Fabbrica Europa: dopo l’avvio pirotecnico con Wim Vandekeybus, a Firenze spazio alle performance e installazioni. Immagini e video tra Stazione Leopolda, spazi urbani e altro ancora

La scarica di adrenalina culmina al limite del turbamento, quando al centro di quel palco dapprima violentato dai gesti impetuosi dei danzatori, viene lasciato, solo, un neonato piangente. Alla prima nazionale al Teatro della Pergola, Oedipus / Bêt noir di Wim Vandekeybus scuote inevitabilmente il pubblico fiorentino, e al di là di uno strisciante sadismo, […]

La scarica di adrenalina culmina al limite del turbamento, quando al centro di quel palco dapprima violentato dai gesti impetuosi dei danzatori, viene lasciato, solo, un neonato piangente. Alla prima nazionale al Teatro della Pergola, Oedipus / Bêt noir di Wim Vandekeybus scuote inevitabilmente il pubblico fiorentino, e al di là di uno strisciante sadismo, lo coinvolge con geniali trovate sceniche, con l’ironia di un ritmo folk mescolato a improvvise eruzioni metal.

Nel frattempo, alla Stazione Leopolda inaugura il progetto Post-Elettronica di Letizia Renzini e Valentina Gensini: nella navata centrale, l’effetto complessivo è di forte suggestione sonora. Con il sottofondo costante delle 80 scatole di cartone di Zimoun, le scarpe di Arno Fabre catturano il pubblico più folto. Nello spazio Alcatraz, dietro pesanti tendoni e in stanze semibuie, le più piccole installazioni restano meno frequentate, spesso inattive a causa delle concomitanti performance, o per motivi non meglio precisati. Tra le più curiose, la musica per cetrioli di Ronald Van der Meijs.
Tra gli spettacoli di danza, da segnalare la “dialettica del conflitto” dei Tournois di L’Yeuse, andati in scena venerdì alla Leopolda, e soprattutto Grave di Dewey Dell, un ipnotico percorso sul senso della caduta, altrettanto carico di mistero quanto di potenza evocativa (in prima sabato e in replica domenica sera, 6 maggio).

Nelle location urbane, il polacco Wojciech Krukowski rielabora gli esordi del cinema, tentando di riprodurre in loco quel senso di straniamento provato dai primissimi spettatori. In aria di flash mob, i passanti sorridono o si ritraggono, ma raramente entrano a far parte del film. Li abbiamo incontrati all’arrivo del treno (Stazione Porta al Prato) e all’uscita dalle officine Lumière (P.zza Ghiberti).

Simone Rebora

 

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.