Architetto, filosofo, poeta del colore. E libero da ogni omologazione: a Milano è morto Gianfranco Pardi

“Grande artista fuori dal coro”, recita la nota che ci ha recapitato l’indesiderata notizia. Una qualifica che con qualche sforzo potrebbe essere assegnata a chiunque, mancando di oggettività: ma che sono le vicende stesse dell’arte italiana di mezzo secolo scorso a garantire se riferita a Gianfranco Pardi, morto ieri pomeriggio nella sua abitazione milanese a […]

Gianfranco Pardi

Grande artista fuori dal coro”, recita la nota che ci ha recapitato l’indesiderata notizia. Una qualifica che con qualche sforzo potrebbe essere assegnata a chiunque, mancando di oggettività: ma che sono le vicende stesse dell’arte italiana di mezzo secolo scorso a garantire se riferita a Gianfranco Pardi, morto ieri pomeriggio nella sua abitazione milanese a 78 anni. Era infatti uscito indenne da qualsiasi omologazione da un periodo – segnatamente gli anni Settanta – nel quale l’appartenenza a un “gruppo” pareva essere un vincolo irresolubile, teorizzata e lungamente predicata da un dominus come Giulio Carlo Argan e dalla lunga schiera dei suoi discepoli. Ma per Pardi – come per altri artisti, non molti in verità – sulla proiezione sociale della sua opera vinceva il rigore e la libertà della ricerca, che non appaltò a messaggi condivisi da sceneggiare né a critici ambiziosi da assecondare.
Una storia solitaria: nato a Milano nel 1933, si dedica a studi che partono dalla poesia e dalla filosofia, indirizzandosi poi verso l’architettura come possesso dello spazio. La sua ricerca artistica si manifesta tardi, nei pieni anni Sessanta, svolgendosi poi in una zona collocata tra Minimalismo e Arte Concettuale, dove per certi aspetti si presenta come un anticipatore. E si chiamano proprio Architetture le sue opere che per prime emergono, dove è la pittura a tracciare lo spazio attraverso metodologie costruttive che la matericità avvicina alla scultura. Sviluppi seguiti da sempre da una delle gallerie a lui più vicine, lo Stdio Marconi di Milano, che ospita tante sue mostre personali.  Il suo anno d’oro è il 1986, quando al culmine dell’apprezzamento mette a segno il “grande slam” italiano, esponendo alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano e alla Quadriennale di Roma. Consacrazione nel 1998 con la grande personale a Palazzo Reale di Milano, seguita l’anno dopo da mostre al Museo di Bochum e al Kulturhistorisches Museum di Stralsund.

– M. M.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • rost

    una ricerca molto interessante e raffinata

  • s

    UN VERO GRANDE ARTISTA. Rigoroso fino all’ultimo e parte di una milano che correva. Eccelleva senza tanto fighettume. Forza Pardi!