L’abito di Marilyn vale 5 volte un Van Dyck. Bizzarrie passeggere, o qualcosa ci sfugge?

Non vogliamo certo metterci a fare i moralisti, né tantomeno quelli che non capiscono le regole – o le non-regole – della contemporaneità. Anche nei flussi e nei trend mercantili. Però accade che un episodio resta un episodio, tre di fila fanno un caso, in grado forse di sollecitare una riflessione. Tutti avranno almeno superficialmente […]

Marilyn Monroe

Non vogliamo certo metterci a fare i moralisti, né tantomeno quelli che non capiscono le regole – o le non-regole – della contemporaneità. Anche nei flussi e nei trend mercantili. Però accade che un episodio resta un episodio, tre di fila fanno un caso, in grado forse di sollecitare una riflessione.
Tutti avranno almeno superficialmente seguito – la tv l’ha rilanciata per ogni dove – l’asta americana che ha visto l’abito indossato da Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza salire nelle quotazioni fino ad essere aggiudicato alla follia di 4.6 milioni di dollari. Nel giro di pochi giorni si è passati al giubbotto rosso di Michael Jackson in Thriller, battuto per 1.8 milioni di dollari, e poi alla fotina di Billy The Kid, volata fino a 2.3 milioni di dollari.
Niente da dire, il collezionismo arriva a toccare le schizofrenie più profonde: però la considerazione occorre sulle cifre. Capita che fra qualche giorno Sotheby’s Londra metta in vendita un’opera di un artista raffinato – quanto raro sul mercato – come Antoon Van Dyck, e che la stima più alta sia ferma sui 900mila euro. Certo non è una novità, che capolavori di arte antica siano sottostimati rispetto ad opere moderne o contemporanee: tutto in linea con le leggi della domanda/offerta, e tutti gli argomenti buoni per macro-economisti. Però non si può non notare la sublimazione che si avrebbe, se i tre casi di cui sopra divenissero scuola. Il feticcio che sostituisce l’opera, nei desideri dei collezionisti. O l’opera-feticcio – Hirst, Cattelan – che molla per strada le ultimissime sopravvivenze auratiche…

  • inizierei forse a valutare quante persone conoscano Van Dyck e quante Marilyn, questo solo in termini di mercato potenziale…poi mi chiederei quanti vestiti esistono come quello in oggetto e quanti ritratti fatti da Van Dyck, suonerà eretico, ma ritengo che quell’abito racconti molto più la storia dell’umanità del dipinto…

  • Cinicamente, ma Giampaolo ha ragione. Il prezzo, dal punto di vista economico, rappresenta il costo della scarsezza di un bene in un determinato momento. Ora l’abito di Marilyn COSTA più dell’opera di Van Dyck semplicemente perchè ci sono più persone che lo vogliono.
    Il problema rimane però il VALORE: recentemente è passato un Peter Breugel venduto a 400mila, cifre abbordabili per una banca come per tutti i miliardari cinesi/russi/indiani che spendono a palate. Eppure non se ne accorge nessuno. Tutti a guardare Koons & Co…

  • Caro Daniele credo che ci siano almemo altri due aspetti del “collezionismo”, in
    parte interdipendenti, da esaminare : il primo, il piú vistoso ed ovvio, è “la moda” (e chi la “crea”) che ha sempre bisogno di “nuove tendenze” (che in realtà poi puntualmente si ripetano ciclicamente) e che ha comunque bisogno, per imporre i suoi “voleri” di indicare “oggetti del desiderio” universalmente comprensibili e familiari (e quindi cose.come i’abito di Marilin ma non certo come un dipinto di Van Dyck o di Bruegel) . Il secondo, forse meno evidente ma credo anche piú importante del primo è il desiderio di “speculazione” che accomuna una larga fetta dei “collezionisti” agli “afficionados” della Borsa. Qui vige una regola tanto universal memte nota quanto costantemente disattesa (e forse proprio qui sta la nemesi dello speculatore) : “compra quandi scende, vendi quando sale” . Rimane il fatto che l’animo dello speculatore non è attratto dalle “blue cips” (i titoli solidii, non speculativi, con variazioni minime) come non è attratto dai lavori d’arte (antica o moderna) di indiscusso ( ma poco stimolante?) valore.
    Fatto chiaro che ci sono anche le debite eccezioni, a chi si chiede se ció sia male mi pare corretto rispondere che queste sono “prassi” o semplicemente “occorrenze” del collezionismo e della “speculazione” sull’arte e, come tali, non sono né un bene né un male. Ció che invece credo dia decisamente un male ed un grave errore è, come fanno, molti, troppi (e purtroppo anche tra i famosi “addetti ai lavori” ) far assurgere “il prezzo d’asta” a “valore” dell’opera d’arte o considerarlo di esso fondamento o peggio (leggi Politi) elemento essenziale dell’esistenza dell’opera d’arte.

