerchio. Sono realizzate in travertino rosso persiano e ferro, scolpite nell’atto di compiere un movimento sinuoso. Il cerchio invita a una visione dinamica: le ombre proiettate sulle pareti attivano un dialogo tra le opere, rendendo la pietra un corpo vivo. Il visitatore è chiamato a spostarsi, cercare un punto di equilibrio, entrare nel ritmo di una narrazione che abita la materia.

L’ingresso avviene attraverso un corridoio immerso nell’oscurità. Qui si avverte la prima parte del racconto: profumi agrumati e balsamici che evocano le origini vulcaniche della leggenda, il paesaggio di Cuma, l’antro dove la profetessa pronunciava i suoi versi. La traccia audio Versi sibillini introduce suoni legati al mito: il fruscio del vento e il verso delle cicale, che nella leggenda rappresentano la voce della Sibilla dissolta nel tempo, diventano un orientamento sensoriale che guida la visita.

Usciti dalla Cappella Ducale, la mostra continua idealmente nella città. Piacenza custodisce da secoli la memoria di queste figure: immagini che hanno plasmato il volto dei luoghi di culto, tracce che fanno del mito un elemento di riconoscibilità collettiva. Iommelli non parla di un museo che chiude le opere in sé, ma di un museo che riapre ciò che la città ha consegnato al tempo. La profezia della Sibilla, qui, non è un enigma da decifrare: è un modo per tornare a interrogarsi. La mostra non celebra un mito del passato: lo porta nel presente, invitando a guardare – e ascoltare – con maggiore attenzione.

Debora Vitulano

Piacenza // fino al 3 maggio 2026
Sibille. Voci oltre il tempo, voci oltre la pietra
PALAZZO FARNESE
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Sguardi sull'Africa, CSAC, Parma
Sguardi sull’Africa, CSAC, Parma

Parma, CSAC – Sguardi sull’Africa

Un paese che sta vivendo una fase di grave instabilità politica, soggetto da un lato un processo di crescente islamizzazione e dall’altro una progressiva turistificazione dei suoi territori che ha portato alla spoliazione di molti manufatti tradizionali. Stiamo parlando del Mali, l’ottavo Stato più esteso dell’Africa. Il suo territorio è attraversato dal fiume Niger, sulle cui sponde centrali nel corso dei secoli si sono stanziate due popolazioni, i Dogon e i Bozo. Tra gli Anni Settanta e Ottanta del Novecento questi popoli attirarono l’attenzione del giornalista Tito Spini (Milano, 1923 – Chiuduno, 2017) e del figlio Sandro (Bergamo, 1950 – 2005), entrambi architetti per formazione nonché fotografi e appassionati di etnoantropologia. Grazie al medium fotografico i due hanno documentato per via di immagini le loro ricerche nel Mali proprio in un momento di svolta nelle ricerche etnografiche, dando poi alle stampe un importante volume scritto in collaborazione con l’antropologa Giovanna Antongini.

Oggi allo CSAC di Parma è allestita una mostra – curata da Alessandra Acocella e Alessandro Ferraro – che attinge a un nucleo fotografico donato all’istituzione dagli stessi Spini e che consente di riscoprire questi autori che si sono distinti per aver sperimentato con continuità l’uso della fotografia come strumento insieme estetico e interpretativo a fini etnografici. “La mostra – racconta la curatrice – si iscrive all’interno di un progetto PRIN intitolato Straniere: the reception of non-European arts and cultures in Italy e che è coordinato dall’Università per Stranieri di Siena insieme all’Università di Parma e a quella di Udine. Abbiamo quindi cercato, nei fondi CSAC, i materiali più interessanti sulla recezione, da parte di architetti, designer, fotografi, delle culture africane, dell’Oceania, del Centro e Sudamerica e abbiamo quindi scelto il fondo degli Spini, il quale comprende circa sessanta stampe fotografiche che documentano le ricerche svolte da Tito e Sandro in Mali”.

