La guerra come serie televisiva (e il ruolo dell’arte contemporanea)
Ci stiamo abituando a guardare la guerra come un film a puntate? Come allenare lo sguardo e il senso critico grazie anche alle opere d’arte, da Picasso a Maurizio Cattelan
Oggi, nell’epoca in cui tutto viene filtrato, scorrere un feed attraverso uno schermo porta a imbattersi in immagini di conflitti armati, video dal fronte, commenti geopolitici, trailer e frame di serie televisive di guerra. Questo tema non è più soltanto un evento storico o politico, ma diventa un flusso visivo continuo, frammentato e consumabile: un “racconto seriale”.
In questo contesto, le serie televisive contribuiscono a costruire una rappresentazione del conflitto che privilegia l’impatto emotivo, offrendo allo spettatore scenari riconoscibili e ruoli leggibili, proprio mentre gli equilibri internazionali del presente sono sempre più instabili.
La guerra come episodio
La serie televisiva Tom Clancy’s Jack Ryan (Prime Video, dal 2019) rende particolarmente evidente questo meccanismo. La narrazione segue l’analista della CIA, Jack Ryan nel tentativo di sventare l’ascesa del regime autoritario di Reyes in Venezuela, attraverso un’operazione statunitense che intreccia sicurezza internazionale e interessi economici legati al controllo delle risorse petrolifere, in un contesto geopolitico segnato dalla competizione con Cina e Russia.
La spettacolarizzazione della guerra
Le relazioni politiche internazionali vengono così inserite in una struttura narrativa riconoscibile: una minaccia globale, un antagonista chiaramente identificabile, un protagonista razionale e una progressione drammatica che promette una risoluzione. Mentre, sui social network la serie tv viene percepita dal pubblico come un cortocircuito in una partitura drammaturgica, tra finzione e realtà, interpretando il conflitto come una “trama in continuo sviluppo”, più che un evento traumatico, complesso e irrisolto. “Un episodio di “Tom Clancy’s Jack Ryan” di sei anni fa aveva previsto l’invasione americana del Venezuela? Non esattamente, ma gli spettatori dicono che sia la spiegazione perfetta per questi tempi geopolitici confusi.”, riportato dal Wall Street Journal sull’account X. Ogni contenuto diventa un episodio a sé, inserito in una sequenza che privilegia la carica emotiva dei tempi attuali, rispetto all’analisi critica da parte di chi fruisce. L’unica cosa certa come sostiene Bruce Jackson, “i media non sono affatto omogenei nel modo in cui raccontano la guerra”, in quanto rischiano di semplicizzarla, banalizzarla e spettacolarizzarla.
A questo punto emergono delle domande: Dove inizia l’informazione e dove finisce lo spettacolo? E, quali strumenti critici sono a disposizione per interpretare questa sovrapposizione, attraverso lo sguardo degli artisti e delle loro opere?

L’arte contemporanea come lente critica
Di fronte all’incapacità politica internazionale di gestire diversi conflitti come quello del Venezuela, alcune opere possono essere riproposte criticamente. Ad esempio, i grandi capolavori contemporanei: Guernica (1937) di Pablo Picasso e Him (2001) di Maurizio Cattelan. Due opere di periodi storici diversi, ma attuali della guerra del secolo scorso. Se Guernica restituisce il trauma della guerra come immagine collettiva e storicizzata, Him agisce in modo opposto: non mostra il conflitto, ma ne riattiva l’ambiguità morale nel tempo presente, costringendo lo spettatore a un cortocircuito emotivo, che ha difficoltà a identificare ruoli chiari, di “buoni” e “cattivi”. In questo contesto, l’arte contemporanea rivela di essere un dispositivo di critica, rendendo l’opera un oggetto di analisi e polemica contro l’identificazione di contenuti omogenei e privi di senso, che rischiano di essere consumati passivamente all’interno di logiche di puro intrattenimento.
Le serie tv e la guerra
Se fosse vero, come sosteneva ironicamente Massimo Troisi, che “gli americani fanno la guerra per girarci i film”, tutto si ridurrebbe a una spettacolarizzazione del dramma in contenuti di basso livello. Lo stesso vale per le serie televisive, come accade in Tom Clancy’s Jack Ryan. Non è così, anche perché, in un ecosistema in cui dominano media, algoritmi e piattaforme social, non bisogna smettere di guardare: occorre imparare a riconoscere il prodotto seriale dal suo dispositivo, altrimenti siamo perduti.
Andrea Battista
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