La moda è molto più del suo mercato. Intervista allo stilista Marco De Vincenzo
Per lo stilista, l’equilibrio viene prima di tutto. Subito dopo viene l’arte, intesa nel suo significato più ampio, come confermato anche dall’ultima sfilata di Etro alla Milano Fashion Week AI 26–27
Nasce a Messina nel 1978, frequenta il liceo classico per poi lasciare la sua terra. Roma lo accoglie, studia all’Istituto Europeo di Design e, appena laureato, viene chiamato da Fendi per entrare a far parte dell’ufficio stile come designer di accessori. Da quel momento spicca il volo, con una consapevolezza pienamente maturata nel tempo: “Uno stilista deve anche aiutare la moda a raccontarsi meglio, perché da sola non basta più”. È questa la chiave del successo di Marco De Vincenzo, direttore creativo di Etro dal 2022, marchio che non ha avuto la pretesa di rivoluzionare ma di reinterpretare. Per farlo, si è servito anche dell’arte e delle sue infinite sfaccettature. Ad esempio, la sfilata AI26-27 tenutasi durante la Milano Fashion Week ha visto la collaborazione con Bluem, musicista sardo dal suono internazionale ma con radici folk molto forti, e il collettivo romano Numero Cromatico per il setting. Prima ci sono stati Amy Lincoln, i Santamarea, Miglio, Agostino Iacurci e La Niña — per citarne alcuni. De Vincenzo dice di condividere con alcuni di loro il bisogno di rimpastare le proprie origini, evitando di riprenderle tali e quali. Non l’ha mai fatto. E non potrebbe, essendo un divoratore di novità, un affamato di nuovi spunti. Sazia la sua necessità di cambiamento circondandosi di creativi a tutto tondo, nonostante non sia sempre facile portarli dentro la moda. “Spesso c’è diffidenza”, ammette, “perché la moda è diventata il capro espiatorio di molti problemi etici e di sistema. Io però non ho mai imposto nulla agli artisti con cui collaboro”. Ne abbiamo parlato faccia a faccia, nel suo ufficio milanese, circondati da libri e drappi di tessuti.

Intervista a Marco De Vincenzo
L’arte per te è più una fonte di ispirazione visiva o un metodo di pensiero?
Nella mia carriera l’arte è quasi sempre arrivata dopo. Prima c’è un gesto istintivo, qualcosa che fai senza sapere bene perché, poi a un certo punto riconosci un’affinità con qualcuno o qualcosa che magari non conoscevi. È successo spesso così: mi accorgevo di essere attratto, per esempio, da certe soluzioni cromatiche o dall’optical, senza averle studiate davvero. Solo dopo mi sono documentato, ho letto libri, e lì la cosa è esplosa. È una scoperta bellissima riconoscersi nel lavoro di qualcun altro, vivo o del passato, e capire di non aver inventato nulla ma di condividere una sensibilità. Alla fine, le correnti esistono proprio per questo.
Cerchi mai di unire l’arte alla moda?
Cerco di elevare la moda dal suo status puramente commerciale. Negli ultimi dieci anni la finanza è diventata il motore principale e la moda ha perso creatività. Fare questo mestiere rischia di diventare frustrante se non hai spazio per creare davvero. Quando non ti riconosci più nella corsa al fatturato, devi ricorrere ad altro: musica, artisti, collaborazioni. Fare gruppo ti fa sentire più forte e restituisce alla moda un senso che altrimenti rischia di perdersi. Penso a Elsa Schiaparelli, ai creativi che si circondavano di artisti: tra creativi ci si intendeva e ci si aiutava. Quelle sinergie mi hanno sempre affascinato. Se potessi rivivere un’epoca sceglierei quei cenacoli in cui pittori, musicisti e intellettuali si incontravano. Sto leggendo Un cuore greco, un libro bellissimo sulla ripresa dei classici nel Novecento. Il recupero, per me, ha un valore enorme.
La musica è per te un punto di partenza o di arrivo quando crei?