Le immagini selezionate – tutte caratterizzate da una spiccata rilevanza espressiva e da un’estetica attenta al contrasto e all’uso delle luci –, si focalizzano su due tipologie architettoniche comunitarie che consentono agli autori di ricostruire i costumi, le abitudini di vita, le usanze amministrative dei due popoli africani: “L’architettura diventa uno strumento per restituire una visione ampia e complessa di questi popoli, e non è un caso, visto che gli Spini erano proprio architetti”, precisa Acocella. Per il popolo Dogon si illustrano, quindi, i togu na, edifici presenti in ogni villaggio, dove gli anziani prendevano decisioni in merito all’amministrazione della giustizia, all’agricoltura, alle emergenze, e che erano anche luogo dell’insegnamento e della conversazione. Le strutture erano dotate anche di pilastri intagliati che supportavano un racconto non scritto delle leggi sociali e della storia del villaggio e che oggi in gran parte non esistono più. Nei villaggi dei Bozo, invece, l’architettura chiamata saho – connotata da decorazioni prevalentemente non figurative o raffiguranti strumenti di caccia – ospitava i giovani ed esprimeva la coesistenza delle norme matrimoniali islamiche e delle antiche pratiche erotiche prematrimoniali. Di tutto questo patrimonio ora rimane ben poco, sia a causa delle tante dispersioni sia della deperibilità dei materiali e di conseguenza le fotografie degli Spini rappresentano un fondamentale inventario visivo.

La mostra, allestita nella Sala delle Colonne dell’abbazia di Valserena, dimostra quindi come le indagini fotografiche di Tito e Sandro Spini mettano in luce lo stretto rapporto tra le architetture e il funzionamento delle società di quei popoli del Mali. Ad arricchire il percorso espositivo, nelle cassettiere sono esposti documenti d’archivio, lettere, provini di stampa e altri materiali provenienti dall’Archivio Sandro Spini di Bergamo che ricostruiscono la dimensione di ricerca su cui si è fondato il lavoro dei due autori.

Marta Santacatterina

Parma // fino al 24 aprile 2026
Sguardi sull’Africa
CSAC
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Salomè, 1926. In mostra: Erté. Lo stile è tutto, Labirinto della Masone, Fontanellato (PR)
Salomè, 1926. In mostra: Erté. Lo stile è tutto, Labirinto della Masone, Fontanellato (PR)

Fontanellato (PR), Labirinto della Masone – Erté

Fin dal 1970, anno in cui Franco Maria Ricci gli dedicò un iconico libro e acquistò alcuni suoi lavori, Erté è di casa alla Masone, sede della casa editrice FMR con la collezione d’arte e il labirinto di bambù voluto da Ricci stesso. Tra disegni, modellini, bozzetti e copertine, il percorso espositivo dà una panoramica dell’attività del costumista e scenografo (ma anche pittore, scultore e orafo) russo-francese, tra i più celebri nomi dell’Art Déco europea. I suoi disegni prendono anche vita grazie a tre abiti di carta realizzati da Caterina Crepax ed esposti per dialogare proprio con i bozzetti di Erté.

Fontanellato (PR) // fino al 28 giugno 2026
Erté. Lo stile è tutto
LABIRINTO DELLA MASONE
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Rutilio Manetti, La presentazione al tempio, 1620-1625. In mostra: La virtù e la grazia, La Galleria BPER, Modena
Rutilio Manetti, La presentazione al tempio, 1620-1625. In mostra: La virtù e la grazia, La Galleria BPER, Modena

Modena, Galleria BPER – La donna nel Barocco

Inaugura proprio oggi e si propone di indagare come nel corso del Seicento la figura femminile abbia assunto un ruolo di protagonista assoluta, trasmettendo passioni, virtù, dubbi e profondità dell’animo umano. Sante, vergini, eroine, dee o seduttrici: le donne sono da sempre un punto di riferimento per artisti e scrittori, che attraverso di loro hanno esplorato emozioni, valori e domande universali. Le vediamo nella bellezza, nel rapporto con l’eros, nella vita quotidiana, nella forza morale e nella fragilità. Il percorso espositivo raccoglie opere per la maggior parte provenienti dalla Collezione BPER affiancate da alcuni prestigiosi prestiti, in un viaggio tra la purezza della Vergine Maria e i modelli virtuosi delle eroine classiche, dalle protagoniste dei miti alle giovani sante che difendono la loro fede fino a figure forti come Giuditta, simbolo di coraggio, astuzia e capacità di cambiare il destino del proprio popolo.

