Ecco perché il mondo della cultura e dell’arte dovrebbe scendere in piazza il 28 marzo
Cosa aspetta il settore ad aprire una nuova fase, in cui l'arte e la cultura possano interpretare realmente un ruolo di ricostruzione di un immaginario diverso, che rifiuti la guerra e l'oppressione, che contrasti i nuovi re e le derive soffocanti dell'autoritarismo?
Il 27 e 28 marzo scende in piazza un movimento ampio e inedito, che chiamerà a Roma, per diverse manifestazioni, sindacati, associazioni e spazi sociali da tutta Italia contro i re e le loro guerre. Il corteo del 28 marzo a Roma sarà anticipato da un grande concerto a Testaccio presso la Città dell’Altra Economia. Lo stesso giorno in tutte le città degli Stati Uniti manifesterà il movimento No Kings, e a Londra si svolgerà Together, un enorme concerto – manifestazione nazionale.
L’arte contro l’ICE
Proprio negli ultimi mesi negli USA, dopo l’escalation violenta dell’ICE contro le persone a background migratorio, gli artisti sono stati tra i primi a manifestare l’insensatezza delle politiche securitarie di Trump. La condotta dell’ICE e i relativi omicidi, il raid in Venezuela e la nuova dottrina di influenza e controllo sui paesi del Sudamerica, l’appoggio incondizionato al genocidio in Palestina e l’avvio del “Board of Peace” e in ultimo, la guerra scatenata contro l’Iran evidenziano un delirio di onnipotenza degli USA, mentre d’altra parte rimane lontana una soluzione politica del conflitto in Ucraina. Una sequenza impressionante di azioni che hanno fatto carta straccia del diritto internazionale e che pongono una serie di interrogativi fondamentali anche sul ruolo della cultura nella sfera pubblica.
Il diritto internazionale e la narrazione della guerra
In questo tempo in cui la narrativa della guerra è diventata dominante, in cui un genocidio continua a svolgersi indisturbato in Palestina, in cui le pulsioni autoritarie avvolgono in maniera soffocante diversi stati europei, il mondo della cultura si trova in un vicolo stretto.
Da una parte gli spazi sociali e culturali sono assediati da logiche securitarie e burocratizzazione crescente, dall’altra si assiste a un prosciugamento evidente dei fondi alle organizzazioni del terzo settore o a logiche che mettono in difficoltà sperimentazione e ricerca artistica.
Si tratta di una tenaglia ideologica piuttosto evidente, che spinge da una parte sulla imprenditorializzazione e sulla competitività dei processi culturali e quindi tende a mettere il pensiero critico sotto scacco, dall’altra preme sul rafforzamento di tematiche come l’appartenenza nazionale, le radici, l’identità come nuovi mantra di produzione culturale.
Così, dentro ad una distopia ultratecnologica e dal pensiero cortissimo, ci troviamo a costruire i nostri percorsi culturali dentro uno spazio comune di riflessione che è manipolato dall’odio e da campagne costruite ad arte per polarizzare e indirizzare odio verso il nemico del giorno.
Lo spazio civico e la libertà di espressione, l’importanza delle manifestazioni
Il rapporto 2025 del Civicus Monitor ha declassato l’Italia a Paese con ”spazio civico ostruito” a causa di decreti sicurezza, del caso Paragon e di varie vicende che hanno messo a repentaglio la libertà di espressione. Nelle scuole di ogni ordine e grado si sono succedute circolari e indicazioni esplicite in cui si inibiva la possibilità di parlare di geopolitica ed espressamente di Palestina, nei media mainstream la parola “genocidio” è stata considerata inammissibile per troppo tempo e anche nella rappresentazione dei grandi eventi, ogni richiamo alla pace da una prospettiva decoloniale è stato cassato, pensiamo alla partecipazione di Ghali alla Cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali. La pace rimane una invocazione inerte, rituale, che non scomoda nessuno, come si è visto nella triste scenetta di Laura Pausini a Sanremo. Alla Biennale di Venezia il Padiglione Israele continua ad essere contestato (in merito c’è una nuova petizione di Art Not Genocide Alliance) e onnipresente, mentre le istituzioni culturali come MAXXI e la GNAMC ospitano senza remore iniziative neocoloniali e di propaganda.
Se noi pensiamo che questo piano non sia strettamente interconnesso con la libertà di manifestare e con la deriva autoritaria dei decreti sicurezza di Piantedosi, stiamo adottando le lenti sbagliate ed è questo il punto di aggancio inedito della manifestazione del 28 Marzo.
La difesa dello spazio civico come possibilità di emersione di voci e culture marginalizzate e dissidenti è il terreno su cui si muove il pensiero artistico, altrimenti diventa puro esercizio stilistico. In questo senso le pratiche mutualistiche, l’autorganizzazione e la dimensione degli spazi sociali e culturali sono la linfa che muove buona parte della partecipazione culturale del paese e una relazione sistemica tra i soggetti e insieme agli artisti andrebbe pensata proprio per reagire all’isolamento e a un clima di pressione da cui non si esce se non in maniera collettiva.