  • hm
  • Cristiana Curti

    Bisogna distinguere fra valore quantificabile (economico) e valore mitico (antropologico) dell’oggetto di lusso. Perché ciò di cui si parla è oggetto che in pochi possono possedere (che sia anche una grafica di Rognoni, per intenderci) in quanto non necessario alla sopravvivenza e in quanto non seriale (e in ciò includo la grafica d’arte o i multipli in genere perché anch’essi possiedono un valore “cumulativo” dell’opera, ma li distinguo dall’oggetto seriale e “di moda” pur costoso come, ad esempio, un apparecchio teconologico di ultima generazione o un orologio di gran marca).

    Ciò che individua il valore mitico è la rarità (o la difficoltà del processo di esecuzione) dell’oggetto che conferisce al proprietario (o meglio su di lui trasmette) il proprio potenziale “mitico” (una categoria che non ha necessariamente relazione con il valore economico). Il proprietario acquisisce uno status che viene definito dall’oggetto di lusso così come da me indicato. Essendo il lusso una categoria che non appartiene al nostro attuale concetto corrispondente.

    E’ da questo procedimento di caratterizzazione sociale che si è venuto a definire in seguito (attraverso una serie di passaggi complessi che non è il caso di spiegare qui) il medium di quantificazione numerica del valore (il denaro) che però, almeno inzialmente, non aveva possibilità di acquisire il potere “mitico” dell’oggetto di lusso, in quanto questo non ancora misurabile e ancora del tutto investito di caratteristiche non passibili di transazione fra i singoli in termini squisitamente economico-commerciali.

    Tutto ciò si andava definendo nel nostro Mediterraneo orientale all’incirca nel VII secolo a.C., ma il vestito di Marylin ha a che fare con questo discorso proprio per ciò che hanno detto sia Giampaolo che Daniele. E dato che il “potenziale mitico” non ha in effetti alcun prezzo davvero individuabile (esattamente come l’orribile quadro di Putin venduto ad un’asta di beneficenza tempo fa in Russia, che raggiunse 870.000 euro partendo da un base di 50 centesimi) è giusto che il prezzo non abbia alcun senso (e quindi può essere anche agli occhi dei più eccessivo) per un oggetto unico che incarna l’immaginario di un’era nelle sue manifestazioni sociali, politiche e culturali.
    Questo però non significa che “quel” valore mitico durerà nel tempo. Scaduto il suo significato contingente (potrei dire “ancora caldo” e ciò valga anche per i souvenir dei divi del rock), passata la generazione – o le generazioni – che vi si riconoscerà in pieno, perderà quel preciso valore e manterrà solo l’aspetto della testimonianza oltre a una quantificazione economica a quel punto riferibile soltanto al valore documentale dell’oggetto. Ovvero ben poco o senz’altro assai poco rispetto all’enormità pagata per l’acquisto oggi. Diversamente potrà accadere se l’oggetto (vestito Marylin) venisse inserito in un contesto conservativo (“Museo del cinema”?) che ne sostanzi la qualità mitica, e non la faccia scadere nel cimelio. Ma mai più il vestito di Marylin avrà quel prezzo se il proprietario lo rivenderà fra venti anni, perché altri “miti” avranno sostituito quelli della generazione a cui l’acquirente appartiene ora.
    Di contro, un Van Dyck non potrà far altro che aumentare anche il suo valore economico (stante che il valore “mitico” sarà sempre identico e indifferente alle variazioni del mercato) in quanto la distanza temporale che si frapporrà fra la sua esecuzione e i successivi passaggi di mano e la rarità dovuta alla progressiva mancanza di Van Dyck acquisibili sul mercato (con la crescita di collezioni private divenute pubbliche o con le fondazioni o con i lasciti e dei musei in genere) premieranno anche economicamente il proprietario collezionista.
    Più interessante sarebbe capire (e forse i concetti espressi sopra possono venire in aiuto) perché con un Rothko si possono comprare 10-15 Van Dyck.