Modena // fino al 28 giugno 2026
La virtù e la grazia. Figure di donne nella pittura barocca
GALLERIA BPER
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Alessandro Lupi, Centaurus, 2020. In mostra: Alessandro Lupi. Così è, se ci appare, Fondazione Ago, Modena
Alessandro Lupi, Centaurus, 2020. In mostra: Alessandro Lupi. Così è, se ci appare, Fondazione Ago, Modena

Modena, Fondazione Ago – Alessandro Lupi

Da trent’anni Alessandro Lupi esplora il rapporto tra luce, spazio e percezione. Il titolo della sua mostra modenese, rimandando a Pirandello, ne sintetizza il tema centrale: la realtà non è univoca, ma cambia a seconda di come la osserviamo. Le installazioni interattive e site-specific invitano lo spettatore a un ruolo attivo, in un allestimento organizzato in sette cicli lavori che illustrano le diverse fasi del lavoro dell’artista. Il percorso affronta temi complementari: dalla materia luminosa come scultura all’illusione ottica, fino alla riflessione ambientale e identitaria, guidando il visitatore attraverso ambienti immersivi dove la luce diventa esperienza, memoria e forma di conoscenza.

Modena // fino al 3 maggio 2026
Alessandro Lupi. Così è, se ci appare
FONDAZIONE AGO
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Matt Connors. Cooperative Village, Herald St., Bologna
Matt Connors. Cooperative Village, Herald St., Bologna

Bologna, Herald St. – Matt Connors

La nuova sede bolognese di Herald St ha inaugurato con la personale di Matt Connors (Chicago, 1973), segnando l’ingresso stabile della galleria in Italia. Negli spazi di via Valdonica 14, a Bologna, la mostra Cooperative Village introduce il nuovo spazio come occasione per osservare da vicino la fase recente della ricerca dell’artista, oltre che come debutto istituzionale. Attraverso i lavori esposti, emerge come Connors operi partendo da una sedimentazione di impressioni piuttosto che da un’immagine stabile. Fotografie occasionali, oggetti quotidiani, frammenti visivi o culturali si prestano come muse per poi essere assorbiti e trasformati fino a dissolvere il loro statuto originario. Le opere divengono così luogo di una “traduzione”, quello scarto che separa la fonte da ciò che ne deriva.

La sua pittura, seppur inscrivibile nei canoni dell’astrazione, ne mette in discussione i presupposti, per cui le tele rendono indecidibile una realtà che altrimenti verrebbe cancellata: ciò che vediamo sembra sempre provenire da qualcosa, senza mai rivelarlo del tutto. All’interno delle sue creazioni, infatti, Connors costruisce un campo di tensioni in cui vibrazioni cromatiche, impronte gestuali e stratificazioni sembrano organizzarsi secondo una logica instabile e quasi auto-generativa. Le opere, che sfruttano l’irriverenza come dispositivo critico, sembrano accettare la loro collocazione a parete solo per convenzione, come se un dipinto potesse sottrarsi al ruolo di immagine per riaffermarsi come oggetto. In questo slittamento si produce il vero movimento della mostra, dove siamo chiamati a chiederci non tanto cosa l’artista voglia dire, quanto piuttosto come noi guardiamo. Ciò che troviamo esposto pare divenire così un test percettivo, uno spazio in cui si misura il nostro rapporto con le cose e con l’idea stessa di pittura.

L’allestimento, volutamente essenziale, amplifica questa tensione. Le superfici bianche e ancora “nuove” della galleria funzionano quasi come un dispositivo ottico, dove i colori sembrano espandersi oltre il limite dei fogli e delle tele, mentre le opere instaurano tra loro un dialogo fluido, e al contempo sequenziale, nel susseguirsi delle sale. Lungi dal proporre un percorso narrativo lineare, assistiamo a una costellazione di lavori che si informano reciprocamente, come se ognuno di essi fosse una variazione o una risposta al precedente. Lo spazio inaugurale propone in questo senso una condizione di osservazione, per cui il visitatore si muove in un ambiente che somiglia più a un laboratorio percettivo che a una dichiarazione curatoriale. In questa zona di incertezza, dove l’immagine non coincide mai con ciò che vediamo davvero, la pittura di Connors, in una certa misura portavoce della pittura in generale, ritrova la sua urgenza nel restituirci l’esperienza instabile del guardare.

