I quadri hanno gli occhi e ci spiano. Una mostra a L’Attico di Roma rovescia il punto di vista 

Da Pascali a Ontani, fino ad Anna Paparatti e a un inedito Pizzi Cannella. Le opere d’arte ci guardano, lo testimonia Fabio Sargentini in una mostra nella sua galleria di Roma

I quadri ci guardano? è una mostra collettiva fatta di confronti – confronti innanzitutto tra sguardi, prima ancora che tra le opere e gli autori. Il titolo si riferisce a un pensiero che da anni Fabio Sargentini andava accarezzando, espresso in inglese: “Painting have eyes, paintings are spies”. Dunque, non solo i quadri hanno gli occhi, e sono in grado di guardare a loro volta noi spettatori, ma con quegli occhi sono capaci di spiare, di spiarci. Questa idea cambia il nostro rapporto con le opere, e la relazione che esse instaurano tra di loro. 

La mostra alla galleria L’Attico di Roma 

Così, entrando in galleria, veniamo accolti da quello che Sargentini stesso definisce “un triangolo metafisico” tra Luigi Ontani (con una rilettura del 1977 del Giovane con canestra di frutta di Caravaggio) Giorgio de Chirico (Autoritratto, 1924) e Pino Pascali (Senza titolo, 1967), triangolo che però si rivela piano piano, solo quando oltrepassiamo la soglia che divide l’ingresso dalla prima sala. All’inizio, infatti, questa relazione si presenta come un dittico, in cui l’autoritratto di Ontani apre all’indietro nel tempo a quello di de Chirico, bianco come una statua; e solo allora ci accorgiamo del ‘rimbalzo’ sulla fotografia di Pascali. La metafisica è la disposizione fondamentale che informa di sé l’intera mostra: la stessa idea che i dipinti si attivino, e che una volta caricati della contemplazione da parte di pubblici di epoche diverse sviluppino a loro volta questa capacità di osservazione, grazie alla quale ci scrutano e ci mettono in una condizione di piacevole disagio, ha una portata al tempo stesso radicale e familiare. 

I quadri ci guardano? Installation view, Galleria L'Attico, Roma, 2026
I quadri ci guardano? Installation view, Galleria L’Attico, Roma, 2026

Le opere e lo spazio espositivo 

Cambia la nostra attitudine nell’abitare lo spazio espositivo; la contemplazione non è più una dimensione passiva, ma un dialogo – un rapporto. In Diario per modo di dire (Scheiwiller 1994), Sargentini annotava: “In un negozio di antiquariato cinese ho visto delle concrezioni di rocce che emanavano un grande magnetismo. Il commesso mi ha spiegato che in origine erano state oggetto di meditazione. Allora ho pensato che nei secoli dovessero essersi impossessate di tutti quegli sguardi. Era questa la loro forza ipnotica. E mi sono convinto che tutti gli oggetti fatti per essere guardati hanno i loro occhi per guardarci”. Questa condizione consiste anche, inevitabilmente, in una diversa concezione e percezione del tempo, e quindi anche del tempo della storia dell’arte: una percezione non più lineare e proiettata in avanti, ma fatta di ritorni, di digressioni, di riaperture.  

Le opere in mostra a Roma 

È una percezione che trova un suo possibile inizio proprio con il Giovane che guarda Lorenzo Lotto (1967) di Giulio Paolini, che ribalta il senso direzionale della neoavanguardia e rivolge lo sguardo indietro (come era avvenuto, appunto, con la pittura metafisica rispetto a Cubismo e Futurismo), oltre ad attivare in maniera nuova la posizione dello spettatore. E infatti tornando indietro, sulla destra, davanti a una tenda nera i personaggi maschili di Stefano Di Stasio (I guardanti, 1994) osservano la realtà micro delle particelle e quella macro del cosmo, mentre un lungo corridoio sulla sinistra conduce verso una soglia luminosa. La pittura di Di Stasio, a partire dalla fine degli Anni Settanta, estende questo sguardo ai secoli ‘gloriosi’ della pittura italiana, in chiave e con attitudine consapevolmente “anti-moderna”.  

I quadri ci guardano? Installation view, Galleria L'Attico, Roma, 2026
I quadri ci guardano? Installation view, Galleria L’Attico, Roma, 2026

Tra Pizzi Cannella e il teatro giapponese 

Uno dei confronti più sorprendenti è quello tra un’opera – esposta per la prima volta – di Pizzi Cannella di metà Anni Ottanta (Mia cara, 1984) e una maschera del teatro giapponese del periodo Edo (1600-1868). Questo rapporto tra una figura fantasmatica, che emerge indefinita dal buio illuminata da un faro posizionato sul pavimento, e lo spettro di un’identità negata, usata in una forma teatrale estremamente stilizzata, lascia emergere un aspetto – l’aspetto – nascosto della realtà: “Fantasmico, per incipiente fenomeno di rappresentazione; genesi di ogni aspetto. E, rispetto all’uomo: stato iniziale del momento di scoperta, allor che l’uomo trovasi al cospetto di una realtà ignota a lui dapprima” (Alberto Savinio, Anadioménon. Principi di valutazione dell’Arte contemporanea, “Valori Plastici”, I, I).  

I quadri ci guardano: il percorso espositivo 

E spettrali sono anche le figure dipinte da Paolo Del Giudice, Borges e Bacon (1990), tra i numi tutelari di tutta l’esposizione, così come quelle dipinte da Victor Brauner (Souvenir de l’irrealitè immediate, 1952). Ma non è necessario che i quadri posseggano volti umani affinché guardino: ci osserva anche lo stupa nepalese dipinto nel 1985 da Anna Paparatti (Lodnath al tramonto). La mostra si chiude nel teatrino con lo Studio per “La Casa di Lucrezio” (2023) di Giulio Paolini e con Oggetto indistruttibile (1923) di Man Ray, metronomo dotato di occhio che si affaccia e scruta dal sipario scuro: due opere – separate esattamente da un secolo – che entrano in relazione magica sia tra di loro che con gli spettatori assorti sui gradini dello spazio intimo e denso di storia, di memoria e di futuro.  

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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