Non chiamatela fiera! Fotogallery da Art Genève, dove sembra funzionare il format del “salon”. Con gli stand museali di collezioni pubbliche e private e i galleristi a proporre allestimenti dalla profonda impronta curatoriale

È giovane, quindi suscettibile di errori e inesperienze. Ed è piccola, con appena una sessantina di espositori. Eppure ha le idee chiarissime Art Genève, e sembra davvero cogliere nel segno: forte di un afflusso all’opening che ha registrato numeri da record. Terza edizione per il format che si propone di andare oltre il concetto di fiera […]

Art Genève 2014

È giovane, quindi suscettibile di errori e inesperienze. Ed è piccola, con appena una sessantina di espositori. Eppure ha le idee chiarissime Art Genève, e sembra davvero cogliere nel segno: forte di un afflusso all’opening che ha registrato numeri da record. Terza edizione per il format che si propone di andare oltre il concetto di fiera tradizionale – così da eludere un altrimenti massacrante confronto con Basilea – rispolverando il termine salon: ideando cioè una piattaforma che si basa sull’ineludibile richiamo commerciale per diventare vetrina di tendenze, chiamando in causa collezioni pubbliche e private; invitando le gallerie a presentare progetti massicci, profondamente articolati, decisamente alieni all’effetto accozzaglia in stile Portobello Road cui ci hanno abituato molte delle fiere nostrane. Le sensazioni sono più che buone: il giochino ideato dal giovane direttore Thomas Hug funziona. A valere il prezzo del biglietto è già la sezione istituzionale: la monografica Spirit of a Generation attinge ai pezzi di un’anonima collezione di Gstaad, evocando il binomio tra le New York e Los Angeles di fine Anni Settanta, con lavori storici dei vari Mike Kelley, Cindy Sherman, John Baldessari e compagnia cantante; mentre il FCAC estrae dai magazzini una selezione che spazia dai dischi in cemento di Jérémy Chevalier alle sculture di Urs Lüthi.
Le gallerie non si tirano indietro, anzi. Propongono visioni e percorsi induttivi che sanno spesso creare intriganti connessioni tra scena locale e internazionale: una sintesi glocal a cui non si sottrae nemmeno l’unico italiano presente, Massimo De Carlo. Che porta sì Dadamaino e Alighiero Boetti (quello che non ti aspetti, però) ma piazza al centro dello stand un monumentale John Armleder.

– Francesco Sala


CONDIVIDI
Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.