“Lo chiamavano Jeeg Robot” 10 anni dopo l’uscita: una cinecomic o una fiaba urbana?
Un decennio dopo il debutto sul grande schermo, torno al cinema il cult diretto da Gabriele Mainetti e con protagonisti Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. Un film che ha segnato positivamente il cinema italiano contemporaneo
Il cinema italiano d’intrattenimento ha un prima e un dopo Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Non perché abbia inaugurato un filone – i cinecomic, da noi, restano creature rare – ma perché ha avuto il coraggio di sporcare il mito. Di togliergli la patina, di trascinarlo nel fango del Tevere e lasciarlo lì, a respirare smog. Per celebrare i dieci anni dall’uscita in sala, io chiamavano Jeeg torna al cinema, rimasterizzato in 4K, come evento speciale il 2, 3 e 4 marzo 2026, distribuito da Lucky Red.
Cosa racconta “Lo chiamavano Jeeg Robot”
Non c’è storia: Enzo Ceccotti, interpretato da Claudio Santamaria, è il primo grande supereroe contemporaneo della nostra industria cinematografica; e il suo nemico, lo Zingaro — a cui dà volto uno strepitoso Luca Marinelli — è un antagonista altrettanto memorabile. Enzo entra in contatto con una sostanza radioattiva per caso, come accade agli eroi distratti. Solo che lui eroe non lo è. È un ladro di Tor Bella Monaca, ombroso, introverso, chiuso in un appartamento che odora di solitudine e budini alla vaniglia. Quando scopre di avere una forza sovrumana, non pensa a salvare il mondo: pensa a rubare meglio. Il dono è un investimento, un potenziamento di carriera. In questa deviazione morale sta l’intuizione più radicale di Mainetti: tradurre il mito supereroistico dentro il realismo sociale italiano, senza filtri, senza consolazioni.
“Lo chiamavano Jeeg Robot”: non semplici personaggi di periferia
Non è il primo cinecomic italiano. È il primo supereroe radicato nella marginalità romana. Enzo non è aspirazionale, non è brillante, non è ironico. È apatico, quasi animalesco, un corpo che reagisce più che agisce. La sua Roma non è cartolina: è cemento, palazzoni, periferia slabbrata. È una Gotham City proletaria dove il Tevere non riflette skyline, ma detriti. La città non fa da sfondo, respira. Stringe i personaggi in un abbraccio ruvido, li determina. E poi c’è lo Zingaro. Il villain costruito da Marinelli è tragico e infantile, pop e grottesco insieme. Vive di un immaginario anni Ottanta che diventa identità, rifugio, travestimento. Canta, balla, si specchia nel proprio delirio di grandezza. Ma sotto la superficie colorata c’è un desiderio disperato di riconoscimento: essere qualcuno, finalmente. In questo, non è così diverso da Enzo. Sono figli della stessa marginalità, prodotti della stessa città che mastica e sputa. Solo che uno sceglie il silenzio, l’altro il rumore.
L’immaginazione come atto politico e d’amore ne “Lo chiamavano Jeeg Robot”
Se il conflitto è muscolare, il motore è sentimentale. Senza Alessia (Ilenia Pastorelli, al tempo alla sua prima prova d’attrice) non esiste l’eroe. È lei a proiettare su Enzo l’immagine di Jeeg Robot, a credere ostinatamente che dietro quel corpo massiccio si nasconda un salvatore. L’immaginazione diventa atto politico, l’innocenza una forza rivoluzionaria. In un mondo che ha smesso di credere, Alessia continua a farlo e costringe Enzo a guardarsi con occhi diversi.
Jeeg Robot, un eroe che inciampa nella città
Ma il film non è solo azione, è una fiaba urbana devastata. Parla di potere e responsabilità, certo, ma soprattutto di identità negate e sogni scaduti. Il mito pop non è nostalgia sterile: è un linguaggio comune, un codice emotivo che permette ai personaggi di dirsi ciò che non sanno esprimere. È rifugio e possibilità. A distanza di dieci anni, l’intuizione resta intatta: l’eroe italiano non vola sopra la città, ci inciampa dentro. E quando finalmente decide di usare quella forza, non è per gloria o spettacolo. È per essere all’altezza dello sguardo di chi ha creduto in lui.
Margherita Bordino
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