Si infiamma il dibattito sull’Hitler piazzato da Maurizio Cattelan nel Ghetto di Varsavia. “Insulta la memoria degli ebrei”. “No, ha una forte valenza educativa”

“Una provocazione senza senso, che insulta la memoria delle vittime ebree dei nazisti”. Non usa mezzi termini, il Centro Simon Wiesenthal, nel bollare la scelta di Maurizio Cattelan e di Fabio Cavallucci – curatore della mostra attualmente di scena a Varsavia – di collocare Him, la scultura che rappresenta Adolf Hitler inginocchiato nell’atto di pregare, […]

La scultura è visibile solo attraverso l'apertura nel portone

Una provocazione senza senso, che insulta la memoria delle vittime ebree dei nazisti”. Non usa mezzi termini, il Centro Simon Wiesenthal, nel bollare la scelta di Maurizio Cattelan e di Fabio Cavallucci – curatore della mostra attualmente di scena a Varsavia – di collocare Him, la scultura che rappresenta Adolf Hitler inginocchiato nell’atto di pregare, nel pieno del Ghetto della capitale polacca. Curiosamente le polemiche, che in questi giorni montano furiosamente, emergono a oltre un mese dall’opening, avvenuto lo scorso 16 novembre.
Eppure il dibattito ora si fa infuocato: “L’unica preghiera che gli ebrei possono concepire attorno alla figura di Hitler, è che possa essere cancellato dalla faccia della terra”, ha commentato Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. La polemica si incentra in particolare sulla scelta della precisa location per l’installazione, visto che per il popolo ebraico il Ghetto è legato alla memoria di 300mila persone che lì vivevano e che morirono di fame o di malattia o furono mandate a morire nei campi di concentramento sotto il regime nazista.
Dal canto suo, Fabio Cavallucci garantisce che non c’era alcuna intenzione da parte dell’artista o del Castello Ujazdowski, da lui diretto e organizzatore della mostra, di insultare la memoria ebraica: “È un’opera d’arte che vuole parlare del male, e delle situazioni in cui il male si nasconde dietro diverse sembianze”. Così sembra averla interpretata Michael Schudrich, rabbino capo della Polonia, che è stato consultato circa il posizionamento dell’opera, ma che non si è opposto, convinto dell’utilità di tenere alto il dibattito sulla Shoah: “Ho pensato che il progetto potesse avere un forte valore educativo”.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.