La prima di Luigi Fassi allo Steirischer Herbst di Graz. Tre fitte giornate per il simposio Liaison dangereuses. E ci sono anche tre (solo tre?) giovani critici italiani

  Quasi un anno di lavoro, dopo che nel novembre scorso aveva lasciato l’incarico di direttore della kunsthalle bolzanina ar/ge kunst. Un anno di lavoro per arrivare al 20 settembre 2013, data in cui ha inaugurato il festival Steirischer Herbst di Graz, che lo vede – parliamo di Luigi Fassi – nel fondamentale ruolo di […]

Steirischer Herbst 2013 - Festivalzentrum - atelier le balto @ Ex-Zollamt - photo Wolfgang Silveri

 

Quasi un anno di lavoro, dopo che nel novembre scorso aveva lasciato l’incarico di direttore della kunsthalle bolzanina ar/ge kunst. Un anno di lavoro per arrivare al 20 settembre 2013, data in cui ha inaugurato il festival Steirischer Herbst di Graz, che lo vede – parliamo di Luigi Fassi – nel fondamentale ruolo di curatore per le Visual Arts. Fulcro dell’evento è l’area nei pressi della stazione ferroviaria, dove hanno sede Explosiv ed ex Zollant. Nella halle di quest’ultimo edificio si svolgerà, nelle giornate dal 4 al 6 ottobre, il simposio fiume Liaison dangereuses. Seeking emancipatory alternatives in trembling times, che vede alla curatela lo stesso Fassi con Anne Faucheret. Soltanto tre gli italiani registrati per i propri speech: Antonia Alampi (che però lavora più all’estero che nel nostro Paese, e non a caso interviene a nome del centro d’arte Beirut del Cairo), Giovanni Leghissa (triestino di nascita e attualmente ricercatore in filosofia all’Università di Torino) e Saverio Pesapane (architetto, documentarista e penna di doppiozero). Come a dire: la giovane critica d’arte italiana all’estero è assai poco considerata, come d’altronde gli artisti. Ora, le strade per cambiare questo stato delle cose sono principalmente due: intonare il consueto lamento o rimboccarsi le maniche. Intanto noi a Graz ci saremo, per raccontarvi le conferenze, le mostre e magari anche qualche concerto.

– Marco Enrico Giacomelli

http://www.steirischerherbst.at/

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Caro Marco Enrico,

    a mio parere non si tratta di lamentarsi ma di fare una riflessione profonda che arriva fino ai “selezionatori”. Chi dice che il Festival estero di Fassi sia il verbo? Ma di cosa parlano “a fiume” queste persone?

    Se si superano questi “Miti della Regina delle Nevi” e arriviamo semplicemente a porci domande sulle cose, forse nel giro di qualche anno avremo artisti e curatori bravi. Perchè di critici in Italia non ne vedo. Proprio mancano fisicamente.

    Io sono come Fantozzi e vedo sulla mia pelle lo stato del sistema italiano, anche oltre il ristretto sistema dell’arte. Sono 4 gatti che tendono a compiacersi a vicenda per non perdere quella briciolina che anno agguantato con tanta fatica. Persone capaci e intelligenti come Gioni sono fuggite e si rapportano con l’italia attraverso una relazione di amore-odio, che spesso diventa snobbismo.

    Artribune potrebbe fare molto, iniziando per esempio a fare recensioni critiche delle opere. Ma capisco che sia politicamente scorretto.

    • La tua è una delle tante versioni dell’opzione 1, a mio modesto parere.

      • Ma che cosa dici? Se ci fosse modo di approfondire capiresti che il blog contiene già un’alternativa all’istituzione in cui lavora il bravo Luigi Fassi. Non è un problema di inglese o di fondi, ma di volontà, onestà, e capacità delle persone.

  • condivido le due ultime righe del commento di whlr, come spesso anch’io ho proposto in questi commenti. Questo secondo me è rimboccarsi le maniche

    • Noi facciamo recensioni critiche. E non apparteniamo a nessuna parrocchia, come dimostra l’ampiezza di mostre ed eventi che recensiamo (nel senso non quantitativo, ma di “orientamento”). Se poi non incontriamo il favore di Luca Rossi o il tuo, significa che non apparteniamo nemmeno alla vostra parrocchia. Meglio, no? O vorreste l’ortodossia della (presunta) eterodossia?

      • fausto biasi

        Artribune è una rivista utile, ma di stampo giornalistico. Anch’io fatico a vedere una seria critica.
        Spesso vengono dati ampi spazi ad artisti che magari fanno notizia per il personaggio che interpretano (vedi anche oggi il paginone su Vascellari.. o Trevisan, appena muove un dito..)
        ma che a ben guardare hanno un lavoro spesso banale e conforme agli standard..

        Comunque il problema non è la pessima qualità degli artisti Italiani, perchè ci sono e spesso sono quelli che lavorano all’estero perchè il sistema italiano è puerile: cioè puoi fare mostre solo se sei amico di .. ad esempio )

        il vero problema è la critica ! inesistente.

        sarà banale, sarà il solito discorso ma è quello che vedo e raffronto vivendo ormai da tempo sia in Italia che all’estero.