In questo senso, la campagna repressiva del Governo ai danni dei centri sociali è un percorso a tappe forzate che disconosce completamente il ruolo straordinario di produzione culturale che questi spazi hanno avuto e continuano ad avere nella scena italiana ed internazionale.
Il ruolo degli artisti nella vita pubblica e nelle manifestazioni
La criminalizzazione della solidarietà è stato il mantra dei governi degli ultimi anni, mentre dal lato artistico fiorivano ricerche artistiche sul mediterraneo, venivano finanziati progetti artistici che riflettevano sulle responsabilità coloniali italiane, uscivano decine di pubblicazioni accademiche e non che reinterpretavano il Mediterraneo come bacino culturale comune. Eppure, la saldatura tra l’opposizione sociale ai respingimenti o alla criminalizzazione delle ONG e i movimenti artistici è stata residuale e non ha determinato un salto di qualità nel dibattito, nell’interpretazione di un ruolo pubblico da parte degli artisti e dei movimenti culturali.
Assistiamo in maniera paradossale al fatto che il concetto della remigrazione possa trovare appiglio nel dibattito politico istituzionale. Possiamo riuscire a rigettare come mondo culturale la possibilità che il termine remigrazione trovi ospitalità e legittimità nei discorsi e negli spazi del dibattito pubblico e delle istituzioni? In questi anni sono emersi artisti e autori con background migratorio che hanno reso evidente che il colonialismo è cristallizzato dentro i luoghi comuni, il linguaggio e la politica.
Possiamo pensare che l’arte riesca ad aiutarci a compiere questo salto culturale in una società meticcia e rifiutare ogni passo indietro?
In questo senso i movimenti per la Palestina hanno visto una reale continuità di movimenti e transizioni dall’ambito artistico a quello politico, con una relazione inedita e fruttuosa che ha aperto nuovi scenari e ha messo a nudo almeno in parte i sistemi economici e istituzionali di promozione dell’arte, con il risultato che tante e tanti tra curatori, critici e artisti, credono sempre meno nel sistema artistico e non riescono più a immaginarsi senza l’attivismo.
Nel frattempo, operazioni costruite ad arte da influencer ben indirizzati provano a gettare fango e costruire campagne denigratorie, dentro un disegno più ampio di screditamento di chi manifesta o chi promuove aggregazione sociale.
In questa fase in cui la deriva autoritaria ha un carattere internazionale e sempre più pressante, in cui il lavoro degli artisti è degli operatori culturali è realmente povero e affidato a risorse sempre più residuali, cosa aspettiamo per aprire una nuova fase, in cui l’arte e la cultura possano interpretare realmente un ruolo di ricostruzione di un immaginario diverso, che rifiuti la guerra e l’oppressione, che contrasti i nuovi re e le derive soffocanti dell’autoritarismo?
“Signori, il tempo della vita è breve, e se viviamo, viviamo per calpestare i re”, scrive William Shakespeare nell’Enrico IV. Per questo il 27 Marzo decine di artisti si esibiscono dal palco della Città dell’Altreconomia, per uscire fuori da una china di rassegnazione e silenzio e rilanciare la sfida.
Un altro sistema è pensabile?
Esiste un sistema fluido di spazi culturali e sociali che alimentano la proposta culturale in Italia ed è fatto di moltitudini di forme e di spazi diversi. Esistono spazi culturali di partecipazione popolare e democratica come i circoli arci, gli spazi ibridi, i live club e tanti altri. Continuano ad esserci nonostante la morsa autoritaria ed economica, la burocratizzazione e la competizione sfrenata che, almeno in ambito musicale, ha visto di recente assestarsi un nuovo monopolio di grandi multinazionali che, grazie anche a fondi pubblici, hanno portato a casa arene e forum dove rappresentare i propri artisti. In un sistema sterile e incancrenito in cui le realtà culturali non riescono a costruire un rapporto nuovo con gli artisti, se non dettato dal mercato, non si intravede una possibilità di ripensare questo sistema come una infrastruttura culturale e di produzione di pensiero e non solo di mercato, se non con uno scarto di lato, con una nuova alleanza che deve rimettere al centro gli spazi e i soggetti culturali come ecosistemi fondamentali di produzione di narrative e immaginari, di partecipazione democratica. Questa è la mossa dei pedoni che dai territori si muovono contro i nuovi Re e sarebbe importante essere marea per uscire finalmente dall’angolo ed interpretare realmente il ruolo densamente politico della cultura di analisi e visione per guardare lontano, oltre l’asfissia di questa nebbia reazionaria.
Marco Trulli
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