Diana Cava

Bologna // fino al 9 maggio
Matt Connors. Cooperative Village
HERALD ST.
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John Giorno: The Performative Word, MAMbo, Bologna
John Giorno: The Performative Word, MAMbo, Bologna

Bologna, MAMbo – John Giorno

Si è già parlato molto di questa mostra che ha inaugurato durante l’Art Week bolognese, ma John Giorno non stanca mai. Figura cardine della New York d’avanguardia, poeta, artista e attivista, Giorno ha infranto i confini disciplinari facendo della poesia un corpo vivo. L’esposizione ripercorre proprio questa pratica multiforme attraverso diversi nuclei di opere, mostrando come l’artista abbia valorizzato il linguaggio poetico nelle sue dimensioni plastiche, relazionali e performative, spingendo la parola a sconfinare nel territorio delle arti visive e delle reti di telecomunicazione. Appositamente per questa mostra è nata Dial-A-Poem Italy, ripresa di una celebre opera del 1969/1970 che permette ai visitatori di mettersi in contatto telefonicamente con poeti italiani contemporanei per farsi leggere alcuni loro versi.

Bologna // fino al 3 maggio
John Giorno: The Performative Word
MAMbo
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IOCOSE. Ponting Nemo, CUBO Unipol, Bologna
IOCOSE. Ponting Nemo, CUBO Unipol, Bologna

Bologna, CUBO Unipol – IOCOSE

È una mostra dall’impianto narrativoquella messa in scena dal collettivo IOCOSE, per la IX edizione della rassegna das – dialoghi artistici sperimentaliorganizzata da CUBO,museo d’impresa del Gruppo Unipol.  Progetto, dal titolo Pointing Nemo. Oltre lo spazio verso gli abissi,in cui confluiscono gli esiti degli ultimi cinque anni di ricerca degli artisti, per lo più focalizzati sul movimento NewSpace. Il collettivo, con i suoi vent’anni di attività alle spalle, caratterizzati da un’analisi critica delle retoriche dell’innovazione tecnologica, ha colto l’occasione per costruire un percorso che, articolandosi nelle due sedidella Torre Unipol e di Porta Europa – di cui invade anche i giardini – attraverso un approccio concettuale, composto da piccoli gesti, dettagli marginali e slittamenti di senso, smaschera le contraddizioni della colonizzazione spaziale. Rivelando, con la curatela di Federica Patti, tra lavori storici, ormai iconici, e opere nuove, site-specific, il rapporto conflittuale con lo spazio inteso come alterità, l’impatto economico ed ecologico sul pianeta Terra di questa rocambolesca espansione, la persistenza di un immaginario e di uno sguardo occidentali che interpretano l’esplorazione dello spazio come conquista.

Con spirito caustico e pungente ironia, IOCOSE coglie i venali interessi che si nascondono dietro al NewSpace, sottolineando come ilfenomeno della colonizzazione galattica, proposta come unica alternativa possibile, non sia né risolutiva né innovativa ma solo, come ha sottolineato Federica Patti: un eterno ritorno dell’uguale […]. Le narrazioni del NewSpace continuano a proiettare in orbita l’idea che un altrove sia sempre possibile, ma IOCOSE ricorda che la verità non sta nelle stelle, ma a Point Nemo: nei resti, nei rottami che tornano a terra come meteoriti di un futuro mai realizzato”.

Point nemo, che rappresenta per l’appunto il fulcro concettuale del progetto è il punto nell’Oceano Pacifico più distante da qualsiasi terra emersa e per questo noto come cimitero di veicoli spaziali, per non dire discarica dei detriti cosmici, in cui si fanno precipitare satelliti e stazioni spaziali dismesse. Il collettivo parte da qui per costruire un percorso straniante che offre un punto di vista antitetico rispetto alle narrazioni dominanti.  Del resto, come ha osservato la curatrice, “il movimento New Space, più che su basi scientifiche, si fonda sulla narrazioni capaci di alimentare desiderio, consenso e valore finanziario attorno a pochi astropreneur globali”.

Così, codificando uno scenario in cui lo spazio non è più un orizzonte condiviso ma un “asset simbolico ed economico, frontiera infinita da capitalizzare”, IOCOSE imposta il lavoro più significativo della mostra come un progetto immobiliare: Nemo Heights è “la prima infrastruttura subacquea di lusso progettata come asset ad altissimo potenziale”. Un grattacielo sottomarino che sorge dai rifiuti della colonizzazione spaziale sviluppandosi paradossalmente a testa in giù, per sottolineare come il cosiddetto futuro in realtà abbia ben poco di nuovo. Come hanno spiegato gli artisti, lo scopo è offrire una “visione perturbante di ciò che il progresso potrebbe lasciare dietro di sé: scarti, rovine simboliche, promesse non mantenute, ma anche video promozionali e gadget da collezionare”.