  • Caro Luca, parlano di cose piuttosto interessanti. Il problema è che la maggior parte dei “nostri” artisti, critici, curatori ecc. non possono proprio esserci, e per una ragione semplicissima: in gran parte non parlano inglese. Certo, tu dirai, magari capiscono a grandi linee cosa si dice e possono farsi scrivere l’intervento (sono noiosissimi gli interventi letti, ma sorvoliamo). Però c’è un problema ulteriore: a seguito di ogni intervento ci sono discussioni intense, e qualcuna pure parecchio accesa. E come discuti senza sapere la lingua utilizzata dai tuoi interlocutori? E così si finisce al solito discorso dell’autoreferenzialità. Prevengo la critica benaltrista: “ma a noi che ci frega dell’inglese, la lingua dei padroni e del sistema?”. Benissimo, posizione legittima, ma poi non ci si lamenti del fatto che riusciamo a parlare massimo con i ticinesi, con tutto il rispetto per gli amici del vicino Cantone.

    • fausto biasi

      commento ristretto e provincialotto !

      gli artisti in gran parte non parlano inglese ??
      ma va và ! ma che minschia stai dicendo ??

      ma vaaa!

      • ho scritto “artisti, critici, curatori ecc. […] in gran parte non parlano inglese”. non sto parlando degli artisti esclusivamente, che anzi sono quelli che alzano la media. ma la alzano soltanto. e lo dico sulla base della conoscenza di questo settore dopo una decina d’anni di lavoro. se poi la ritieni una minchiata, liberissimo, non è un problema mio. quanto a essere provinciale il commento, mi sfugge il motivo, ma va bene così.

        • wer

          condivido, su che base si puo generalizzare dicendo che i nostri artisti non possano parlare inglese?

          • Faccio questo lavoro da circa 10 anni, conosco qualche centinaio di artisti e sono molte le occasioni in cui si ha modo di conoscere questo dato (all’aeroporto; quando un turista ti chiede una informazione; parlando di un libro non tradotto; sentendo canticchiare una canzone ecc.). Il risultato è quello di cui sopra. D’altro canto rispecchia le competenze linguistiche che hanno/abbiamo in questo Paese: basta guardare ai parlamentari, per citare un altro àmbito. Se poi vogliamo sostenere che l’Italia è un paese notoriamente poliglotta, allora insieme mettiamoci che ama profondamente la democrazia e rispetta impeccabilmente i diritti civili. Occhio però a quando ci si sveglia dal bel sogno, perché la realtà è leggermente diversa.

            PS: Circa 3 ore fa ero all’aeroporto di Francoforte. L’aereo con destinazione Torino era sulla pista ma non iniziava l’imbarco. Mi avvicino al banco e ne chiedo il motivo. La gentilissima signora al desk mi risponde che a breve farà un annuncio. E lo fa, prima in tedesco, poi in inglese. Nella realtà è stato il panico, gli occhi sbarrati, il “cosa ha detto?”. Nel mondo dei sogni tutti si sono tranquillamente seduti venendo a conoscenza del fatto che c’era un ritardo di 10 minuti esatti (stavano estraendo uccelli dai motori, entrati e ovviamente morti durante l’atterraggio!).

  • TULIPANODIPANE

    Scommetto che se ti parlano questa di lingua:
    $$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$
    Tu sei pronto a stare zitto.

    • E’ rivolto a me il commento? Se sì, in genere avviene l’esatto contrario, mi pagano per parlare (o scrivere).

      • TULIPANODIPANE

        Touchè

        • TULIPANODIPANE

          Anzi se è possibile cancellate proprio i miei interventi perchè mi rendo conto di aver scritto una cavolata.
          Pardon a M.E.G.

          • Ma no, capita a tutti di scrivere una cavolata. Pochi sono capaci di ammetterlo, però – anche io ho qualche difficoltà in questo senso ;)

  • Caro Marco Enrico,

    gli unici articoli critici di Artribune sono quelli generalisti, e alcuni miei. Punto. Per il resto Artribune tende a fotografare la realtà, con piccole sfumature critiche, proprio sulle cose più banali ed eclatanti, tipo Rabarama.

    Non ci sono parrocchie o lingue privilegiate ma solo la voglia e capacità di analizzare i contenuti. Questo manca agli italiani. Troppo complessati verso l’estero e troppo precari per andare oltre l’aperitivo, dove si tessono i veri contenuti che interessano: ovvero le pubbliche relazioni. Ma solo per avere qualche briciolina.

    Iniziamo a pensare ad un museo diverso, che non sia fatto da un luogo o da pubbliche relazioni privilegiate. Forse saranno gli inglesi che dovranno imparare l’italiano. Iniziamo a sostenere progetti interessanti, e poi vediamo. Ogni luogo è internazionale e centrale, se il mondo anglosassone non avesse pensato così, il Rinascimento sarebbe ancora in Italia. Rimando al primo progetto su whitehouse rispetto una nuova idea di museo.

    luca rossi

    • Artribune è una rivista di taglio giornalistico e divulgativo. Perfettibile, come ogni cosa. Non è una rivista di critica d’arte.
      Quanto alla questione della lingua, è molto banale: se ne sono sempre usate all’interno delle comunità internazionali. Il latino, il francese, ora l’inglese, magari in futuro sarà il mandarino. Se vuoi confrontarti con gli altri, la impari e la usi. Sennò parli soltanto a una fetta più o meno importante di quella comunità. Non mi pare un concetto provinciale o particolarmente difficile da comprendere.
      L’esempio di Ancarani non l’ho capito, o meglio, mi pare confermare quello che sto dicendo. Ma forse, ripeto, non ho compreso.

  • Ancarani NON parla inglese ma è lanciatissimo: buon lavoro standard+ ottime pubbliche relazioni cattelan-gioni.

    Il messaggio è: confeziona un buono standard e poi lavora sulle pubbliche relazioni. E poi muori. Guardate anche Biscotti. Questa non è paranoia ma una dinamica che perdura da 20 ANNI e condanna l’arte italiana. I risultati parlano chiaro.

