Sei giovani artisti interpretano il concetto di “rifugio” in una mostra a Roma
Custodire e salvaguardare memorie, testimonianze ed “esistenze”: questo è emerso dopo tre mesi di residenza nel quartiere di San Lorenzo. Un concetto che assume una valenza sociale e politica rilevante nell'era contemporanea
Cosa significa oggi trovare un rifugio? È una domanda che attraversa pratiche e linguaggi diversi e che diventa il filo conduttore della mostra Rifugi, ospitata negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere fino al 18 aprile. Curato da Marcello Smantelli e Davide Lunerti, il progetto segna la tappa conclusiva della VI edizione di 6ARTISTA. Progetto per giovani artisti 2025 – 2026 e restituisce al pubblico gli esiti dei tre mesi di residenza che hanno coinvolto sei artisti under 35, quali: Vanshika Agrawal, Emma Brunelli, Micol Gelsi, Davide Miceli, Giulia Romolo e Nadia Vallino, chiamati a misurarsi con un luogo che da oltre cinquant’anni rappresenta un crocevia per la scena contemporanea romana.
Tra memorie culturali, paesaggi fragili, utopie collaborative e derive immaginative, il rifugio si trasforma in spazio politico, intimo e simbolico: non solo riparo, ma dispositivo capace di generare comunità, visioni e nuove possibilità di esistenza.
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Intervista ai curatori Davide Lunerti e Marcello Smarrelli
In un periodo come quello che stiamo vivendo il significato di “rifugio” assume un’importanza particolare, tanto a livello politico che sociale. Come questo concetto di “spazio di cura e attenzione” è stato declinato dagli artisti in mostra al Pastificio Cerere?
DL: Viviamo in un tempo in cui libertà e diritti vengono costantemente messi in discussione, in cui lotte e battaglie durate decenni sembrano andare progressivamente in fumo, in cui ogni cosa, dalla situazione nel nostro a quella di altri paesi, e dell’intero ecosistema, sembra essere sull’orlo del collasso o averlo abbondantemente superato. Non credo sia un caso che la maggior parte dei progetti presentati in residenza da questi giovani artisti contenessero il significato di rifugio: ognuna delle opere in mostra è incentrata nel preservare qualcosa di fragile e importante, assumendosi la responsabilità sociale e collettiva della cura e della memoria. L’idea di rifugio è per questi artisti uno dei ruoli che può assumere la pratica artistica. Le loro preoccupazioni sono rivolte alla vulnerabilità di ricordi, fantasie o conoscenze continuamente messe a rischio, che intendono proteggere affinché perdurino.

Ci spieghi meglio.
DL: L’opera di Giulia Romolo racchiude il ricordo delle spiagge di Pozzuoli, luoghi dove è nata e cresciuta, e dai quali è stata costretta ad allontanarsi per l’emergenza sismica; Vanshika Agrawal invece riporta in vita i ricordi delle antenate nelle testimonianze di riti di comunione femminile. Nadia Vallino utilizza unicamente materiali di riuso per realizzare delle sculture che riprendono l’immaginario infantile dell’abitare lo spazio; Emma Brunelli espone il risultato dei suoi esperimenti con uno specifico materiale di origine vegetale, che sottolinea la continuità tra diverse forme di materia organica; Davide Miceli realizza invece un rifugio per le sue figure fantasmiche e interiori. Il lavoro di Micol Gelsi ha infine un significato politico diretto: la sua installazione si basa sulla creazione di un archivio che conserva testimonianze di occupazioni delle zone verdi a rischio, incoraggiando la riappropriazione e preservazione degli spazi da parte di iniziative dal basso.
Come è stata “tradotta” fisicamente l’idea di rifugio nell’allestimento della mostra?
DL: In ognuno dei tre ambienti in cui si svolge la mostra è stata declinata una diversa interpretazione dell’idea di rifugio. All’esterno, nel cortile, la struttura creata da Micol Gelsi prende le sembianze di un rifugio urbano: una casa sull’albero, costruita su due piani, con materiali semplici ed economici (ferro, lamiera, tessuti), è installata in modo da ricordare un’abitazione effimera, per fare fronte all’emergenza abitativa o come giaciglio improvvisato per l’occupazione di uno spazio pubblico.
E nello spazio espositivo?
DL: Nello spazio espositivo della Fondazione, invece, una serie di elementi presenti in alcune delle opere, come le conchiglie in carta velina e le tonalità di blu marino delle cianotipie di Giulia Romolo, o le torri dei castelli di sabbia e cemento realizzate da Nadia Vallino, evocano nel percorso espositivo la creazione sottesa di un paesaggio marino: un rifugio per la mente e l’immaginazione, un ambiente accogliente, che abbraccia e richiama a sé, prezioso ma anche impermanente, effimero. Questa parte del percorso espositivo raccoglie e protegge in sé, come un guscio, i materiali più fragili presenti in mostra (vetro, carta cinese, cellulosa), che rispecchiano soggetti altrettanto fragili: i ricordi d’infanzia, la leggerezza, il pensiero utopico, la temporalità della vita organica.
Spazio Molini, infine, è stato pensato per l’intervento di Davide Miceli come una sorta di caverna sotterranea: un rifugio come un antro oscuro, dove si annidano e nascondono ombre e ossessioni intime e profonde. Scendendo i gradini dello spazio, sembra come di addentrarsi nella tana di una mente malata e irrequieta, popolata da fantasmi e ispirazioni che sfuggono all’interpretazione.

