Ad Ascoli Piceno c’è una mostra in cui la pittura fa tante domande (ma non per forza dà risposte) 

Con la sua mostra personale la vincitrice del Premio Osvaldo Licini, Paola Angelini, parte da un triste evento personale per sviluppare delle immagini che interroghino l’osservatore e lo spazio in cui si trovano

C’è sempre qualcosa di sospetto nelle mostre che nascono da un lutto. Non per mancanza di sincerità, ma per eccesso di necessità: perché quando la biografia entra in pittura, il rischio non è tanto quello di dire troppo, quanto di non riuscire più a prendere le distanze. La mostra L’anno del Serpente di Paola Angelini (San Benedetto del Tronto, 1983) si muove esattamente su questa linea sottile, tra urgenza autentica e controllo formale, tra bisogno di attraversare una frattura e tentazione di farne linguaggio. 

Paola Angelini. Photo Piero Martinello
Paola Angelini. Photo Piero Martinello

La frattura come metodo nella pittura di Paola Angelini 

La mostra prende avvio da un evento biografico esplicito – la perdita del padre, figura centrale non solo nella vita privata dell’artista, ma anche nel confronto costante sulla pittura – e tuttavia rifiuta ogni deriva confessionale. Angelini non racconta, non spiega, non sublima. Dispone immagini, interroga lo spazio, accumula figure come se la pittura fosse l’unico luogo in cui la domanda possa restare aperta. Ne deriva un percorso che non cerca pacificazione, ma accetta l’attrito: esitazioni, ritorni e contraddizioni diventano parte integrante del dispositivo espositivo. 

Paola Angelini, L'anno del serpente, installation view, Galleria d'Arte Contemporanea, Ascoli Piceno, 2026
Paola Angelini, L’anno del serpente, installation view, Galleria d’Arte Contemporanea, Ascoli Piceno, 2026

Il serpente tra muta e permanenza 

Il titolo L’anno del Serpente rimanda a Year of the Snake, brano degli Arcade Fire ispirato al calendario cinese, ascoltato dall’artista in studio come un rito quotidiano. Il riferimento musicale introduce un’idea di ciclicità e trasformazione, ma anche di ambiguità: il serpente come figura di muta e, insieme, di permanenza. È attorno a questa ambivalenza che il lavoro di Angelini si muove, oscillando tra il desiderio di rinnovamento e la difficoltà di abbandonare forme, immagini e posture ormai sedimentate. L’allestimento asseconda questa tensione. Le grandi tele interrompono la continuità dello spazio, costringendo il visitatore a una fruizione rallentata, talvolta persino disagevole. Una scelta coerente con l’idea di attraversamento, ma non priva del rischio spazialmente la condizione di sospensione che la pittura mette in scena. 

Paola Angelini, L'anno del serpente, installation view, Galleria d'Arte Contemporanea, Ascoli Piceno, 2026
Paola Angelini, L’anno del serpente, installation view, Galleria d’Arte Contemporanea, Ascoli Piceno, 2026

Le opere di Paola Angelini tra interrogazione e ripetizione 

È tuttavia nelle opere che L’anno del Serpente rivela le proprie tensioni più significative. Dove andiamo? (pt 2 di 2) (2025) è una tela costruita attorno a un interrogativo radicale, volutamente irrisolto. Le figure appaiono sospese in uno spazio privo di coordinate riconoscibili, e la frammentazione compositiva restituisce con efficacia la sensazione di un tempo spezzato. Più problematica, e forse per questo più stimolante, è What is orange? Why, an Orange, just an Orange! (2016). Il titolo, ironico e concettuale, sembra promettere una distanza critica; la pittura, al contrario, procede per saturazione emotiva e cromatica. Qui emerge una delle contraddizioni più evidenti del lavoro di Angelini: la tensione tra il desiderio di interrogare il senso e la necessità, quasi fisica, di caricare la superficie di affetti, memorie, densità. L’arancione non è mai “solo” un colore, e proprio questa impossibilità di neutralità finisce per indebolire l’assunto concettuale implicito nel titolo. 

Paola Angelini, L'anno del serpente, installation view, Galleria d'Arte Contemporanea, Ascoli Piceno, 2026
Paola Angelini, L’anno del serpente, installation view, Galleria d’Arte Contemporanea, Ascoli Piceno, 2026

Angelini tra citazioni e identità  

Di segno diverso, e forse più risolto, è Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono? (dedica di Licini a Leopardi) (2025). Qui il riferimento colto non appare ornamentale, ma strutturale. L’interrogazione leopardiana, filtrata attraverso la figura di Osvaldo Licini, diventa una lente attraverso cui leggere la pittura come spazio di esposizione della coscienza. La figura isolata, immersa in un campo visivo insieme cosmico e mentale, restituisce una solitudine che non è soltanto emotiva, ma conoscitiva. Il Ritratto di Piero Martinello introduce infine una dimensione relazionale che sembra promettere una maggiore concretezza. Anche qui, però, Angelini evita ogni restituzione psicologica diretta: il volto emerge dalla materia con esitazione, come se l’identità fosse sempre sul punto di sottrarsi, lasciando aperta una domanda cruciale: fino a che punto la reticenza figurativa è una necessità espressiva? Fino a che punto è una postura riconoscibile? 

Paola Angelini. Photo Piero Martinello
Paola Angelini. Photo Piero Martinello

L’equilibrio imperfetto della mostra ad Ascoli Piceno 

L’anno del Serpente è, in conclusione, una mostra attraversata da tensioni irrisolte, da scarti continui tra intenzione e risultato, tra concetto e materia. Ed è proprio in queste contraddizioni che risiede il suo interesse maggiore. La pittura di Paola Angelini non cerca consolazione né pacificazione; ma, nel suo insistere sulla soglia e sull’interrogazione continua, corre anche il rischio di trasformare l’inquietudine in linguaggio stabile. Un rischio che la mostra non sempre supera, ma che affronta senza infingimenti. Ed è già molto. Una mostra che non chiede consenso immediato, ma attenzione critica. E che, proprio per questo, evita la retorica del dolore per restituirlo alla sua dimensione più problematica, necessaria e, in fondo, inevitabilmente imperfetta. 

Andrea Carnevali 

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Andrea Carnevali

Andrea Carnevali

Andrea Carnevali è nato e vive a Ancona. Si è laureato in Lettere moderne a Urbino e ha conseguito un Master in Nuove Metodiche Didattiche nello stesso ateneo. Ha conseguito il corso di specializzazione biennale in Storia delle tecniche artistiche:…

Scopri di più