  • Ancarani non parla inglese, eppure è un artista italiano lanciato. Il suo lavoro è un buono standard: ossia documenta bene tre professioni anomale. Dico che è uno standard perché il National Geograpic o Super Quark farebbero uguale. Quello che fa la differenza sono le Pubbliche Relazioni. Certo Gioni e Cattelan parlano inglese. Ma ancora prima hanno fondato le loro carriere fuori dall’Italia.

    Se non iniziamo a pensare che l’Italia sia un centro, non si tratterà di imparare l’inglese ma si tratterà di EMIGRARE.

  • Se fossimo in un contesto diverso (tipo Germania, Svizzera, Inghilterra) Luca Rossi sarebbe già come Tino Sehgal e non ci guadagnerebbe solo Luca Rossi ma altre 30 persone e anche l’Italia tutta.

    Rossi è come Fantozzi, sta cercando di psicanalizzare un sistema. Ed è ovviamente vittima sacrificale. Il sistema Rossi contiene un’idea di museo e di opera che potrebbero superare paesi come Germania, USA, Inghilterra ecc ecc. Lo ha capito anni fà Cavallucci e lo ha intuito Di Pietrantonio.

    • wer

      Aspetta e spera…soprattutto fidati di Cavallucci e di Di Pietrantonio: sei in una botte di ferro!

  • Sono d’accordo con MEG sull’utilità della lingua inglese. Ma credo che il problema dell’isolamento italiano abbia radici più profonde, riconducibili a un progressivo svuotamento culturale avvenuto negli ultimi venti-trent’anni. Siamo vittime di una miscela micidiale di fattori diseducativi: da una TV generalista di infimo livello, all’inesorabile indebolimento del sistema educativo, in seguito alle cieche politiche di tagli all’istruzione. Si è imposto un modello comportamentale caratterizzato da gretto arrivismo, egoismo, nepotismo arrogante e disprezzo per la meritocrazia. Gli ambienti intellettuali, invece di farsi promotori di una netta presa di posizione contro il dilagare di simili, ben note, vergogne, hanno troppo spesso chiuso gli occhi, quando non hanno addirittura assecondato le tendenze più deteriori.
    L’arretratezza italiana ha come causa principale questo desolante scenario, che ovviamente disincentiva l’impegno, lo studio, l’applicazione, la dedizione al lavoro, l’aggiornamento professionale. Perché migliorare il proprio inglese se sono altre le “doti” richieste da un sistema di selezione e di reclutamento marcio e degradato? Purtroppo anche nel mondo della cultura non è difficile riscontrare atteggiamenti da “showgirl a caccia di un provino”, che vanno a snaturare le relazioni tra intellettuali, non più orientate verso il dialogo produttivo, verso una sana e proficua reciprocità. Da un lato adulatori melliflui e ruffiani, dall’altro prime donne saccenti e boriose finiscono per smarrire le autentiche ragioni del proprio operare tra le gaudenti tentazioni della mondanità. Il ritratto impietoso dell’artworld nostrano nell’ultimo film di Sorrentino, “La grande bellezza”, da questo punto di vista è purtroppo più realistico che caricaturale.
    A tutto ciò si uniscono la disaffezione, il disinteresse e l’indifferenza nei confronti della nostra ricchissima tradizione culturale, che condannano tanti italiani (e colpevolmente anche una parte della nostra classe dirigente e intellettuale) al provincialismo. Non si può essere cittadini del mondo senza consapevolezza identitaria: l’integrazione e il multiculturalismo passano necessariamente per una prospettiva glocale. In assenza di un legame culturalmente fondato con i luoghi di appartenenza è impossibile che un popolo riesca a dotarsi degli strumenti necessari per aprirsi all’esterno.
    Ora, MEG ha ragione quando sostiene che siamo di fronte a un bivio: intonare il solito lamento o rimboccarsi le maniche. Ma rimboccarsi le maniche non vuol dire dover necessariamente fare i conti con lo status quo, lascando da parte ogni tentativo di cambiamento. Trovo ad esempio che, giornalisticamente parlando, approfondire questioni legate alla valutazione nei processi di selezione di artisti e operatori, alla teoria del valore, al rinnovamento dei criteri estetici, al tema spinoso del giudizio, possa rappresentare uno stimolo utile per alimentare il dibattito sulla meritocrazia e per incentivare il recupero delle competenze presso le nuove generazioni di artisti e operatori italiani, altrimenti inadeguati al confronto con altre realtà europee e internazionali. Su questo versante Artribune ha saputo fornire, e mi auguro continuerà a farlo, un prezioso contributo: sia con le sue rubriche che con le possibilità offerte dal commentario.

  • Vincenzo, sono d’accordo con te. Luca Rossi è la cartina tornasole di questo stato di cose: in un sistema sano, dopo alcune dichiarazioni di personalità autorevoli, sarebbe stato esaltato, quanto meno ricercato e coinvolto. Mentre non è così, e questo dimostra l’inefficenza e l’immaturità di un sistema. Verso TUTTI, Rossi non conta niente ed è solo cartina tornasole.

    • Luca per cortesia, non farti del male da solo. Prima sostieni che il “sistema” italiano è una cricca, anzi un gregge, e poi dici che in un sistema sano, visto che Cavallucci e Di Pietrantonio ti “sostengono”, allora dovresti essere coinvolto, cercato ecc. Con tutto il rispetto per gli amici Fabio e Giacinto, preferisco pensare con la mia testa, non con la loro.

