Monumento, rovina, performance: parliamo di “effimero” in architettura (e di permanenza) 

Dopo “astrazione”, il secondo vocabolo preso in esame nel suo ciclo di saggi brevi dallo storico e critico dell’architettura Luigi Prestinenza Puglisi è “effimero”. L’analisi prende avvio dal concetto di permanenza e dal ruolo dei monumenti

Se apriamo un dizionario alla voce “monumento” troviamo una definizione apparentemente innocua: una testimonianza concreta e durevole che ha lo scopo di ricordare ed esaltare persone o eventi. Ma dietro questa definizione si nasconde una trappola concettuale. Il monumento non è solo un oggetto: è un dispositivo temporale. Esiste per durare, o meglio, per promettere durata. La sua ambizione primaria non è tanto l’uso quanto la permanenza. Non serve, o non serve soltanto, a qualcosa: serve a rimanere. A imporre un ricordo. 

Monumenti, potere, eternità 

Tutto può essere monumento. Il poeta latino Orazio lo aveva capito quando scriveva “Exegi monumentum aere perennius”. La poesia, cioè qualcosa di immateriale, di fragile, di affidato alla voce e alla memoria, viene proclamata più durevole del bronzo, delle piramidi, dei templi. Perché sa attraversare il tempo in un altro modo: non opponendosi al divenire, bensì scivolandoci dentro. La poesia resiste alla pioggia e al vento non perché è impermeabile, ma perché è riproducibile, raccontabile, riattivabile. In questo senso, Orazio anticipa una verità che l’architettura monumentale faticherà sempre ad accettare: la durata non coincide con la materia. I monumenti esercitano un’attrazione vertiginosa sui potenti e, in particolare, sui dittatori. Dai faraoni agli imperatori romani, fino ai despoti del Novecento – Mussolini, Hitler, Stalin – il potere assoluto ha sempre sentito il bisogno di tradursi in massa, in peso, in pietra. Il monumento rassicura chi comanda perché promette una sopravvivenza simbolica. È il tentativo di sottrarsi alla propria mortalità. 

Arco di Trionfo, Parigi. Foto di Osama Madlom su Unsplash
Arco di Trionfo, Parigi. Foto di Osama Madlom su Unsplash

Il ruolo strategico della rovina 

Hitler rappresenta forse il caso più emblematico. Architetto mancato, concepisce il Terzo Reich come un impero fondato sulla monumentalità. Berlino avrebbe dovuto diventare una città-monumento, la Welthauptstadt Germania, capitale del mondo. Albert Speer disegna per lui un asse nord-sud smisurato, un arco di trionfo che avrebbe schiacciato quello parigino, una Große Halle sormontata da una cupola talmente colossale da generare, secondo i calcoli, pioggia di condensa al suo interno. Tutto è eccesso, tutto è sproporzione. Non si tratta di costruire edifici, ma di costruire eternità. Eppure, Speer, con una lucidità inquietante, coglie il vero segreto della monumentalità: ciò che garantisce la durata non è il funzionamento dell’edificio, destinato come ogni cosa umana a morire, ma la rovina. Un grande monumento produce belle rovine. La rovina è il vero obiettivo, la forma finale prevista in anticipo. A durare non è la funzione, a la traccia. Il segno lasciato nel paesaggio e nella memoria. Da questo punto di vista, il monumento è profondamente romantico: nasce già pensando alla propria fine, alla propria dissoluzione spettacolare. 

Tra atemporalità e rassicurante monumentalità 

Ma qui si apre una contraddizione insanabile. Il monumento, per definizione, deve durare e quindi porsi fuori dal tempo. Deve apparire immobile, definitivo, sottratto al divenire. Da qui la predilezione per forme geometriche statiche, preferibilmente simmetriche. La simmetria suggerisce equilibrio, sintesi, controllo: esattamente ciò che il potere vuole comunicare. Le figure con molteplici assi di simmetria – le piante centrali, le cupole – diventano così l’archetipo della monumentalità. Il tempo è neutralizzato nello spazio. Sarebbe però un errore attribuire la monumentalità solo alle dittature. Anche le democrazie ne sono profondamente attratte. Basta guardare gli edifici che rappresentano le istituzioni nelle capitali europee e americane. Parlamenti, corti supreme, musei nazionali: tutti aspirano a una monumentalità che rassicura. Il messaggio è chiaro: siamo solidi, stabili, destinati a durare. Il monumento diventa uno strumento di legittimazione democratica. 

Partenone, Atene. Foto di Spencer Davis su Unsplash
Partenone, Atene. Foto di Spencer Davis su Unsplash

Il concetto di monumentalità oltre le dittature 

Non a caso Sigfried Giedion, dopo la Seconda guerra mondiale e il crollo delle dittature, propone una “nuova monumentalità” che le democrazie avrebbero dovuto fare propria. La solidità istituzionale non è un’esclusiva dei regimi autoritari. Il problema non è la monumentalità in sé, ma il modo in cui viene declinata. Bruno Zevi compie un passo ulteriore e più radicale. Osserva che l’ossessione monumentale è profondamente radicata nella cultura cattolica, che ha sviluppato un’architettura in cui la dimensione spaziale è esaltata a scapito di quella temporale. La chiesa tende all’equilibrio spaziale, annulla l’idea del divenire, sospende il tempo in una forma compiuta. La monumentalità, in questo senso, non è un incidente della storia, ma un fattore intrinseco della nostra cultura figurativa. I dittatori non hanno inventato nulla: hanno solo portato questa tendenza al parossismo. Persino Le Corbusier, quando guarda al Partenone come a una macchina perfetta, non fa che iscriversi in questa tradizione occidentale che privilegia lo spazio sul tempo. Zevi oppone a questa visione quella ebraica, fondata sul movimento, sul racconto, sul divenire. Se volessimo chiudere con una battuta: la monumentalità è parmenidea e cattolica, la non monumentalità è eraclitea e ebraica. 

L’avvento dell’effimero e l’evoluzione del concetto di durata 

E tuttavia il Novecento, pur appesantito dalla sua ansia monumentale, ha prodotto anticorpi. Accanto alla ricerca della durata emerge una parallela esplorazione dell’effimero. Metabolisti, avanguardie radicali, architetture-evento celebrano la dissoluzione dell’architettura nella temporalità. Non edifici destinati a durare, ma episodi destinati ad accadere. L’evento non resta: succede. Non è bronzo, è tempo. L’effimero dura in un altro modo. Non nella rovina, ma nel ricordo. I supporti leggeri e flessibili su cui vive l’architettura effimera sono della stessa natura della memoria. Qui la simmetria, la staticità, i materiali perenni diventano secondari. La durata è spostata fuori dall’edificio, affidata ad altri media: libri, fotografie, filmati, racconti. Anche se l’edificio scompare, lascia tracce. Così come le performance artistiche: terminano ma, registrate, durano nel tempo. Ma la memoria per potersi trasferire deve diventare narrazione. Deve essere portatrice di storie. Perché, alla fine, non sono le pietre a essere tramandate, ma le storie. O, se vogliamo usare una metafora più efficace: le storie sono le belle rovine che un’architettura effimera lascia nel tempo.

Luigi Prestinenza Puglisi 

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Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica…

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