L’arte riesce ancora ad anticipare il futuro e a essere una forma di resistenza? 

“Prima viene l’uomo poi il sistema, anticamente era così. Oggi è la società a produrre e l’uomo a consumare. Ognuno può criticare, violentare, demistificare e proporre riforme, deve rimanere però nel sistema, non gli è permesso di essere libero. Creato un oggetto, vi si accompagna. Il sistema ordina così. L’aspettativa non può essere frustrata, acquisita […]

Prima viene l’uomo poi il sistema, anticamente era così. Oggi è la società a produrre e l’uomo a consumare. Ognuno può criticare, violentare, demistificare e proporre riforme, deve rimanere però nel sistema, non gli è permesso di essere libero. Creato un oggetto, vi si accompagna. Il sistema ordina così. L’aspettativa non può essere frustrata, acquisita una parte, l’uomo, sino alla morte, deve continuare a recitare. Ogni suo gesto deve essere assolutamente coerente con il suo atteggiamento passato e deve anticipare il futuro. Uscire dal sistema vuol dire rivoluzione” (Germano Celant, Arte povera. Appunti per una guerriglia, “Flash Art”, n. 5, novembre-dicembre 1967, p. 5). 

La prospettiva inumana nell’arte 

Sulla base della riflessione condotta finora su androide, androidizzazione dell’arte e della società, nostalgia e acronia, spostando il punto di vista e adottando solo per un attimo una prospettiva che possiamo definire “inumana”, il sistema globale dell’arte contemporanea appare come un vasto campo neurale, in cui l’arte ha la funzione di codice leggibile a sua volta come pattern di relazione tra input e output – e in cui il tempo è solo un flusso di dati, in cui passato, presente e futuro sono pacchetti di informazione da elaborare. 

Procediamo con ordine. Ogni spettatore è un nodo di elaborazione, che trasforma gli stimoli ricevuta in output emotivo e/o cognitivo; la nostalgia, in questo senso, è una subroutine che richiama dati passati, ma non produce esperienza né coscienza.  

La questione della resistenza nell’arte 

All’interno di questa enorme rete neurale, coesistono nodi di arte ‘androidizzata’ e nodi di arte ‘umana’ (o “arte come eccedenza”, come l’abbiamo definitiva: che equivale naturalmente a dire, “di resistenza”). E tale campo di informazioni prevede – ancora – la possibilità di un’interferenza radicale, prevede l’imprevedibile, per così dire.  

In quest’ottica, l’arte è informazione strutturata, che interagisce con altri sistemi: il pubblico, lo spazio (espositivo o altro), la tecnologia, la storia dell’arte, la memoria storica, la comunicazione. L’acronia come tempo sospeso è dunque la variabile, in grado di rallentare, accelerare o stratificare il flusso di dati; e in grado, inoltre, di creare buchi temporali, oscillazioni, punti di sospensione, compressione, perturbazione e dilatazione del tempo.  

Il pensiero di Celant su arte e resistenza 

Così l’artista, novello giullare, soddisfa i palati colti. Avuta un’idea vive per e su di essa. La produzione in serie lo costringe a produrre un unico oggetto che soddisfi, sino all’assuefazione, il mercato. Non gli è permesso creare e abbandonare l’oggetto al suo cammino, deve seguirlo, giustificarlo, immetterlo nei canali, l’artista si sostituisce così alla catena di montaggio. Da stimolo propulsore, da tecnico e specialista della scoperta diventa ingranaggio del meccanismo. Il suo atteggiamento è condizionato a offrire solo una correptio del mondo, a perfezionare la struttura sociale, mai a modificarla e a rivoluzionarla. Pur rifiutando il mondo dei consumi, si trova a essere un produttore. La libertà è una vuota parola. L’artista si lega alla Storia, o meglio al programma, ed esce dal presente. (…) Là un’arte complessa, qui un’arte povera, impegnata con la contingenza, con l’evento, con l’astorico, col presente — ‘non siamo mai completamente contemporanei nel nostro presente’ (Debray) —, con la concezione antropologica, con l’uomo ‘reale’ (Marx), la speranza, diventata sicurezza, di gettare alle ortiche ogni discorso visualmente unico e coerente (la coerenza è un dogma che bisogna infrangere!), l’univocità appartiene all’individuo e non alla ‘sua’ immagine e ai suoi prodotti. Un nuovo atteggiamento per ripossedere un ‘reale’ dominio del nostro esserci, che conduce l’artista a continui spostamenti dal suo luogo deputato, dal cliché che la società gli ha stampato sul polso. (…) Da un lato, quindi, un atteggiamento ricco, perché legato osmoticamente alle altissime possibilità strumentali e informazionali che il sistema offre, un atteggiamento che imita e media il reale, che crea la dicotomia tra arte e vita, comportamento pubblico e vita privata, dall’altro una ricerca ‘povera’, tesa all’identificazione azione-uomo, comportamento-uomo, che elimina così i due piani di esistenza. Un esserci, quest’ultimo, che predilige l’essenzialità informazionale, che non dialoga né col sistema sociale, né con quello culturale, che aspira a presentarsi improvviso, inatteso rispetto le aspettative convenzionali, un vivere asistematico, in un mondo in cui il sistema è tutto” (ibidem).  

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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