Racconto per immagini da una passeggiata a Koons-city. Ovvero New York, invasa dal superEgo del Jeff nazionale: dal Whitney Museum al Rockfeller Center, fino ad H&M

Che avesse manie di grandezza, si era già capito. La sua mostra retrospettiva al Whitney Museum di New York non fa che confermare il fatto che Jeff Koons sia da sempre vittima di un’Ego di dimensioni spropositate. L’intero museo (che nella primavera 2015 si sposterà nella nuova sede ad opera dell’archistar Renzo Piano, su 14th […]

Jeff Koons, Split Rocker, al Rockfeller Center

Che avesse manie di grandezza, si era già capito. La sua mostra retrospettiva al Whitney Museum di New York non fa che confermare il fatto che Jeff Koons sia da sempre vittima di un’Ego di dimensioni spropositate. L’intero museo (che nella primavera 2015 si sposterà nella nuova sede ad opera dell’archistar Renzo Piano, su 14th street) è stato monopolizzato dalle sculture ed opere enormi dell’artista nato in Pennsylvania nel 1955. Si tratta del classico “Blockbuster show”, uno di quegli eventi progettati per attrarre grandi e bambini (con il particolare che qua e là i bambini possono incappare in immagini soft porno se non decisamente fuori luogo, come ad esempio nella stanza in cui Mr Koons diletta le nostre pupille con scene di vita assai, anzi, troppo intima con la moglie di un tempo, la celebre Cicciolina), dove gli aggettivi “kitsch” o “pop” diventano altamente riduttivi.

Jeff Koons, Whitney Museum, New York

Due possono essere le reazioni dello spettatore una volta visitata la mostra: superficialmente divertito o profondamente disgustato. E non ci sono metateorie sottostanti da snocciolare, inutile rifarsi a concetti duchampiani di Ready-Made o similia, oppure chiamare in causa il vecchio caro Warhol: l’arte di Koons è così sopra le righe che ha il solo merito di scioccare, e di farci pensare allo stato dell’arte di oggi, soprattutto considerati i prezzi da capogiro dei suoi giocattoloni. Scordatevi l’imperativo di un’estetica volta a deliziare i sensi, e penetrate il mondo ossessivo di un personaggio a tratti inquietante, che utilizza il lavoro di una factory di assistenti e affronta i giornalisti con un tono da ingenuo fanciullino attratto dagli oggetti luccicanti (come le palle dell’albero di Natale di quando era bambino), e che dall’altra parte vanta l’aplomb di un incallito businessman (perchè le sue operazioni artistiche sono anche grandi operazioni di marketing).
Innumerevoli riconoscimenti alle spalle, tanta, tantissima gloria (chi non lo ha sentito nominare almeno una volta, anche se digiuno di nozioni di arte contemporanea, in tutto il mondo?), ora ha anche piazzato una grande installazione presso il Rockfeller Center, una scultura mezzo cavallino a dondolo e mezzo dinosauro (tanto somigliante ad una della creature di SuperMario della Nintendo), ricoperta di fiori, che ricorda il “Puppy” che piazzò sempre qua almeno 14 estati fa. Infine, per coronare l’immagine di “American Icon”, non poteva mancare una limited edition di una borsetta di H&M, con il suo Balloon Dog (quello giallo), per fidelizzare tutte le ragazzine fashion-victim che hanno bisogno di affermare il proprio livello di cultura sfoggiando l’ultimo simbolo del capitalismo dell’arte.
Nell’epoca della riproducibilità tecnica Mr Koons ha trovato il modo di prendersi gioco di tutti indiscriminatamente, e forse questo è un altro merito che occorre dargli. Non è da tutti raggiungere questi livelli di popolarità mondiale. Koons sta all’arte come Gaga sta alla musica d’altronde, dunque come meravigliarsi dell’assenza totale di significati profondi? Per riflettere sui concetti di banalità, lusso, lussuria e degradazione non bisogna arrivare fino a New York, a meno che non vogliate vedere per l’ultima volta la struttura progettata da Marcel Breuer nelle spoglie del Museo d’Arte Moderna Americano…

– Diana Di Nuzzo

 

 

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Diana Di Nuzzo
Scrive di Pop Surrealism e Lowbrow Art da tempo, e la sua passione per la cultura pop e underground l'ha portata a trasferirsi nella Grande Mela per conoscere da vicino il mondo delle gallerie dedicate e della Street Art. Qui trova pane per i suoi denti e tenta di fare la corrispondente all'estero cercando di dare voce a movimenti che in Italia restano ancora poco conosciuti. Appassionata di fumetti e toys di ogni epoca e tipo, è ormai ossessionata da Instagram e Facebook, al punto di averne fatto una semiprofessione. Nel campo delle arti visive predilige il mondo del figurativo e ha un debole per gli anni '80 e il suo universo di immagini trash, ipercolorate e molto spesso kawaii. Per il futuro confida di disintossicarsi dalla sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie (di recente acuita da New York) e da quella dell'Analisi Semiotica.
  • angelov

    Da tenere presente è il fatto che Jeff Koons proviene dal mondo dell’alta finanza di Wall Street, dove ha lavorato per un periodo, prima di dedicarsi all’occupazione di artista.

    “Non è da tutti raggiungere questi livelli di popolarità mondiale”: mi sa che chi ha scritto l’articolo lo abbia fatto sotto la diretta influenza degli effluvi emananti da queste opere, perché anche ai tempi di Hitler o di Gengis-Kan si diceva di loro la stessa cosa.

  • pinoBarillà

    Negli ultimi quarant’anni nasce un’arte di ripetizioni e di mercato.

    LA. S…. ( B ). Una serie inferiore dell’arte!!!