Con un piede nella tradizione e l’altro a spasso per il mondo: il presente del design indiano è orgogliosamente glocal. Ed in mostra, alla Triennale di Milano, in una curiosa project room

Segnate questo nome: Jatinderpal Bhullar. Non si tratta di un artista o un architetto; né di un designer, un critico, un intellettuale. È un soldato. Di evidenti origini indiane. Il primo, nella storia secolare della monarchia britannica, ad aver dismesso il monolitico colbacco di pelo che ingolosisce così tanto le foto dei turisti: e ieri […]

Segnate questo nome: Jatinderpal Bhullar. Non si tratta di un artista o un architetto; né di un designer, un critico, un intellettuale. È un soldato. Di evidenti origini indiane. Il primo, nella storia secolare della monarchia britannica, ad aver dismesso il monolitico colbacco di pelo che ingolosisce così tanto le foto dei turisti: e ieri le prime pagine dei giornali di mezzo mondo – in Italia, su tutti, valga il Corriere della Sera – erano per lui. Che marcia davanti a Buckingham Palace con il turbante in testa, mise ossequiosa del credo sikh; simbolo che ratifica l’avvenuto sorpasso anagrafico, in Inghilterra, della componente di origine straniera sui nativi.
Curiosa coincidenza l’esposizione mediatica offerta a questo potenziale carneade della Storia nel giorno in cui la Triennale di Milano ha inaugurato New India Designscape. Quasi una project room quella allestita da Simona Romano, che setaccia il variegato e variopinto mondo della creatività indiana, istituendo un consapevole monumento glocal: atmosfere, materiali e sguardi prettamente localistici si arricchiscono dell’inevitabile bombardamento concettuale, e visuale, di modelli occidentali. Nasce, semplicemente e straordinariamente, il gusto nuovo di un mondo nuovo. Addobbato con i coloratissimi plastic toys di Shilpa Chavan; illuminato dai lampadari in bambù di Rajiv Jassal; che a tavola usa le leggere stoviglie in fibra di palma della Hampi. Che scrive e legge nell’eccentrico e straordinario Hinglish elaborato da Shirin Johari: un font eclettico, che compone insieme l’alfabeto latino e i caratteri propri della lingua hindi.
Se viene definito sub-continente un motivo ci sarà: impossibile parlare di India, meglio riferirsi ad una terra al plurale. E forse, allora, il ritratto più fedele di questo goloso frullato di culture arriva in mostra attraverso un omino della Lego: impossibile creare l’immagine stereotipata dell’indiano medio. Ci vogliono sei volti: altrettanti tipi di turbante, acconciature, tagli di barba…

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.