Un progetto che dimostra come IOCOSE stia perseguendo, con serietà, sarcasmo e coraggio, una ricerca improntata sulla demolizione dell’epica del progresso tecnologico, come proposizione 4.0 di capitalismo e colonialismo occidentali; dispositivi in grado di costruire una sterile mitologia che, secondo la logica della post-verità, risponde al fascino della promessa più che al valore di veridicità: non c’è bisogno di atterrare su Marte, perché l’atterraggio è ormai irrilevante. Conta parlarne, alimentarne il mito, accendere un desiderio che funzioni da asset finanziario, e da diversivo. Quindi, non resta che essere tra i primi, “entrare ora per anticipare il mercato” come suggerisce l’accattivante volantino. E allora? La risposta è semplice (e ovviamente ironica): correre alla mostra per assicurarsi il proprio Early Access al Nemo Height.

Ludovica Palmieri

Bologna // fino al 26 maggio 2026
IOCOSE. Pointing Nemo
CUBO UNIPOL
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I preferiti di Marino, Fondazione Golinelli, Bologna
I preferiti di Marino, Fondazione Golinelli, Bologna

Bologna, Fondazione Golinelli – Marino Golinelli

I Preferiti di Marino. Capitolo II – Opus Mundi è il secondo atto del percorso di studio, ricerca ed esposizione pluriennale dedicato alla Collezione Marino Golinelli. La mostra collega tra loro le tappe dei viaggi di Marino Golinelli alla ricerca di opere d’arte, per spingere il visitatore a riflettere su tematiche estremamente attuali: dalla transizione ecologica a quella digitale, dai conflitti geopolitici alle migrazioni. L’esposizione riunisce più di 50 opere d’arte contemporanea, la maggior parte delle quali esposta per la prima volta, tra dipinti, installazioni, arazzi, sculture, disegni, fotografie e video, che provengono dalla Collezione Privata dell’imprenditore e filantropo bolognese. I lavori esposti in mostra, di 43 artisti di fama internazionale, offrono al visitatore un affresco multiculturale della società. “Il progetto espositivo riflette con chiarezza l’approccio olistico alla cultura, capace di intrecciare arte, scienza e tecnologia”, commenta Andrea Zanotti, presidente di Fondazione. Opus Mundi è un viaggio intorno al mondo in quattro tappe – Africa, Nord e Sud America, Asia ed Europa – attraversando le geografie e le sensibilità che hanno nutrito ed alimentato la ricerca di Golinelli. Si delinea una mappa che non vuole “ordinare” il mondo per appartenenze, ma percorrerlo e intercettarne le istanze più profonde, per offrire una sua chiave di lettura sui grandi processi di trasformazione del nostro tempo: dalla transizione ecologica a quella digitale, dai conflitti geopolitici alle migrazioni.

La sezione dedicata all’Africa rivela l’abilità dell’arte africana di sublimare il dolore in bellezza e speranza. Nelle opere esposte la storia agisce come una presenza viva, che modella corpi, paesaggi e immaginari. La materia si fa memoria attiva di un continente in cui le eredità coloniali, i conflitti e le disuguaglianze convivono con una straordinaria capacità di reinvenzione culturale. L’Africa che ne emerge è uno spazio di pensiero attivo, in cui le transizioni sono vengono rielaborate attraverso forme materiali, rituali e poetiche. In questo intreccio di voci si colloca William Kentridge (Johannesburg, 1955), la cui ricerca indaga il rapporto tra storia, memoria e responsabilità dello sguardo. I suoi lavori dialogano con quelli di artisti e artiste di generazioni diverse, rafforzando l’idea di un’arte africana contemporanea stratificata, attraversata da molteplici temporalità e linguaggi.

La sezione americana offre un racconto delle contraddizioni sociali e politiche di un continente in costante ricerca di nuove frontiere materiali e spirituali. Sara Rahbar (Teheran, 1976) porta avanti una ricerca fondata sulla tensione della doppia appartenenza. Attraverso l’utilizzo di materiali tradizionali, simboli militari e religiosi, l’artista mette in crisi i tradizionali linguaggi del potere e del patriottismo, trasformando il suo senso di sradicamento in una riflessione universale sulla fragilità delle identità nazionali. Il tema della migrazione è centrale nel lavoro di Alejandro Santiago Ramírez (Teococuilco de Marcos Pérez, 1964 – Oaxaca, 2013), legato all’esperienza dello spopolamento dei villaggi della sua regione.