      • Un sistema sano mi cercherebbe per un confronto, anche duramente critico, non certo per incensarmi. Questo è il dramma. Valentina Tanni ha scritto recentemente un articolo su alcune nuove dinamiche che riprendono la mi attività, ma non ha mai approfondito il mio lavoro. Se fossi straniero forse cambierebbe…
        Un sistema professionale e maturo mi cercherebbe. Ma dico questo, facendomi del male, proprio per rilevare questa anomalia. Non mi interessa emergere, ma rilevare una sistema paludoso e deleterio per TUTTI. Anche per la pubblicità e la crescita di questa rivista.

  • Caro Luca,
    come ti ho già ripetuto molte volte, la tua ansia di affermazione e il tuo voler a tutti i costi ricondurre ogni discorso a te stesso vanificano anche quello che c’è di buono nel tuo lavoro e nei tuoi progetti.
    Vuoi che la tua azione sia più efficace? Conosci perfettamente i tuoi limiti! Il primo è l’anonimato: non puoi pretendere di avere un ruolo significativo se non decidi di mostrare pubblicamente il tuo volto. Sia che si tratti di una scelta di poetica, sia che si tratti di convenienza, è banalmente l’ostacolo più grande per il raggiungimento di risultati incisivi. Il secondo è l’approssimazione: nelle scelte linguistiche e espressive, nelle modalità organizzative dei tuoi progetti (da Kremlino al corso pratico), nelle traduzioni “inaccurate” di google translate. Quelle che ostenti come scelte di stile a me sembrano più oggettive mancanze, che tenti di celare dietro un profilo sfrontato e self-confident, sinceramente poco adatto a un intellettuale. Il terzo (e mi fermo per non dilungarmi off-topic più di quanto sia tollerabile) è l’idea semplicistica che il web possa diventare contenitore e contenuto, codice e messaggio, rendendo superflue tutte le altre modalità di produzione e condivisione della cultura. La fusione dei ruoli, la critica al museo tradizionale, la virtualizzazione dell’opera (ben diversa dalla dematerializzazione) sono finzioni che ti allontanano dal reale.
    Ti dico tutto questo con affetto. Come ben sai, nonostante qualche divergenza di opinione, seguo sempre con interesse la tua ricerca.
    Riallacciandomi al senso generale della discussione e dei precedenti commenti, concludo con un pensiero: il bene della collettività è perseguibile a patto che ogni singolo individuo intraprenda la strada della crescita personale, con umiltà e caparbia volontà di migliorarsi. Non possiamo pensare che la comunità sia un ente separato e distinto dalle parti di cui è composta: ognuno di noi è responsabile di ciò che ci accade intorno.

    • Vincenzo, svegliati. Non ho alcuna ansia di affermazione, ma rilevo la totale inefficienza di un sistema professionale. Capace solo di regalare delusioni e illusioni. SVEGLIA.

      Dove dovrei affermarmi??? Da 5 anni lavoro gratis, e ricevo critiche e lodi come ogni progetto che cerca di spostare il paradigma delle cose. Manca un ssitema capace di valorizzare e promuovere in Italia e all’estero.

  • Tra l’altro non si capisce cosa dovrebbero dire i nostri curatori in queste tavole rotonde internazionali…visto che il massimo che facciamo è scimmiottare malamente il mainstream internazionale…curando mostre che citano libri nel titolo e invitano i soliti artisti tutti praticamente identici…con la barba, i capelli un po’ lunghi e le scarpe del nonno nei piedi.

    Ma mi chiedo se trovassimo una novità capace di uscire dalla mediocrità generale sapremo riconoscerla??? Per me no. Sarò paranoico ma ditemi un artista giovane interessante OGGi in Italia o un PROGETTO espositivo nuovo e fresco. sappiamo solo essere copie degli stranieri, sia artisticamente che come curatela.

    E queste cose e le motivazioni le vado argomentando da più di 5 anni, su ogni mezzo, e anche con una serie di articoli su Flash Art. Li trovate in prima su whitehouse.

  • Altra cosa tutta italiana: procedere per clan amicali e famiglie chiuse. Questo lo fanno tutti, tipo la saga de Il Padrino. Quindi ogni confronto è visto come “invitare” uno della famiglia, un amico. Non esiste un invito critico o curioso di approfondire. Questo rende tutto mediocre. C’è un bel libro di Ichino su questo, su quanto abbia inciso il concetto di famiglia sulla crescita di questo paese.

  • Caro Luca Rossi, che uno dei principali sistemi sociali italiani sia la famiglia è risaputo, essa nella sua accezione negativa rappresenta la radice stessa della mafia, ma il problema è che si continua a parlare, analizzare, affermare senza mai uscirne da questa famiglia. I nomi, i contenitori, i contenuti, nel bene e nel male, sono attentamente e rigorosamente scelti dall’interno di questa famiglia diffusa, che credimi è un pò la stessa ovunque. Ora, la famiglia è ancora più allargata e protetta dalle mura del web, molto più fluide e di quelle reali.
    Quello che tu dici e descrivi è noto, detto e scritto da tanti e da tanto tempo, prima di te e prima di me. Le famiglie più potenti creano e detengono gli status a loro piacere, in tutto il mondo, guarda l’esempio di quel ridicolo Oscar Murillo.
    Anzichè cercare di entrare a tutti i costi dentro le quattro mura quattro della famiglia, cerchiamo di abbattare ste pareti e far entrare un pò di luce e aria. Detto questo, negli ultimi 25 anni, ma già da prima, l’aspetto curatoriale del come mostrare anziché cosa mostrare, ha preso il sopravvento sui contenuti. L’attenzione primaria del fare e proporre arte si è spostata dall’elaborazione formale di un pensiero autentico, al rimescolamento di informazioni e nozioni, pescate spesso online con estrema supeficialità, ignoranza e mala fede. Poi anche il rimescolamento e venuto meno (troppa fatica leggere e conoscere) e si passati a 2 fenomeni che dominano i nostri giorni, l’appropiazione e ripetizione netta di opere del recente passato ( grazie anche allo sdoganamento da parte di autori come Nicolas Bourriad con post-production ed altro) e il confondere i tentativi scolastici da applicazioni tecniche per sperimentazione.
    Ora, ogni artista vero sa bene quanti pezzetti di legno, fogli strappati,cocci sparsi ha messo insieme, prima di passare a sperimentare e realizzare veramente, e oltre ad avere il buon senso di non portfoliorizzare queste esperienze scolastiche, nessuno si sognava di farle passare per nuovi dadaisti, post punk, neoaccrocatori di traballanti impalcature “concettuali”.
    La pressochè totale scomparsa di una critica reale e da campo, ha provocato poi un circolo vizioso, in cui nessuno sa più veramente nulla e tutti fanno tentativi per essere riconosciuti, e il riconoscimento, questo l’altro vero problema, non è considerato un mezzo per poter meglio continuare la propria ricerca e il proprio lavoro, ma è l’obiettivo fine a se stesso.