    Comunque, per Sereno, è vero che l’animo dello speculatore non è attratto da opere che hanno un mercato costante ma solido e in opportuna crescita (come in realtà è quello dell’arte antica e con minor incidenza quello dell’arte moderna), ma l’animo del collezionista (del possessore del valore “mitico”) non solo non ragiona in questi termini ma conferisce valore a ciò che ad altri potrebbe apparire poco importante perché il suo “progetto” include quello e quel solo oggetto d’arte (uno studio preparatorio, un’opera di bottega del grande artista di cui collaziona da anni anche documenti e cimeli…). Il valore di un’opera d’arte è, assai più spesso di quanto non si creda, commisurato al contesto che l’opera d’arte deve accogliere, al fatto che quell’opera renderà sempre più completa quella collezione. E per questo ulteriore motivo non è facilmente calcolabile (per fortuna) neanche dal mercante, che non a caso si basa sull’unico possibile parametro ufficiale dello scambio che è l’incanto, l’asta pubblica. E non c’è supervalutazione autonoma (imposta ad esempio da accordi gallerista-artista) che tenga se al momento del passaggio ufficiale di mano quell’opera, acquistata in galleria a maggio 2009 a 400, in asta di giugno 2011 otterrà una base di partenza che arriva a stento alla metà.

    Nel proporre questi argomenti ho di proposito evitato di inserire il valore artistico (ancorché individuabile e definibile) di un’opera d’arte che con questo genere di discorsi non ha ragione d’essere, se non incidentale e accessorio.

  • hm

    Più interessante sarebbe capire (e forse i concetti espressi sopra possono venire in aiuto) perché con un Rothko si possono comprare 10-15 Van Dyck ———————————————> http://www.theoccidentalobserver.net/authors/Darkmoon-ArtII.html

    – Bisogna distinguere fra valore quantificabile (economico) e valore mitico (antropologico) dell’oggetto di lusso. –

    non credo si possa distinguere tra valore economico e mitico di un’opera d’arte nel 2011, visto che il valore mitico è dato solo ed esclusivamente dal valore economico . non è un caso che hirst abbia tempestato un teschio di diamanti, proprio per dare un valore effettivo e tangibile a qualcosa che lui stesso è il primo a sapere che perderà tutto il valore (saatchi gli ha pure svenduto tutta la collezione), quindi ha trasformato l’opera d’arte in un vero e proprio oggetto di lusso per essere sicuro che avrebbe mantenuto inalterato il suo valore economico, triste pacchiano volgare e anche un po’ meschino direi .

    • Cristiana Curti

      Caro hm, perdonami se ora non riesco a leggere il link che consigli, lo farò più tardi e mi riservo considerazioni. Però alle tue giustissime note (l’operazione di plus-valore del teschio hirstiano compiuta dallo stesso artista è qualcosa che scardina ogni possibilità di comprensione di un canone assoluto di valutazione) devo farti notare che qui si parla di un vestito il cui valore sul mercato è equivalente a 4-5 Van Dyck. Non di due opere d’arte da comparare per l’incomprensibile divario fra due valutazioni (come fra un Rothko e un Van Dick).
      Voglio sperare che ancora il vestito di Marylin non sia considerato opera d’arte, ma qualcosa d’altro che coivolge il sentimento collettivo (vastissimo) di un’epoca.

      • hm

        un vestito è un’opera di design, e anche il design ha le sue valutazioni di mercato e i suoi collezionisti non vedo quale sia il problema . anche i libri i dischi e i fumetti hanno un valore economico che cresce nel tempo .
        il problema è che il 99% dei vestiti in circolazione (leopardati e non) sono merda secca scopiazzata e riproposta a oltranza . hussein chalayan anni fa ha fatto dei vestiti robotici che si piegavano/svestivano da soli, quelli dal mio punto di vista sono manufatti di qualità e alto valore, non certo il vestitino di marilyn che appunto è paragonabile a una chitarra di elvis presley, merda trash per gente trash . ma più spesso merda trash per gente furba che vuole solo specularci sopra .

