Ma sarà vero che i flash delle fotocamere danneggiano le opere d’arte? No, lo dimostra uno studio USA. Però i divieti aiutano i bookshop…

Neanche vi stiamo a porre la domanda, visto che a tutti è capitato – chissà quante volte – di vedere quel cartello, e pure di domandarsi: ma perché? Ma sarà poi vero? Il cartello è quello che campeggia all’ingresso di tantissime mostre o musei: NO FLASH. Questione attuale ancor di più in stagione di ferie, […]

Neanche vi stiamo a porre la domanda, visto che a tutti è capitato – chissà quante volte – di vedere quel cartello, e pure di domandarsi: ma perché? Ma sarà poi vero? Il cartello è quello che campeggia all’ingresso di tantissime mostre o musei: NO FLASH. Questione attuale ancor di più in stagione di ferie, quando si moltiplicano i turisti dell’arte, e quindi gli “utenti” degli eventi off limits per fotografi in erba. Ma la domanda resta: perché? C’è un fondamento scientifico dietro all’inviolabile divieto?
Ora se l’è posta un giornalista americano, che quando l’ha girata all’addetto di un museo si è sentito rispondere un deciso: “Perché la luce fredda del flash danneggia le opere”. E lui ha deciso di andare a fondo, scoprendo che l’obbiezione è sostanzialmente priva di qualsiasi fondamento. Tutto si basa su un esperimento effettuato nel 1995dalla National Gallery di Londra, teso a dimostrare che i ripetuti lampi dei flash potrebbero modificare i colori, in questo caso nei pigmenti di prova. Ma quando è andato a guardare i dati, ha scoperto qualcosa di completamente diverso. Nell’esperimento, infatti, furono utilizzati due potentissimi flash elettronici, e gli sperimentatori rimossero il filtro di vetro anti-UV da uno dei due, per ottenere il massimo rendimento delle radiazioni. Poi piazzarono i flash a circa tre metri dai pannelli preparati con pigmenti colorati e tessuti tinti. Nel corso dei mesi successivi, i lampi furono lanciati ogni sette secondi. Dopo oltre un milione di lampi, i pigmenti esposti al flash “nudo” mostrarono una lieve, ma visibile, dissolvenza in alcuni campioni. I campioni esposti ai flash “filtrati”, invece, ovvero alle condizioni di tutte le normali fotocamere, non mostrarono alcun cambiamento visibile.
Una precauzione eccessiva, nella migliore delle ipotesi. Già, perché in realtà dietro ai divieti si nascondono diverse e non sempre nobili motivazioni: dalla protezione del copyright, materia ancora alquanto controversa, al rischio di crollo di vendite del merchandising (se mi faccio da me la foto dell’opera preferita, poi non acquisto la cartolina). Fino a complicati e quasi fantascientifici calcoli di logistica espositiva: se i visitatori possono fotografare, sostano di più davanti alle opere, ed in una giornata di apertura io, museo, riesco a far entrare meno pubblico pagante…

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • cancelloarte

    finalmente qualcuno che decide di sbuggerare questa subdola menzogna che qualche qualche mentecatto aveva messo in giro per lucrare o farsi bello.
    Ovviamente i risultati di questo studio rimarranno lettera morta…

  • Forse è l’opera d’Arte che rovina il flash?

  • Angelov

    “…non mostrano alcun cambiamento visibile.” (21° rigo)
    Ma questo non è linguaggio scientifico, è solo una “molto approssimativa constatazione”.
    Vorrei vedervi verificare tutti i flash delle macchine fotografiche taroccate che girano sui mercati, se siano a norma o no.
    Anche Budda fu illuminato sotto l’albero Body, eppure le sue foglie non scolorirono…

  • Guillaume

    Cristo santissimo. Mettete delle fonti a sti articoli copiaincollati. E magari se li formattaste meglio non sarebbe male.

    http://www.gizmodo.co.uk/2012/07/does-flash-photography-really-damage-art-the-persistence-of-a-myth/

  • Sirchia

    ctrl+c ctrl+v anche qui? NO per favore.

  • Qui al Sud Italia sono pochi i casi in cui è vietato usare il flash. Mi domando se non sia il caso di effettuare delle riprese con telefonino? O con quelle macchine fotografiche recenti che effettuano riprese con fotogrammi ad alta definizione. Nel frattempo il mio blog http://www.cyphersnap.blogspot.com raccoglie tutte le mostre visitate dal punto di vista del visitatore occasionale!

  • cancelloarte

    steve meltzer è un grande fotografo d’arte, non solo “un giornalista americano”, e forse meritava una citazione. Ma il punto è ovviamente un altro, ovvero la surrettizia imposizione di un divieto, talora esteso subdolamente a OGNI riproduzione fotografica, non solo quelle effettuate con il flash.
    Non so se qualcuno ha mai provato davvero a chiedere, come ha fatto Meltzer, il perchè fosse proibito scattare una foto, con o senza flash. Mugugni, mezze parole, balbettamenti, penose spiegazioni.
    Sono convinto che qualcuno salterà su dicendo: ” sì, d’accordo, magari il flash non danneggerà le opere, ma sicuramente danneggerà i visitatori, in un continuo e irritante lampeggiamento durante la visione dell’opera”.
    E qualcun’altro naturalmente irromperà con qualche ragionamento sul copyright.

    Quindi ok, nei musei mani in tasca e niente foto, non sia mai!

    • Davide W. Pairone

      sinceramente non capisco quale sia il problema: il biglietto d’ingresso non comprende il diritto alla riproduzione delle opere, punto. Musei e organizzazioni investono soldi nelle mostre o nei servizi museali quindi ovviamente spingono affinché il visitatore acquisti cataloghi, cartoline e quant’altro. In più spesso i siti internet danno la possibilità di scaricare diverse immagini, testi, ultimamente anche apps. Un altro paio di maniche è il discorso relativo alla qualità dei suddetti servizi (il Prado ti consente di stampare, a pagamento, riproduzioni-poster di quasi tutte le opere in collezione e te le spedisce pure a casa) ma la gratuità mi sembra una richiesta eccessiva. Fermo restando che l’esperimento di Londra, almeno così come è presentato qui, non sembra avere valenza scientifica inconfutabile soprattutto per opere che magari hanno 600 anni e che sono sottoposte non solo ai flash ma anche a condense, sudori, sbalzi termici ecc. L’azione combinata di questi fattori induce comunque alla prudenza

  • massimo mattioli

    Cari signori
    ma ogni tanto prendere un po’ di tisana al biancospino no? Qualcuno spieghi dov’è il CTRL V: semplicemente abbiamo letto un articolo interessante, nonchè molto lungo, e – chiarendo benissimo che si trattava di una ricerca fatta da altri – ne abbiamo riportato un sunto. Con l’obbiettivo di stimolare un dibattito.
    Non ci siamo certo appropriati di un lavoro altrui: potevamo citare la fonte? sì ma anche no, visto che non abbiamo pubblicato traduzioni pedisseque, e che la natura dei due articoli è diversissima. Magari l’autore poteva anche non gradire un riassunto che giocoforza trascura ampie parti della sua trattazione

    Saluti