    • Ora sì che iniziamo a ragionare, grazie Angelo! Ci sono diverse cose su cui mi piacerebbe confrontarmi:
      1 – Post-produzione: non è più tanto di moda. Ma a parte la battuta, siamo sicuri che sia la causa e non l’effetto? Nel senso: secondo me, guardando qualche data, il lavoro di Nicolas è non dico compilativo, ma poco ci manca. Fatte le debite proporzioni, come Celant ha fatto coi “poveristi”, che erano tali prima di Celant. D’altro canto, sono quasi tutte tematiche che, ad esempio in letteratura e in musica, erano affrontate da almeno un paio di anni. Tu dici che ha sdoganato un certo fenomeno. Sono d’accordo. Ma ha realmente avuto un impatto così globale? Cosa succedeva in quegli anni in Germania, per dirne una, dalle parti di Lipsia? Forse siamo noi che abbiamo una visione parziale della storia recente.
      2 – Display: una riflessione seria, radicale sul contenitore può essere “rivoluzionaria”. Non mi sento di criticare chi lavora in questo senso. Certo, se poi è uno stratagemma per distrarre dal fatto che il curatore in questione non saprebbe cosa e come esporre, è un altro paio di maniche. Ma ti assicuro che si nota, eccome si nota la differenza.
      3. Sotto l’ultimo capoverso del tuo commento, se permetti, ci metto pure la mia firma!
      4. Per tornare al tema dell’articoletto qui sopra: il buon lavoro di Luigi è stato proprio nella direzione di dare aria. Confrontarsi con sociologi, filosofi, economisti, attivisti ecc., e ovviamente curatori, artisti, critici ecc. E’ una cosa che andrebbe fatta più spesso. Fa bene a tutti, e me lo diceva anche un docente di sociologia dopo il suo speech, lamentando l’aria viziata all’interno della “famiglia” dei sociologi. L’incesto è un tabù, ma ogni ambito “specialistico” ha la tendenza innata a diventare una corte bizantina.

      Un caro saluto e spero a presto de visu
      Marco

      • Caro Angelo,
        sottoscrivo anche io l’ultimo capoverso del tuo commento! Grazie per l’intervento.

  • @Marco Enrico: il contenitore non è più un luogo ma un’azione: guardare diversamente qualcosa. Ma prima di parlare di queste cose, bisogna capire se in ITALIA c’è modo e possibilità di confronto. A mio parere no, per:

    – incapacità. Se si vede qualcosa, la si riconosce?

    – eccessivo sbilanciamento verso l’estero. Ogni luogo è internazionale, pensare che la tavola rotonda di Fassi sia interessante senza conoscere gli argomenti e le conseguenza concrete non ha senso.

    – famiglie chiuse, clan (come quello ieri al Museion alla project room di Perrone).

    L’aria viziata è in un certo mondo accademico che è trasversale ad arte, sociologia, filosofia ecc. Le domande sono semplici:

    A cosa serve l’arte? A cosa serve l’opera? Oltre al discorso investimento e spot pubblicitario per lo sponsor di turno. L’arte contemporanea ha smarrito le motivazioni e le ragioni. C’è una fuga della critica ma anche del pubblico.

  • Tutto il lavoro di whitehouse in questi 5 anni ha cercato di affrontare teoricamente e poi progettualmente queste questioni. Ma praticamente nessuno ha approfondito, nonostante dichiarazioni impegnative di personalità autorevoli. Questo non è un dramma per il Sig. Rossi, ma è la cartina tornasole di un sistema che NON funziona. In cui temo non ci siano fisicamente le persone, e quindi tanto meno capaci.

    Caro Marco Enrico, questo è il vero problema. E se scrivo queste cose non è certo per il riconoscimento (che ho già) ma perchè mi interessa sinceramente la cosa, e questo dalla prima ora del blog.

    Da 50 anni l’istituto d’arte viene consigliato, per direttiva ministeriale, agli studenti meno brillanti: cosa che può anche portare frutti ma che sicuramente deprime un settore: ed ecco addetti ai lavori incapaci di approfondire, ma capaci solo di inseguire la notiziola e la linea che viene dall’estero. Mentre gli accademici che hanno studiato, si rifugiano su torri d’avorio, parlando di display, post produzione, eccetera.