  • ma che bella discussione!!! nessuno che insulta, tutti che motivano il proprio pensiero, che prendono spunto da quello degli altri…ahhhh….ci voleva proprio, mi ha cambiato in bello la giornata.

    E comunque tutti apprezzati e utili i commenti fin qui letti.

  • …bellissa precisazione Cristiana. Nel mo post ptecedente, il punto per me importante era la “chiusa” e per questo sono forse stato un po’ superficiale nell’usare il termine “collezionista” senza spiegazioni e distinguo. Tu, infatti, parliament del “Collezionista” quello con un’idea chiara Aed un senso della “mission” per la sua collezione (tipo altamente apprezzabile ma non, purtropo, maggioritario o esaustivo della specie) Io, invece, avevo in mente molto piú colui che, per motivi che possono essere molti, diversi ed a volte non nobilissimi (ostentazione, propria promozione sociale, banale imitazione di una moda, desiderio di arricchimento ed intento speculativio ecc) diventa collezionista (magari anche solo di pochi pezzi) e sol quale (le mode, le tendenze, i suggerimenti degli “specialisti” alla Bonami-Vanity Fair cintano molto, anzi moltissimo (non che sul primo non contino nulla perché, probabilmente, anch’esso ne fu succube agli inizi della sua collezione.
    E’ perfettente vero quanto dici dell’oggetto mito anche se, mentre gli oggetti-mito dell’antichità tendevano a “incorporare” (o meglio erano ritenuti incorporare) una “qualità” o un “potere”, quelli moderni sono piú legati al loro essere appartenuti “al mito” senza per altro “incorporarne” le “qualità” sorte di reliquie prive di carisma. Quanto alla loro “unicità” è ancora una volta legata all’essere appartenuti al mitico proprietario perché, di fatto, a volte si tratta di oggetti originariamente prodotti in serie tutt’altro che límitata

  • Caro hm, penso che tulo sappia benissimo, ma solo quale precisazione (perché in fondo c’è solo una differenza di sfumatura ) che mi permette un’ulteriore considerazioe, il concetto del teschio di Hirst è quello di rendere, il teschio appunto, simbolo universale di quel che piú l’umanitá teme e tenta di sfuggire, la morte, un “oggetto” di valore inestimabile che tutti desidererebbero possedere. E proprio qui stà la debolezza intrinseca di quel lavoro, perchè da un lato ci sono persone che la morte non la sfuggono e non temono di affrontarla e dall’altro ce ne sono (anche gli stessi ma molti altri ben piú numerosi) che quel tipo di “valore” non lo considerano tale in se ma al massimo strumentale ad altro, o che, in buona sostanza, della ricchezza se ne infischiano e non la perseguono come meta da raggiungere… e forse, entrambe le categorie sono tra le migliori dell’umanitá, quelle alle quali dovremmo guardare con maggior attenzione.

  • hm

    sì ok però io mi sorbisco i vostri commenti di 450 righe tutte le volte (e li leggo quasi sempre da cima a fondo maledicendovi) e voi manco aprite un link? boh
    il punto è che marilyn è un mito quasi solo negli usa, se vai in svezia o in ucraina ad esempio la considerano quasi tutti una puttanella qualsiasi .

    – il concetto del teschio di Hirst è quello di rendere, il teschio appunto, simbolo universale di quel che piú l’umanitá teme e tenta di sfuggire, la morte, un “oggetto” di valore inestimabile che tutti desidererebbero possedere. –

    il punto è che hirst non crede nella vita dopo la morte (o crede ad essa solo in quanto generatrice di altra morte, mi sembra evidente da tutto il resto della sua ‘poetica’) quindi addobbare la morte di gemme diventa una mossa pacchianissima, più insulsa che vendere le ciliegie al mercato, è il contrario di quello che facevano nell’antico egitto e altre civiltà parallele dove i sovrani si facevano seppellire con tutti i gioielli perchè volevano conservarli per il viaggio futuro .