In Asia la sperimentazione artistica dà vita ad un complesso universo che riflette le metamorfosi del presente e gli echi della storia, contrapponendoli a visioni del futuro. L’arte diventa spazio di negoziazione tra tradizione e modernità, tra accelerazione e permanenza. Archana Hande (Bangalore, 1970), indaga i processi economici e culturali, che nei secoli hanno collegato l’Asia al resto del mondo: rotte commerciali, migrazioni e scambi tra popoli. Le sue opere tracciano mappe alternative della globalizzazione, mettendo in discussione i concetti di mobilità e progresso. A queste si affianca l’urgenza del presente nel lavoro di Aung Ko (Htone Bo, 1980), cresciuto in un contesto di instabilità e repressione, per il quale il corpo diventa spazio di resistenza e strumento di espressione politica. Nguyễn Thái Tuấn (Quang Tri, 1965 – 2023) affrontano l’eredità della guerra e della modernizzazione forzata del suo paese, una transizione fatta di assenze e stratificazioni, in cui la memoria si manifesta attraverso ciò che resta in ombra. Rosfer & Shaokun indagano sul tema dell’identità, mescoland pittura e fotografia e invitando a riflettere su tematiche come visibilità, censura e rappresentazione dell’identità nell’era post-digitale.

Nella sezione dedicata all’Europa, la transizione si presenta come verifica. I tradizionali modelli culturali, tecnologici e sociali vengono messi alla prova e riformulati. Arcangelo Sassolino (Montecchio Maggiore, 1967) indaga sui “momenti di rottura”, catturando l’istante in cui l’equilibrio viene messo in discussione e la tecnologia diventa uno strumento per osservarne la fragilità; Fabrizio Dusi (Sondrio, 1974) sposta l’attenzione sul linguaggio e sulla crisi della comunicazione collettiva: il dialogo si svuota e il linguaggio rischia di perdere la sua funzione relazionale. Chiude il percorso Due gocce d’acqua nel mare dei cristalli liquidi di Fabrizio Plessi (Reggio Emilia 1940), dedicata a Marino e Paola Golinelli.

Il percorso è arricchito da REBORN — The Moment of Awareness, un’esperienza immersiva che permette al visitatore di trovarsi all’interno di alcune opere della collezione e attraversare una sequenza di ambienti digitali ad esse ispirati. Il progetto, estensione tecnologica e digitale della mostra, esplora i processi di percezione e interpretazione della realtà, usando scene generate virtualmente dagli esperti di Fondazione Golinelli. La mostra diventa un racconto di vita, di ricerca e di arte contemporanea globale, aperto al dialogo e alle contaminazioni, grazie anche ad un palinsesto di iniziative che ne ampliano l’orizzonte di visita.

Giulia Bianco

Bologna // fino al 28 giugno 2026
I preferiti di Marino
FONDAZIONE GOLINELLI
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Mattia Moreni, Le mie scarpe da lavoro tentano di trasmettere PERCHÉ?, 1995. In mostra: Mattia Moreni. Dalla regressione della specie all'umanoide, MAR, Ravenna
Mattia Moreni, Le mie scarpe da lavoro tentano di trasmettere PERCHÉ?, 1995. In mostra: Mattia Moreni. Dalla regressione della specie all’umanoide, MAR, Ravenna

Ravenna, MAR – Mattia Moreni

In merito al suo antiromanzo d’esordio – Capriccio italiano (1965) – Edoardo Sanguineti aveva parlato di un “lessico francamente regressivo” e di un “registro deliberatamente depauperato e ristretto in una sintassi sbalordita e deficiente”. Parole che trovano precisa corrispondenza nella visione artistica incarnata da quel bizzarro e folgorante genio che fu Mattia Moreni (Pavia, 1920 – Brisighella, 1999). Ormai famoso, scelse di isolarsi nel paesino romagnolo di Calbane Vecchie, in una casa assurda quanto la sua produzione: arredata con mobili del Moulin Rouge! Lì forgiò il “calbanese”, lingua inventata, e infittì le proprie tele di glosse e postille deliranti e interrogative. La mostra Mattia Moreni. Dalla regressione della specie all’umanoide, accolta al Museo d’Arte della città di Ravenna, è l’ultima tappa espositiva di un ampio progetto dedicato all’artista pavese, a cura di Claudio Spadoni; dopo le mostre a Bagnacavallo, Forlì, Santa Sofia e Bologna, tutte promosse dall’Associazione Mattia. Al MAR sono 33 le opere esposte, rappresentative dell’ultima fase morenesca. Una denuncia pittorica, dissacrante e oracolare, contro l’involuzione delle Belle Arti, il declino dell’essere umano, la dipendenza digitale, la minaccia dell’intelligenza artificiale.

