Cibo e arte sempre più uniti a Milano: Kees de Goede firma il nuovo intervento da Zazà Ramen, ristorante in Via Solferino

Tutto si gioca su una inconsapevole assonanza, che crea legami inediti tra culture mai così diverse e lontane. Da un lato quella europea e occidentale, che nel riferirsi all’inglese come lingua universale trova in soot il termine per indicare la fuliggine. Dall’altro quella giapponese che – vi risparmiamo gli ideogrammi – si riferisce allo stesso […]

Kees de Goede al lavoro a Milano per Zazà Ramen

Tutto si gioca su una inconsapevole assonanza, che crea legami inediti tra culture mai così diverse e lontane. Da un lato quella europea e occidentale, che nel riferirsi all’inglese come lingua universale trova in soot il termine per indicare la fuliggine. Dall’altro quella giapponese che – vi risparmiamo gli ideogrammi – si riferisce allo stesso concetto con la parola su-su. Un’eufonia quasi perfetta diventa occasione per nuove sperimentazione nel campo dell’arte: accade a Milano, in una via Solferino sempre più distretto del felice incontro tra cibo e arte. Con l’avventura di Pisacco prima, con Zazà Ramen poi: proprio il giovane locale che ha scelto di concentrarsi su uno dei piatti tipici più popolari dell’Estremo Oriente rinnova il proprio legame con il contemporaneo. Dopo i tre wall painting commissionati a David Tremlett ecco al lavoro l’olandese Kees de Goede.

Un cavalletto, le tele monocrome appoggiate capovolte, l’artista che passa una candela sulla superficie lasciando tracce di nerofumo; creando così quello definisce “uno spazio immateriale che è però molto fisico, tridimensionale”. Una sintesi, insomma, tra luogo reale, tangibile, esperito e luogo della mente; azione che si cala nel contesto con eleganza e che dal contesto stesso trae la propria forza espressiva. Perché per de Goede non c’è svilimento nel lavorare in un contesto estraneo ai tradizionali spazi dell’arte, anzi: un’opera collocata là dove si dedica tempo a se stessi finisce per essere contemplata con più attenzione, più piacere, di quanto non accada nei passaggi fugaci tra musei e gallerie.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.