Cosa caspita succederà al Palazzo delle Esposizioni? E quale strategia culturale ha in mente per la città la Fondazione Roma? Nella capitale si apre ufficialmente un altro fronte

Finirà occupato come il Teatro Valle o come l’ex Cinema Palazzo? Finirà al centro delle cronache non per le sue mostre, belle o brutte, ma per il suo assolutamente inedito modello di gestione? Sembrerebbe proprio di si. Salendo su su a monte occorre spiegare che, nella capitale di questo paese, l’amministrazione comunale ha preferito negli […]

Emmanuele Emanuele

Finirà occupato come il Teatro Valle o come l’ex Cinema Palazzo? Finirà al centro delle cronache non per le sue mostre, belle o brutte, ma per il suo assolutamente inedito modello di gestione? Sembrerebbe proprio di si. Salendo su su a monte occorre spiegare che, nella capitale di questo paese, l’amministrazione comunale ha preferito negli ultimi anni investire le poche risorse disponibili sulla macchina del consenso che solo le assunzioni facili possono ingenerare. I denari sono andati a “coprire” quella che a quanto pare è una delle più colossali “parentopoli” che la storia ricordi. Il risultato? I soldi non bastano per chiudere il bilancio, e si tagliuzza sulla cultura. Soprattutto su quel moloch di spese (ma che genera anche tante entrate, altroché) del Palazzo delle Esposizioni: 10 milioni di euro che l’amministrazione ha messo a bilancio, ma che, in realtà, avrebbe difficoltà a reperire fattivamente.
In una fantomatica lettera che il sindaco Gianni Alemanno avrebbe inviato a Emmanuele Emanuele, presidente (e finanziatore con 4 milioni su 10, mediante la “sua” Fondazione Roma) del Palaexpo, si garantirebbe – al fine di non perdere il grosso partner privato che aveva manifestato intenzione di svincolarsi – la privatizzazione del Palazzo entro l’anno.
Ora, fermo restando che non si può essere contrari a prescindere ad un museo privato (possiamo dire che anche il MoMA o il Guggenheim lo sono, no?), occorrerebbe chiarirsi su come questa privatizzazione sarà e dovrà essere. Se ci sarà la dovuta trasparenza. Se sarà approntato un bando di gara internazionale che permetta a tutti i grandi gestori quanto meno europei di partecipare (e di vincere). Se, al contrario, il vincitore è già designato a priori. Se i dipendenti e i professionisti saranno tutelati. Se l’ente pubblico che darà lo spazio in concessione (nella fattispecie il Comune di Roma, ma anche la Presidenza della Repubblica, proprietaria delle Scuderie del Quirinale sempre gestite dall’azienda Palaexpo) potrà mantenerne il controllo culturale o se, al contrario, il concessionario avrà carta bianca. Se l’assegnazione della gestione verrà affidata in base a titoli vaghi o se, invece, verrà richiesto al potenziale concessionario un dettaglio del programma culturale, dei curatori coinvolti, delle aziende fornitrici che verranno chiamate a collaborare e secondo quale modalità verranno chiamate.

Palazzo delle Esposizioni

Insomma varie questioni sul piatto rispetto alle quali la comunità artistica capitolina – finalmente vivace e vogliosa di partecipare in questi ultimi mesi – si sta interrogando. Con un grande interrogativo a incombere su tutti gli altri: qual è il vero ruolo che dovrebbe avere, in una città cruciale come la capitale d’Italia, una fondazione bancaria…?

  • Camilla

    Non è una risposta ma sicuramente un precedente, speriamo non esemplificativo.
    Fino a pochi mesi fa un eccellente esempio di “gestione” privata della cultura era il Fondo archivistico del Banco di Santo Spirito nel Palazzo seicentesco di Monte della Pietà a Roma, proprietà prima della Banca di Roma poi del gruppo Unicredit.
    Si tratta di un fondo molto importante che raccoglieva tutta la documentazione dei due banchi più importanti di Roma dal 1600 sino ad oggi, che ha consentito importanti scoperte su Bernini ad esempio, su affreschi e cantieri di ogni epoca.
    Un archivio sui generis, con personale qualificato, il cui materiale era stato appena restaurato e la sede ristrutturata…Un Eden.
    Pochi mesi fa, dopo appena due anni di apertura al pubblico, il fondo è stato smantellato, in parte acquistato da Emanuele Emanuele per la sua fondazione, in parte donato all’Archivio di Stato, che chiaramente ha risposto di non poter accogliere in Sant’Ivo un fondo così cospicuo per mancanza di personale e spazi.
    Che fine ha fatto il fondo? Non si sa.
    Da Unicredit nessuna risposta, nessuna spiegazione, neanche un preavviso. Tutto naturalmente fatto in silenzio. E Roma ha perso uno dei più importanti fondi archivistici, per cui venivano da tutta Europa. Si vocifera che la British Library sia interessata…chissà perchè all’estero la cultura non è un settore a perdere.
    Tirate voi le somme.