  • Caro hm, scusami ma io seguo il colloquio sul cellulare e, prima aveva problemi a connetterai al link da te suggeriti. Ora l’ho visto… che cosa dirti? Il dig Lasha Darkmoon, pen nane di non da ben chi, mescola molte ovvietà e qualche (pochissime in vero) considerazione su cui si puó riflettere ad una visione forzata della storia, rappezzata al fine di “dimostrare” una vecchia tesi : la congiura universale ebraica. Conosco le tue idee e non voglio quindi commentare per non offenderle, ti posso solo dire che io, come molti, molti, molti altri la ritengo una colossale fandonia basata su minuscoli ed ininfluenti “sassolini” di verità e su pilastri e colonne di “falsità” e “odio razziale”. Che il mondo della cultura (dappertutto e particolarmente negli Stati Uniti dove una vera “persecuzione” antisemita non c’è mai stata e sono quindi diventati, al tempo triste del nazi-fascismo e anche prima con i pogroms in Russia, il rifugio ideale degli ebrei perseguitati) è un fatto storico derivante da semplici considerazioni : l’una, piú antica, l’ebreo era “il popolo del libro” e, come tale, a differenza di quanto accadeva tra i popoli dell’epoca, leggere (almeno) e scrivere era parte fondamentale ed irrinunciabile (almeno per i maschi che, adulti, dovevano essere in grado di leggere la Torah), il secondo, venuto con la persecuzione, romana dapprima, cristiana e musulmana poi, per un ebreo, sempre a rischio di dover “far fagotto” e spesso impedito ad esercitare “mestieri” ed attività quali l’agricoltura e l’allevamento (per motivi di proibizione a possedere terre) le professioni intellettuali (cosí come il commercio ed il cambiavalute) etano quelle piú ovvie e convenienti non implicando “attrezzature” e potendo esser “trasferite” ovunque senza perdere la possibilità fi edercitatle. Per quanto riguarda l’arte in particolare, poi, tu che sei un musi Ofili, dovresti sapere che fin dai tempi piú antichi (vedi ad esempio Re Davide, poeta, cantore, musicista e ballerino) sono sempre state apprezzata e tenute in gran pregio dal popolo ebraico ed insegnate e diffuse tra il popolo anche minuto (non altrettanto da altre popolazioni antiche) c’è da meravigliarsi se molti “artisti” siano di origine ebraica?

    • hm

      nono quale congiura universale e quali mie idee, l’articolo non parla di quello è molto specifico a riguardo e presenta altri temi, scusa ma direi che ti sei allargato a sproposito . nemmeno io voglio commentare ciò che hai scritto . a parte il fatto che non capisco di quali ovvietà parli né di quali siano le considerazioni su cui si può riflettere perchè non le citi, ti sei solo lanciato in uno sproloquio entusiasta al popolo ebraico quantomeno fuoritema con quanto riportato nell’articolo .

      • hm

        il punto centrale dell’articolo (su cui si agganciano tutti gli altri temi) in ogni caso era questo : – “For many generations, Jews never entered churches and hardly ever saw paintings. They were conditioned to reject image as part of their rejection of idols.” In short, the Jews were visually handicapped. Trained in Talmudic dialectics, they were marvelous with words. They had a verbal IQ of 130. Their IQ for patterns and pictures, however, was dismally low: only 75.

        The Jews of course don’t wish to acknowledge this. To suggest that they tend to make lousy artists is anti-Semitic. If Jews didn’t make more of a splash as artists in past ages, it is argued, it was because they were “held back” by their Christian oppressors. Unfortunately for the Jews, the great Berenson will have none of this argument. “The Jews have displayed little talent for the visual,” he states tersely, “and almost none for the figure arts.” –

        capisco sia più semplice far leva sulla congiura giudeuniversale e l’antisemitismo, d’altra parte con la lobotomizzazione continua operata dai media è la via più semplice, affrontare certi temi implica ingiusta accusa di antisemitismo diretta senza appello . a proposito lo sapevate che cattelan è ebreo?

        • ip

          cmq sarà che non sono in forma stasera ma mi sono persa un passaggio mi sa..