La musica, per molto tempo, è stata l’atto finale: chiamavi un musicista o un DJ e costruivi la colonna sonora. Ma già negli ultimi anni del mio brand ho iniziato a sentire questa modalità come limitante. Ho provato a fare l’opposto: avere la musica in testa mentre scrivevo la collezione. Con alcune collaborazioni ho saputo fin dall’inizio che suono avrebbe avuto lo show, e questo ha reso la fusione ancora più forte. Oggi la musica è diventata un ingrediente imprescindibile. Ogni fase della mia carriera è legata a uno o più album. E ascolto di tutto, ma cerco sempre una componente romantica e malinconica. Amo una certa elettronica, ma non quella puramente energica: ho bisogno che la musica mi faccia immaginare. I Sigur Rós sono probabilmente il gruppo che ho ascoltato di più. Non cerco musica “divertente”, ma musica che abbia profondità emotiva.

Com’è iniziato il tuo viaggio in Etro?
Quando mi hanno proposto Etro, ho subito pensato al tessuto. Etro nasce come azienda tessile, la moda è arrivata dopo. Anche io, a un certo punto della mia carriera, avevo smesso quasi di disegnare per concentrarmi sui tessuti. Nel primo incontro con Gimmo Etro ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto: avevamo affinità profonde, nonostante vite diversissime. È stato quello il vero legame.
Che approccio hai avuto?
Una volta arrivato in Etro, mi sono documentato molto sul suo patrimonio culturale, anche sugli aspetti più complessi legati a orientalismo e appropriazione. Oggi credo che, per raccontare Etro, sia importante collaborare con artisti contemporanei che provengano da quelle stesse culture da cui il marchio storicamente ha attinto. Non copiare, ma interpretare. Anche le nostre stampe funzionano così: un paisley che, guardato da vicino, diventa un pesce. Cerchiamo di non essere didascalici. Oggi bisogna interrogarsi di più, chiedere di più a se stessi. Il cosmopolitismo è un valore, ma va praticato in modo diverso rispetto al passato.
Oggi cosa pensi del tuo lavoro?
La direzione creativa è un lavoro di orchestrazione. Mettere insieme tutte queste voci richiede esperienza. Mi piace molto l’intervento altrui sul mio lavoro: è rischioso, ma mi dà adrenalina e impedisce alla moda di chiudersi in una bolla. Sono in Etro da meno di quattro anni, ma sembrano molti di più perché questo mestiere si è complicato. Il lavoro di direzione creativa è sempre un equilibrio tra libertà e responsabilità. Ho sperimentato, ho fatto tentativi, alcuni hanno funzionato, altri meno. Oggi penso di muovermi in un equilibrio più maturo, con intrusioni più o meno evidenti.
Credo tu abbia reso Etro uno spazio dove sperimentare…
Sì, l’idea di Etro come piattaforma per artisti è nata quasi per caso, quando ho utilizzato un brano dei Santamarea durante uno show Donna. Il pezzo è piaciuto molto e da lì è iniziato tutto. I palcoscenici per gli emergenti non sono mai abbastanza, e la moda per molto tempo non ha dato spazio alla musica italiana. Si è creata una visibilità reciproca, e questo mi è piaciuto molto. La moda ha un pubblico attento all’arte e alla musica, ed è giusto sfruttarlo in questo modo.
Come descriveresti ad un neofita della moda qual è il tuo modus operandi?
Il mio Etro è basato sul recupero e sull’interpretazione. Amo i designer che lavorano in questo modo, come Alessandro Michele. Recuperare non significa copiare, ma trasformare. È come Wendy Carlos con Bach: un recupero che in realtà stravolge e rinnova. Credo che la moda dovrebbe tornare alla sua funzione primaria, aiutare le persone a esprimersi. Ha abbandonato le sottoculture, è diventata inaccessibile, dimenticando la gente reale. La moda vive attraverso le persone, non solo attraverso chi la commenta o la giudica. Io sono felice quando persone estranee al settore capiscono quello che stiamo facendo.
Pensi che la moda possa ancora essere un linguaggio culturale forte?
Che la moda possa ancora essere un linguaggio culturale non lo so, ma so che dovrebbe esserlo. Il suo potere è intatto, nessun mezzo può sostituire quello di un vestito. Il problema è che immaginario e profitto oggi sembrano inconciliabili, quando in realtà la moda è nata proprio da questa tensione. Investire nell’immaginario è l’unico modo perché la moda torni davvero a parlare a tutti.
Giulio Solfrizzi
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