  • Caro Marco bentrovato
    Il mio intervento non era riferito all’articolo in questione, ma mosso dal desiderio di porre il confronto in commentario su un piano diverso e non solo polemico.
    Ho letto il sito relativo all’articolo, e lo ritengo un ottimo esempio di lavoro in ambiti anche non “familiari”. C’è decisamente bisogno di azioni sul campo e su campi diversi, e non solo conferenze tra addetti ai lavori. Forse conoscerai un progetto che già da 2 anni sto realizzando in un villaggio Berbero dell’Alto Atlas, ecco si muove esattamente su tale binario, dove popolazione, attivisti, scienziati, antropologici, artisti, maestri di sci, sport e guide alpine lavorano insieme, con i relativi problemi legati alla competenza specifica individuale. Il positivismo ha rotto un pò le palle e oltre che essere dannoso, non permette prese di posizioni serie e reali, possibili invece con un attiva accettazione e analisi del concetto di fallimento
    La postproduzione in effetti è una parola vecchia, infatti io parlerei di una spensierata riproduzione/appropiazione e una diffusa egosolidarietà quasi autistica, che ha purtroppo un attecchimento globale. A New York dove passo parte dell’anno, c’è poco da rallegrarsi in questo senso. Certa arte si affaccia fuori dalla sua noisa famiglia e scopre attivitè che il mondo fuori pratica e conosce da tanto, e le propone pateticamente come se fossero una scoperta assoluta. Oggi per esempio, sono andato ad una inaugurazione in uno spazio molto seguito a Brooklyn, dove avevano ricreato pateticamente una studiolo di Pilates e tutti si scoprivano portatori di nuove verità e presuntuosi esperti di fitness. Dico questo anche per rispondere a Luca, per dirgli che ho studiato all’Isef, non sono accademico, e vedere certi approcci approssimativi pensando di essere innovativi è veramente imbarazzante. Chi mi conosce sa quanto ho usato lo sport, il corpo, le culturiste donne, lo sforzo, i circuiti, videoanimazioni etc già 16/17 anni fa. Caro Luca il 90% di quello che dici è ovviamente condivisibile, ma ti ripeto, bisogna dirlo e sopratutto farlo sul campo e se per Torre d’avorio, intendi un villaggio Berbero a 2500 m di altitudine, ti invito a venirci, ma ti avviso che se non adotti griglie relazionali e codici diversi da quelle che si praticano nella famiglia dell’arte partecipativa di regime, rischi di non concludere nulla. Cinque anni sono pochi Luca, ma voci come le tua, se anzichè confrontarsi e riferirisi solo al sistema si aprissero di più al mondo, sarebbero veramente utili.
    un saluto

  • @Angelo: non mi riferivo a te parlando di torri d’avorio.

    Il problema è anche questo: stiamo discutendo fra tre addetti ai lavori, ognuno con il suo “progetto”. Ma io non conosco te e tu non conosci me. Mentre Marco Enrico sembra non volere approfondire i diversi progetti. A meno che, ecco, non arrivi un comunicato stampa dal New Museum o dal Museo di Fassi dove ci sono i nostri nomi. Ma anche in quel caso rimane una lettura superficiale e sempre relegata ad una plate di 4 addetti ai lavori.

    Mi fermo e vi invito semplicemente all’ultimo progetto presentato in Francia, che trovate in prima pagina su whitehouse. Questa operazione mi sembra che possa contenere la possibilità di coinvolgere maggiormente il pubblico. Ma ripeto, chi avrà desiderio di approfondire? Se ognuno rimane barricato sul suo progetto e su i comunicati stampa “giusti”?

    • Veramente del progetto di Angelo abbiamo parlato su questo giornale sin dagli albori e ne ho discusso a lungo con Alessandro. Fassi non lavora in un museo ma a un festival (a proposito di superficialità). E ho scritto sin dall’inizio qui che quella conferenza è appunto stato un momento per uscire dall’autoreferenzialità. Il problema è che tu, Luca, non leggi nemmeno questi commenti, vai avanti come un mulo con i paraocchi ripetendo compulsivamente quattro “concetti”. In questa maniera sei la prima causa dell’assenza di confronto: come faccio a parlare con uno che non ascolta? Siamo al narcisismo più patologico.

  • Va bene, il mio discorso era generico, estremizzato. Se è per questo avete parlato anche del mio progetto. Non fare il pelo alle mosche per favore.

    Ripeto 4 concetti ma su questi non ricevo mai risposta, mentre appena scrivo un imprecisione, subito a puntualizzare. :)

    Tu hai scritto che il problema è anche che gli operatori italiani NON sanno l’inglese, e questo è un problema vero, ma non è la radice del problema. La radice del problema è in una certa esterofilia che ci fa sempre pensare che l’Italia sia fuori centro. Ecco pi punti di confronto:

    – è possibile pensare ad una diversa concezione di museo che non sia il solito MAXXI che pretende di scimmiottare malamente i grandi musei internazionali?

    – esistono persone in Italia che sono capaci e desiderose di porsi queste domande? A mio parere no, non esiste un pubblico vero e la platea è fatta da pochissimi addetti ai lavori.

    – a cosa serve l’arte? Si tratta di esercizi accademici (display, post produzione ecc) o esiste una funzione? Perchè su questa domanda, espressa in modo naif, che si basa la diceria che con la cultura non si mangia.

    Ecco, Marco Enrico, rispondimi su questo. E scusami se scrivo ogni tanto imprecisioni.