  • Davide W. Pairone

    in quel link non trovo altro che baggianate e banali ovvietà, anzi sarebbe da coniare un neologismo apposito: baggianalità

    al di là delle battute cosa ci sarebbe di così sconvolgente nell’ammettere che l’arte è, da sempre, creata nelle e per le élites?

    tornando in topic, se le nostre élites sono oggi pronte a valutare e valorizzare un fenomeno di costume piuttosto che il frutto di un’elaborazione spirituale non ci resta che prenderne atto o, se non ci sta bene, remare in senso contrario

    • hm

      eh beh per fortuna è arrivato pairone a deliziarci con le sue analità baggiane, talmente profondo da riuscire a coniare una frase inutile come questa :

      ‘se le nostre élites sono oggi pronte a valutare e valorizzare un fenomeno di costume piuttosto che il frutto di un’elaborazione spirituale non ci resta che prenderne atto o, se non ci sta bene, remare in senso contrario’

      un po’ come scrivere una frase del tipo ‘oggi seren non è domani seren sarà se non sarà seren si rasserenerà’
      bella pairone continua così . i tuoi interventi sono sempre una cifra illuminanti .

      • Davide W. Pairone

        vedi, caro il mio saccentello, talvolta per dirimere questioni complesse non c’è bisogno di ripescare oscuri psicologi di Long Beach (…) e le loro osservazioni sul QI degli ebrei. Talvolta occorre invece utilizzare chiarezza e distinzione cartesiane, scomporre i problemi negli elementi più semplici e porre dei punti da cui far ripartire il dibattito. In questo caso anche gli altri interlocutori, fra cui il simpatico hm, hanno dovuto puntualizzare la differenza fra costume ed arte. E’ questo il primo punto. Dopodiché posso rispondere anche a Cristiana Curti ponendo un’altra distinzione: quella fra i memorabilia (propri del collezionismo legato alla cultura di massa) e i mirabilia che, insieme a naturalia e artificialia, costituiscono l’embrione del collezionismo colto, nobiliare e successivamente altoborghese. Ecco, in questo senso direi di no, non c’è niente di nuovo nella valorizzazione di oggetti popolari. In effetti i regnanti medievali inseguivano le reliquie dei santi tanto quanto avrebbe potuto farlo un oste se ne avesse avuto la possibilità. Permettimi però di considerare QUALITATIVAMENTE differente il collezionismo cinquecentesco delle wunderkammern, espressione di uno spirito estetico e prescientifico del tutto diverso nonché coevo e affine alla nascita dell’arte così come oggi la conosciamo (distinta dall’artigianato). Peraltro il campo semantico di “scienza” nasce parallelamente a quello di “arte”. Per questo dico che non si dovrebbe far scivolare con compiacenza il gusto delle élites nel folkloristico, nel popolare, nel “costume” perché, con coscienza storica, potremmo agevolmente vederlo come segno di decadenza e di immobilità della cultura.

        • ip

          hm non è un saccentello!
          è che si allarga verso mete ” imprevedibili”

        • hm

          – Talvolta occorre invece utilizzare chiarezza e distinzione cartesiane, scomporre i problemi negli elementi più semplici e porre dei punti da cui far ripartire il dibattito. –

          hai ragione, un vero peccato che tu non sia ancora riuscito a farlo se non ribadendo concetti già espressi . gli unici memorabilia validi e degni di nota per quanto mi riguarda sono questi ———> http://www.youtube.com/watch?v=hC0WNQsnkxo&feature=related

