Ancora sulla questione Valle. Parla Michela Di Biase, Presidente della commissione Cultura di Roma. L’occupazione? Ha avuto il suo perché, ma adesso si torni alle regole. Il Teatro è di tutti

“Il Valle? Deve tornare alla città, ai romani, a tutti. Se l’idea è davvero il bene comune, allora spetta alle istituzioni provvedere. Io non ho niente contro le occupazioni, ma se penso ai sessanta teatri che ci sono a Roma, al fatto che il prezzo medio dei biglietti è sceso a dieci euro, che sono […]

Michela Di Biase

Il Valle? Deve tornare alla città, ai romani, a tutti. Se l’idea è davvero il bene comune, allora spetta alle istituzioni provvedere. Io non ho niente contro le occupazioni, ma se penso ai sessanta teatri che ci sono a Roma, al fatto che il prezzo medio dei biglietti è sceso a dieci euro, che sono tutte strutture che faticano per mantenersi in vita e nonostante ciò pagano le tasse; se penso ai teatri di cintura, che esistono e lavorano pur avendo intorno, spesso, il nulla… Ecco, non scherziamo: l’identità non è data dal luogo, come si ostinano a sostenere gli occupanti del Valle, ma dai contenuti”. A parlare è la grintosa, appassionata, preparata  Michela Di Biase, 33 anni, Presidente della commissione Cultura di Roma, nota alle cronache anche per la sua liaison sentimentale con il neo ministro ai Beni Culturali, Dario Franceschini. Il virgolettato è estrapolato dalla sua recentissima intervista al Corriere della Sera, uscita un giorno dopo il nostro articolo sulla questione Teatro Valle, che tanto rumore ha sollevato tra gli addetti ai lavori e non solo. Un polverone. Con annessi attacchi velati o diretti (qualcuno ci ha persino accusato di essere “servi”, non è chiaro di chi e di che cosa). Eppure, in assenza di pregiudizi o di condanne aprioristiche nei confronti dello “strumento” occupazione e nello specifico del Valle – chi scrive ha seguito, commentato e anche sostenuto diversi movimenti di protesta in questi anni – l’intento era, semmai, quello di operare un’analisi critica, a distanza di qualche anno dall’avanzata degli Indignados della cultura e al di fuori di ogni cliché politically correct.

Teatro Valle Occupato
Teatro Valle Occupato

Le parole della Di Biase convergono – persino nell’uso di alcuni termini – col principio già messo nero su bianco: se certe occupazioni virtuose, condotte con intelligenza, hanno avuto il merito di rompere il silenzio, di riaccendere un dibattito politico intorno al tema della cultura e degli spazi culturali, riportando la vita là dove c’era l’oblio, tutto questo non può diventare un modello definitivo. Perché sul rispetto della legalità e sul ruolo di responsabilità delle amministrazioni non può esserci deroga. O quantomeno: è questa la direzione a cui bisogna tendere. Impossessarsi di un luogo, bypassando norme fiscali e contributive, canoni d’affitto, controlli, bandi e percorsi trasparenti, ma soprattutto tenendo fuori dalla porta l’amministrazione – la quale, intanto, paga le bollette  – è soluzione non risolutiva. Destinata a cadere in contraddizione. Cosa è davvero democratico? Chi decide i programmi e stabilisce la qualità? Chi partecipa e chi no? Dove finisce la battaglia sui contenuti politico-cuturali e inizia la semplice “presa” di uno spazio fisico?
Dice bene, ancora una volta, Michela Di Biase: “Non voglio negare neanche che, inizialmente, l’esperienza del Valle avesse dei presupposti anche condivisibili: se l’amministrazione comunale non lavora come dovrebbe, come fu ormai quasi tre anni fa, è giusto accendere un riflettore. Ma se poi ci si ostina a mantenere acceso il riflettore pure quando le istituzioni ti chiedono di dialogare allora forse il problema è un altro. Adesso, rispetto a tre anni fa, è cambiato tutto”. Ma è davvero cambiato tutto? Certo, è quello che tutti dovrebbero sperare, per primi gli occupanti del Valle. Perché le battaglie politiche non si esplicano nello spazio retorico dell’antipolitica: un’altra contraddizione che stride, che inchioda. Se questi movimenti sono stati innanzitutto il frutto di un desiderio di cambiamento politico, è dalla politica che occorre esigere un segnale. Avendo il coraggio di mettersi da parte, se serve. E se l’invito al dialogo c’è, ed è sincero, va raccolto. Subito. Perché il Teatro Valle torni “alla città, ai romani, a tutti”.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • plebe degradata

    Mi sa spiegare lei e la De Biase cosa sarebbe cambiato con questa giunta se non la bandiera di partito? Ma non li vede lei i teatri che chiudono, quelli che non riaprono, quelli che sono a rischio di chiusura? Non vedete che Roma sta perdendo il suo inestimabile patrimonio culturale che sta letteralmente crollando sotto una politica assolutamente immobile e inerme? Dialogo? Quale dialogo c’è tra le istituzioni e i cittadini? L’articolo della De Biase è di un razzismo sociale spaventoso: lei si è vista bene dal citare il passaggio cruciale del suo articolo in cui afferma che le occupazioni vanno bene nelle periferie degradate, non in un teatro del ‘700 al centro di Roma, anche se quel teatro era a rischio dismissione e – come lo Smeraldo di Milano – di riconversione in ristorante Eataly, perdendo così la sua funzione primaria che svolge ininterrottamente da più di tre secoli!

    Se è stato imbarazzante e offensivo per me – normale cittadina di un degradato quartiere di periferia – leggere affermazioni del genere (della serie “voi plebe, potete al massimo prendervi un centro sociale qualsiasi dove passare il tempo a spaccarvi di canne, ma come osate pensare di fare cultura proprio a due passi dei palazzi del Potere?”), trovo ancora più imbarazzante che ci sia qualcuno che citi l’autore di quelle vergognose affermazioni.

    Ha ragione Gallino (ebbene si… vengo dalla periferia, ma ho la velleità di leggere e studiare ..) quando rispolvera il concetto di lotta di classe, ma all’incontrario…
    Per la plebe degradata come me, sognare che questa città continui ad avere un teatro aperto, dove si pratica cultura e socialità, si sperimentano nuove forme di partecipazione democratica come lo Statuto partecipato della Fondazione, economicamente accessibile anche per noi precari senza futuro e prospettive e con offerta culturale di qualità come il Teatro Valle, è l’ultima speranza per cercare di salvare una democrazia più volte calpestata e recuperare il senso vero ed originario della politica come politeia e di democrazia come demos cratos (governo del popolo).