    • – è possibile pensare ad una diversa concezione di museo che non sia il solito MAXXI che pretende di scimmiottare malamente i grandi musei internazionali?
      Certamente, e ci sono esempi pratici del recente passato anche in Italia

      – esistono persone in Italia che sono capaci e desiderose di porsi queste domande? A mio parere no, non esiste un pubblico vero e la platea è fatta da pochissimi addetti ai lavori.
      Certo che ci sono, e c’è pure il pubblico. Basta darsi un po’ da fare, leggendo, andando ai convegni dove ci si confronta realmente ecc.

      – a cosa serve l’arte? Si tratta di esercizi accademici (display, post produzione ecc) o esiste una funzione? Perchè su questa domanda, espressa in modo naif, che si basa la diceria che con la cultura non si mangia.
      La riflessione sul display non è necessariamente accademia, l’ho già scritto prima, non vorrei ripetere tutto il discorso. L’arte non “serve” (a) niente. E’ un collettore di esigenze e un propulsore di dubbi.

      Scusa la brevità, ma a me piace il confronto, possibilmente non a due e ancor meglio vis-à-vis. Questo scambio (spesso fra sordi) è – lui sì – estremamente autoreferenziale. Capirai quindi se passo e chiudo in questa sede.

      • Ma perché ogni riflessione sul museo deve concludersi con una frecciata al MAXXI? Pur riconoscendo le difficoltà e i limiti di un’istituzione che deve fare i conti con il contesto economico e politico italiano, non capisco questa necessità di rottamare l’idea tradizionale di museo solo perché oggi esistono nuove possibilità di condivisione e di fruizione dell’arte. Dobbiamo per forza vedere tutto bianco o tutto nero? Non potremmo invece essere fieri della presenza di un importante museo per il contemporaneo nella nostra capitale, cercando di capire in che modo possa soddisfare le esigenze del pubblico, e nel contempo sperimentare idee alternative e concezioni innovative?

        • Quando è stato costruito ero contento e ottimista, ma le mostre passate al Maxxi sono state deleterie. Quindi avere un Museo così pretenzioso e contenuti così mediocri è semplicemente contro produttivo. Meglio il vuoto. Da vuoto e da una crisi totale può nascere qualcosa di buono. Ti invito a leggere l’editoriale uscito oggi su whitehouse.

          Il Maxxi così è una cattedrale nel deserto che da l’illusione che in quel territorio c’è qualcosa di buono; questo è peggio che se non ci fosse. Non so se mi sono spiegato.

          Per me è un problema di contenuti, vediamo se migliorano. Spesso ho argomentato su questi contenuti.

      • Io sono disponibile a tavole rotonde.

        L’arte non serve a niente, non è vero. E che sia serva, dipende.

        Ma evidentemente questo non è il luogo adatto, speriamo di incontrarci prima o poi. Vado a truccarmi che sono narciso. :)

  • Gianni Romano scriveva sul Corriere, che spesso l’italiano preferisce il successo di uno straniero rispetto a quello di un suo connazionale. Nel sistema dell’arte chi cerca di uscire da una mediocrità generale, fatta di opere tutte uguali e di mostre tutte uguali, viene subito tacciato di autoreferenzialità e NARCISISMO. Ed è vero, l’arte in italia è associata a narcisismo. Spesso il sistema dell’arte attrae i mediocri, perchè in arte tutto va comunque sempre bene, e se riesci a fare buoni aperitivi, va tutto benissimo (potrei citare numerosi che coltivano soprattutto le PR in aperitivo).

    E quindi il Sig. Rossi è l’ennesimo artista sfigato e frustrato; benissimo, Luca Rossi è al di là di ogni sospetto, non avrà mai successo. Non ci resta che affrontare i contenuti. Luca Rossi, diventando vittima sacrificale, è l’unica strada per cambiare e stimolare il sistema italiano e non solo.

    Su queste cose solitamente NOn ho risposta…ma se dico Gioni è Presidente della repubblica….ecco levarsi mille voci :D

  • Ecco, il punto è proprio analizzare e approfondire terminologie quali riconoscimento e successo. Sembra che nell’arte si faccia riferimento solo a star o sfigati, e non si consideri tutto un mondo di mezzo, fatto di persone di grande spessore, che da tanti anni lavorano, producono forme, contenuti e nuovi contenitori. Persone che di questo e con questo vivono, creando piccole o grandi economie anche al di fuori delle comode e sicure mura familiari e dai confini nazionali. Se successo è solo ostentare potenza economica e capricci megalomani egosolidali con i sistemi che rappresentano, allora perchè l’arte dovrebbe essere diversa dalle politiche governative più grette e pretendere di essere riferimento culturale? Professionalmente frequento lo sport quanto l’arte e da un pò di tempo i confronti più interessanti e approfonditi li ho più con atleti che con artisti. Quello che più notoo è che molti atleti, e non necessariamente star, sanno assumersi responsabilità e prendere posizione senza atteggiamenti subdoli e meschini, perchè abituati più ai fatti che al chiacciericcio di fondo.

  • Qualche anno fà Sergio Romano, importante editorialista, scriveva sul Corriere della Sera che spesso gli italiani, per loro indole “comunale”, preferiscono il successo di uno straniero piuttosto che quello di un loro connazionale. Questa triste constatazione applicata al sistema dell’arte italiano diventa ancora più grave: cosa succede se il pubblico, gli spettatori, l’opinione pubblica coincidono con gli addetti ai lavori? E cosa succede se questi addetti ai lavori sono pochi e la posta in gioco è bassa?