        • Cristiana Curti

          Tu hai ragione, Davide, ma in questo contesto, mi sembra, l’accento è posto più sul quantum che sull’oggetto acquistato. Ovvero, si pone la questione: come sia possibile che un vestito (dal valore “reale” fra qualità della stoffa e manifattura – poniamo – di 400$) possa essere acquistato a 4.6mil.$.
          Nessuno ha ancora messo in dubbio che il “collezionista” fan della Monroe abbia commesso un errore di valutazione poiché tutti (in un modo o nell’altro) abbiamo dato per scontato che “quell” ‘abito avesse di per sé un plus-valore per il fatto di essere stato indossato da un’icona degli anni ’50 del film americano.
          Invece a me interessa il motivo per cui un oggetto dotato di un valore in sé (mitico, iconico, artistico, culturale, come credi tu) possa arrivare a un prezzo così esorbitante e francamente fuori da ogni possibile stima e valutazione (pre-asta o per meglio dire pre-mercato o addirittura – come sarebbe meglio dire – antimercato). Ossia per quale motivo sfugga da ogni possibilità umana di comprenderne il valore assoluto, il quale NON è dato dal consueto parametro richiesta/offerta perché il risultato della transazione rappresenta un’eccezione e un unicum, da cui il parametro non si fa regolare e per il quale non costituisce un valore di riferimento (non tuti i vestiti di Marylin Monroe ora varranno milioni di dollari, né tutti i bronzi di Giacometti – pur avendo avuto una poderosa impennata generale nelle quotazioni – raggiungono il valore di 65mil$).
          Il Giacometti da 65mil$ ha forse “scandalizzato” di meno poiché è considerato un’opera d’arte (per cui più “nobile” di un vestito di Marylin Monroe) ma non si è compreso che il meccanismo del possesso che ha fatto lievitare il valore economico di un oggetto di scambio è arrivato alla incredibile soglia di 455mil$ (nella sua valutazione complessiva), soglia che davvero esula da ogni commento al punto di far(mi) dire che in un caso simile non siamo più di fronte a un’opera d’arte ma a qualcosa d’altro.
          E’ il meccanismo che regola la transizione verso questo qualcosa d’altro che mi interessa, perché a me interessa principalmente il meccanismo dello scambio fra gli uomini e le civiltà, e perché – fondamentalmente – è l’ambito di analisi che, nei suoi picchi di eccentricità, sono meno portata a comprendere.
          Forse ciò è dovuto a un moralismo che inevitabilmente riveste questi argomenti, ma mentre dell’abito di Marylin Monroe non ho alcun interesse, circa la statua di Giacometti il suo valore “gonfiato” da quell’exploit comporta una serie di problemi che implicano certamente la minore circolazione dell’opera (chi ha la possibilità di affrontare ora una mostra monografica su Giacometti con simili spese assicurative e di conservazione in base al valore delle singole opere d’arte da richiedere in prestito?).
          Le ripercussioni di un mercato dell’arte che predilige i top lot e, soprattutto nei momenti di crisi, ne produce in gran quantità non mi colpisce per il presunto imbastardimento dell’opera che soggiace alle regole della speculazione (come sotto traccia ogni discorso forse a ciò conduce), ma per ciò che questa rincorsa al “sempre di più” esprime, non solo il possesso da parte di un’élite (che do naturalmente per scontato), ma la possibilità che alcune opere (anche quelle non in mano privata ma che – custodite in musei pubblci – acquistano più valore economico per opera dell’innalzamento casuale o voluto del loro parametro) non riescano più a essere prestate, a circolare, a essere “viste” dal pubblico.
          Tant’è che le file si fanno anche per vedere una brutta mostra di Dalì come quella presentata a Milano il passato inverno, temo solo perché l’artista è conosciuto come “uno che vale” anche economicamente e non solo artisticamente.
          In questo il denaro abbinato al valore economico da conferire all’opera d’arte corrompe: nella possibilità non troppo lontana che, per forza di cose, non potremo più avere mostre importanti di grandi artisti come Dalì o del Novecento americano ad esempio (quale museo italiano potrebbe sobbarcarsi le spese immani per organizzare una rassegna sull’Espressionismo astratto?).
          La deriva è questa, per me, non tanto quella che cerca di distinguere ciò che mi sembra già di per sé distinto: la propensione a creare un valore economico per un oggetto di relativo interesse culturale (l’abito di Marylin Monroe) e quella che tende a mantenere alto lo scambio dell’opera d’arte, fondamento della circolazione del pensiero e delle culture.

          • LorenzoMarras

            Cristiana cara, quell’abito , nella sua realta’ ha smesso la sua essenza per cui era stato creato, ha subito quello che possiamo definire un processo di “ESTRANEAZIONE” , ovvero quel processo che spezza ogni possibile legame di trasmissione destinale. Guarda è cio’ che è anche accaduto (anche se non lo si vuole apertamente ammettere) con L’arte visiva che ha tagliato definitivamente i ponti con la tradizione , intesa appunto nella sua capacita’ di trasmettere cultura alle generazioni a venire.

