Biennale Updates: cronache dall’effimero per la prima volta del Padiglione Maldive in Laguna. Tensione tra natura e inquinamento, oriente e occidente; il tutto si apre con la glaciale installazione di Stefano Cagol

Alle otto del mattino non c’è nessuno lungo Riva di Ca’ di Dio. Pochi temerari in tenuta da jogging, i ragazzini che si trascinano a scuola, un paio di turisti. E poi un blocco di ghiaccio. Sbarca dal Canale dell’Arsenale, trascinato a forza di muletto; prende a sciogliersi, inesorabile, una goccia alla volta. È il […]

Padiglione Maldive - installation view

Alle otto del mattino non c’è nessuno lungo Riva di Ca’ di Dio. Pochi temerari in tenuta da jogging, i ragazzini che si trascinano a scuola, un paio di turisti. E poi un blocco di ghiaccio. Sbarca dal Canale dell’Arsenale, trascinato a forza di muletto; prende a sciogliersi, inesorabile, una goccia alla volta. È il monolite con cui Stefano Cagol significa la sua partecipazione alla Biennale di Venezia, ospite di quel Padiglione Maldive che ha trovato casa – alla sua prima volta in Laguna – in uno stabile semi-abbandonato in viale Garibaldi. Verrà il giorno in cui le Maldive non si saranno più, sommerse un centimetro alla volta dall’innalzamento del livello degli oceani; la raccolta messa insieme dal collettivo Chambers of Public Secrets indugia sul titanico precariato di una terra in crisi di identità, storica piattaforma tra Oriente e Occidente che esorcizza nell’arte la sua eutanasia.
Aggressività post-espressionista per The Disappearance di Wael Darwesh, che colpisce sulla tela con antica disperazione; gli fa da controcanto l’installazione di Patrizio Travagli, tetris di superfici specchianti che illudono e alludono in una straniante frammentazione dello spazio visivo. Inevitabili i riferimenti allo tsunami, che ha portato il suo carico di brutalità anche alle Maldive: sul tema arriva l’installazione di Thierry Geoffroy, mentre a ragionare su una ricostruzione più o meno possibile sono Christoph Draeger ed Heidrun Holzfeind.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.