Il quartiere San Lorenzo a Roma: un laboratorio urbano che ha favorito la ricerca artistica
Quanto il quartiere di San Lorenzo ha segnato gli artisti durante il loro periodo di residenza?
MS: San Lorenzo ha inciso in maniera profonda e concreta sul percorso dei partecipanti di 6ARTISTA. Non si è trattato soltanto di uno scenario urbano, ma di un vero e proprio dispositivo attivo che ha favorito la ricerca.
San Lorenzo è un quartiere in continua trasformazione che negli anni si è affermato sempre con più forza come il principale art district della capitale, con importanti gallerie che hanno scelto di aprire qui le loro sedi, accanto a numerosi studi d’artista e agli spazi indipendenti. Questa concentrazione ha generato un ecosistema dinamico, dove dialogo, confronto e contaminazione sono la quotidianità. Allo stesso tempo, il quartiere mantiene una sua precisa identità: pur attraversato da cambiamenti urbani e sociali, continua a preservare una dimensione artigianale e comunitaria, restando meno esposto rispetto ad altre aree dall’invasione turistica. La presenza di botteghe artigiane e realtà produttive locali contribuisce a mantenere vivo un tessuto relazionale che entra inevitabilmente in dialogo con le pratiche artistiche contemporanee.
Fondamentale è anche la prossimità con istituzioni di ricerca e formazione come la Sapienza Università di Roma e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), che hanno rappresentato per noi interlocutori preziosi nei processi di studio e sperimentazione. Attraverso collaborazioni attive, la Fondazione ha potuto offrire agli artisti un impianto realmente multidisciplinare, favorendo l’incontro tra arte, scienza e ricerca teorica. In questo senso, San Lorenzo non è stato solo il luogo della residenza, ma un laboratorio urbano che ha orientato metodologie, tematiche e relazioni, contribuendo in modo sostanziale allo sviluppo delle progettualità individuali.
Quali sono gli scenari futuri di questo nuovo – e promettente – partenariato con la RUFA – Rome University of Fine Arts?
MS: Con la RUFA – Rome University of Fine Arts – che ha sede nel nostro palazzo, abbiamo già realizzato diverse collaborazioni in passato. Questo progetto rappresenta un ulteriore passo verso la costruzione di una rete strutturata tra istituzioni votate alla formazione e realtà di produzione culturale del territorio. Abbiamo recentemente presentato una nuova candidatura nell’ambito del programma Per Chi Crea, con l’obiettivo di consolidare e ampliare questa collaborazione.
In questa prospettiva, abbiamo scelto di estendere il partenariato coinvolgendo anche la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti – e l’Accademia di Belle Arti di Roma e siamo in attesa degli esiti delle graduatorie.
La visione è chiara: desideriamo che la Fondazione Pastificio Cerere possa diventare un vero e proprio trait d’union tra le accademie, uno spazio di scambio, confronto e sperimentazione per gli artisti delle nuove generazioni. Non soltanto un luogo espositivo, ma una piattaforma condivisa in cui studenti, docenti, ricercatori e artisti possano dialogare in modo circolare e democratico.

Fondazione Pastificio Cerere e Rufa: un’alleanza fondata su una visione comune
“La collaborazione con la Fondazione Pastificio Cerere in 6ARTISTA. Progetto per giovani artisti 2025-2026 rappresenta per RUFA una naturale evoluzione di un percorso condiviso che da anni ci vede impegnati nel sostegno ai giovani artisti”, ha spiegato ad Artribune Melany Parasole, Amministratrice Delegata RUFA. “Un’alleanza fondata su una visione comune e rafforzata anche dalla prossimità delle nostre sedi, che favorisce un dialogo quotidiano tra formazione, ricerca e pratica professionale. Progetti come questo offrono agli artisti emergenti un contesto autentico di confronto e sperimentazione, accompagnandoli verso una crescita consapevole e un inserimento attivo e critico nel sistema dell’arte contemporanea”.
Valentina Muzi
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