Affiorano lungo il percorso oggetti disfunzionali, sagome patologiche, robot in tentata conversazione, corpi ibridi, alterazioni (sublimazioni del noto ciclo Anni Settanta delle Angurie, ora vulve, ora bocche dentute). Qui rispondono all’appello rubinetti finemente moribondi, “lampadine siamesi futurose”, ciber scarpe a sei marce, piedi elettronici. Dispositivi anomali resi con uno stile sempre meno materico, sempre più piano e illustrativo: uno stile involuto per necessità mimetica. Queste apparizioni tarde e disarticolate, secondo una logica cortocircuitante, sembrano rispondere, sul piano visivo, al manifesto linguistico cantato negli ultimi versi di Nanni Balestrini: “La forma liberata dalla palude delle sintassi / sequenza di immagini sparate come slogan / arricchisce il significato rendendolo plasmabile / costruzioni associative e accumulative / rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio / contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso”.

Moreni produce per via d’urto il senso dell’opera, svuotando i codici tradizionali e costringendo chi guarda a ricostruire connessioni instabili. Sabotare l’ordine compositivo per restituire un significato conflittuale, continuamente negoziabile. Un modus operandi che è germinato, tra gli altri, nel profilo di un artista contemporaneo di cui al MAR sarà accolta una personale in autunno: Nicola Samorì. Samorì cominciò disegnando zucche in luogo di angurie, ma, studente, scrisse una tesi proprio sull’ultimo ciclo di opere morenesche. Entrambi rivoluzionari, abitatori di piccoli centri, entrambi mancini e coinvolti in un’indagine fertile sulle alterazioni del corpo. L’artista forlivese raccoglierà la denuncia sull’involuzione delle Belle Arti, presentando lavori in relazione con le sculture della gipsoteca del Museo e, forse, anche con la magnifica collezione dei suoi mosaici. Si legge, in ciascun maestro, una tensione regressiva: le figure si disfano, si piegano, la forma evolve o si ritrae. E, se l’etica morenesca rifiutò ogni seduzione tecnologica, Samorì la accetta, facendo dell’AI un uso elegante e controllato. Il confronto resta implicito, ma al MAR la mostra di Moreni sembra davvero preparare il terreno a successive riattivazioni. La sua produzione non è un punto di chiusura, è una soglia. Un luogo in cui la pittura, messa in crisi, continua a interrogare il proprio destino.

Francesca de Paolis

Ravenna // fino al 3 maggio 2026
Mattia Moreni. Dalla regressione della specie all’umanoide
MAR – MUSEO D’ARTE DELLA CITTÀ DI RAVENNA
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Tutte le mostre da vedere a Pasqua 2026 in giro per l’Emilia-Romagna
Bruno Barbey, Palermo, 1963. In mostra: Bruno Barbey. Gli italiani, Villa Mussolini, Riccione (RN)

Riccione (RN), Villa Mussolini – Bruno Barbey

Inaugura domani, giusto in tempo per Pasqua, la mostra dedicata al fotografo Bruno Barbey dell’agenzia Magnum e al suo straordinario reportage realizzato nell’Italia degli Anni Sessanta che trova in Villa Mussolini la cornice ideale. Si tratta, infatti, di un percorso nella memoria visiva del nostro paese,in una stagione in cui si sovrappongono le conseguenze della seconda guerra e le premesse del boom economico. Studente di fotografia in Svizzera, Barbey attraversò più volte il confine con il suo Maggiolino per viaggiare in Italia con la sua macchina fotografica, dando vita a un lungo reportage capace di cogliere l’anima di un Paese sospeso tra le ferite della guerra e le nuove speranze, dove ricostruire non solo le città, ma soprattutto le relazioni e le storie capaci di tenere unito un popolo.

Riccione (RN) // fino al 27 settembre 2026
Bruno Barbey. Gli italiani
VILLA MUSSOLINI
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