    Succede che ogni proposta ed iniziativa, non dico di successo, ma che esce dalla normale omologazione di opere e mostre, viene sistematicamente osteggiata ed emarginata. La posta in gioco bassa (pochi finanziamenti, posizione marginale dell’Italia) determina poco desiderio e incentivo ad approfondire; si pensa piuttosto al proprio orticello, a curare le pubbliche relazioni compiacendo tutti, guardando smaniosi alla scena internazionale. Un importante e giovane artista italiano mi scriveva che per lui l’Italia è una pozzanghera, tanto vale concentrarsi sul proprio lavoro e fare in modo di fare più studio visit possibili con operatori internazionali. Questo atteggiamento sarebbe giusto, se volessimo darci su, se volessimo mollare, se non nutrissimo alcuna speranza nel sistema dell’arte italiano e nell’Italia. Io invece ho ancora speranze, perchè ogni luogo è internazionale e una situazione di crisi rappresenta la più grande opportunità per qualsiasi sistema e qualsiasi paese. Ecco cosa scriveva Albert Einstein della crisi:

    “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

    La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.

    Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’ inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

    Va bene, bisogna superare la crisi come momento prezioso. Ma perchè l’arte? Quale funzione ha oggi l’arte? In Italia gira la diceria che “con l’arte non si mangia”. Per restare al campo dell’industria, molto caro alla media borghesia italiana (ormai tutti gli italiani), le più grande aziende mondiali nascono da un intuizione potremo dire “artistica”. Google e Facebook sono due grandi opere anni 90: la prima con tantissimi servizi all’utente-spettatore, la seconda come enorme esempio di arte relazionale. E non sono forse Google e Facebook la normale conclusione dei “cinque minuti” di celebrità, profetizzati da Andy Warhol negli anni 60, e a cui tutti sembrano aspirare? E se ci spostiamo dal mondo dell’industria alla politica, l’operazione di Beppe Grillo non nasce forse dall’intuizione di Joseph Beuys (datata anni 60) che sostiene che l’artista debba attivarsi e modificare la società? Lasciamo perdere gli aspetti specifici, mi interessa l’intuizione del progetto.

    Ecco che capiamo come l’arte sia una disciplina capace di presiedere a tutto. E che il sistema dell’arte e le mostre, con le loro regole, sono solo palestre e laboratori per allenarsi nel comprendere quale possa essere il legame tra l’arte e ogni altro ambito; ogni altra cosa, dalla propria vita privata fino al lavoro e alle questioni che coinvolgono la collettività.

    Tornando al caso italiano, come è possibile uscire da una situazione di stallo dove ogni proposta critica e originale tende ad essere osteggiata? Luca Rossi è l’ennesimo artista fallito e frustrato, non potrà mai avere successo. Ecco che Luca Rossi è al di là di ogni sospetto e non resta che affrontare e argomentare i contenuti. Il circolo vizioso italiano, capace di illudere e deludere, può essere interrotto solo da una vittima sacrificale, qualcuno che possa essere indipendente e possa bypassare un sistema che emargina ogni proposta divergente e che induce i giovani artisti a comportarsi tutti nello stesso modo da 20 anni: prima dietro a gallerie blasonate (anni 90/2000) poi dietro a residenze e biennali internazionali. Ma queste cose non contano più, quindi conviene prendere in mano il proprio lavoro e metterlo in discussione. Rossella Biscotti in pochi anni: Vincitrice del Premio Maxxi, Biennale di Carrara, Manifesta, Documenta, Biennale di Venezia, Vienna Secession, Biennale di Istanbul. La Biscotti 20 anni fà sarebbe stata un artista osannata dalla critica internazionale, oggi è una giovane artista fra tante che fa un lavoro identico a tantissimi. Un asorta di “operai delle pubbliche relazioni” che produce opere perfette per i progetti “impegnati” di importanti curatori internazionali.

    Ma quale alternativa a questa situazione di stasi anche linguistica e progettuale? L’unica vera innovazione è la consapevolezza. E spesso la pittura è la cosa migliore, perchè è il mezzo stesso che è profondamente consapevole: ha dei limiti definiti e starà appeso al muro in qualche museo o in qualche casa. Non si tratta di proporre opere innovative e originali, ma proporre opere consapevoli. E la consapevolezza sta in un natura dell’opera complessa, ma non complicata che lavora su più livelli e dimensioni.

  • Fa un certo effetto rileggere oggi le parole di Einstein (scritte nel 1931) e pensare che, solo due anni dopo, le persecuzioni antisemite dei nazisti lo costrinsero a trasferirsi negli Stati Uniti. Non è così semplice cogliere le “grandi opportunità” di fronte alle quali ci pone la crisi. Non è nemmeno scontato che ogni crisi porti progresso. La logica del “tutto o niente” e il rifiuto del compromesso possono condurre a errori fatali. Attenzione a evocare il “vuoto totale”, perché sono le tragedie a produrlo. Impariamo a conoscere quello che c’è di buono intorno a noi e partiamo da lì. Magari esplorando quel “mondo di mezzo” di cui parlava prima Angelo.

    • Infatti non sto dicendo che il MAXXi va abbattuto (mi raccomando nessuno lo faccia) ma che deve lavorare su i contenuti. Le mostre. Evitando di scimmiottare malamente altri musei blasonati.

  • Caro Marco Enrico, tutti dicono che in Italia esiste un pubblico per l’arte contemporanea, io francamente NON credo. Bisogna togliere gli addetti ai lavori, e anche il collezionismo, sempre più morto dopo anni di presa in giro speculativa.

    Accorriamo all’Hangar Bicocca quando c’è un giocone alla Saraceno, o forse ci sono opening a Milano frequentati perchè ottime variazioni dal solito aperitivo. Ma per il resto non credo che ci sia pubblico, come se al cinema ci andassero solo coloro che lavorano nel cinema.

    Spero di sbagliare.