            Quello che secondo me, induce all’errore è che si confonde il concetto di VALORE con quello di prezzo. Il primo , nasce e trova il cuo compito in un ambito eminentemente esistenziale ; il secondo esprime solamente una RELAZIONE di scambio che ha la sua genesi nel sociale, nel rapporto tra individui , in un ambito , ovvero, strettamente di pura strumentalita’.

            Cio’ che interessa di quell’abito non è l’in se, ma ,spogliato dalla sua originaria destinalita’ , la sua capacita’ di trasferire e mantere DENARO (ovvero rapporti di potere). Nel mondo ci sono ENORMI quantita’ di denaro che non trovano adeguata allocazione e giocoforza DEVE essere CONVERITA in merci (adeguatamente profilate e riconosciute) che possano mantenere e la propria condizione di DENARO e la loro attitudine a richiamarne ALTRO e cosi via, sempre, benitenso nello SCAMBIO.

  • Scuds Davide ma io non credo che “le mostre élites siamo oggi… ” in realtà chi colleziona “memorabilia” difficilmente corrisponde a chi colleziona arte, salvo per quella “specie” di collezionisti cui accennavo commentando Cristiana, specie che, se rientra in una élite è certamente (solo?) in quella dei “ricchi che non sanno come buttare i loro denari”.

    • hm

      sì ma infatti era chiaro come il sole che il vestito di marilyn monroe non rientrava nella categoria arte .

  • Cristiana Curti

    Personalmente credo che non ci sia nulla di nuovo a valorizzare (conferire maggior valore di quello a cui l’oggetto corrisponde in realtà) un manufatto che assume in sé un fenomeno di costume (che è pur sempre cultura “popolare”). Da tempo immemore è così e l’atto della valorizzazione è in capo ai pochi che possono permetterselo, naturalmente. Scambiare valuta con oggetti dal valore “virtuale” (attraverso i quali accedere a un poco di quella particolare aura che circonfuse chi possedeva/indossava/usava l’oggetto) è fatto che annovera anche la simonìa, ha una semplice spiegazione di carattere antropologico e quindi non avrebbe alcun senso remare contro a ciò che non sposta di un centimetro il senso comune delle cose.
    Non è perché l’abito bianco di “Quando la moglie è in vacanza” ora vale 4,6 mil.$ che tutte le signore che negli anni ’50 acquistarono il medesimo vestito o se ne fecero fare uno simile oggi possiedono un capo d’abbigliamento che vale come un manoir del Périgord…
    Ma è altrettanto vero che il Giacometti (L’Homme qui marche) battuto in asta all’inizio del 2010 per 65mil.$ essendo in edizione di 6 esemplari +1 prova d’artista ora ha un valore di 455mil.$ (perché così dovrebbe essere considerato il valore complessivo della fusione, considerata come unica sino alla tiratura di 8 esemplari). E i proprietari (compresi i Musei che ne annoverano 4 delle 7 esistenti) delle altre fusioni dal febbraio 2010 possiedono un’opera che il mese prima era stimata intorno ai 10-12 mil.$ e dopo quell’asta 6 volte tanto. Questo è ciò che deve essere analizzato senza entrare nel merito dell’artisticità dell’opera o del valore quantificabile dell’artisticità dell’opera. Perché, in effetti, in questi fatti non ha alcun senso parlare d’arte di qualità e di valori di mercato.
    Va da sé che ogni operazione siffatta che investa un oggetto di classica pertinenza con il mercato del “lusso” (ossia dell’eccedenza) o con quello, più aleatorio perché meno indirizzabile, del “cimelio mistico” è effettuata da chi può permetterselo e può permettersi di pilotare il valore – da oggi – anche dei cimeli di Marylin Monroe. Se proprio dev’essere così.
    Ma io non mi sono mai scandalizzata per i cartellini dei prezzi attaccati ai quadri, perché l’arte vera si può trovare ovunque senza sparare alto, mentre il collezionista vero no.

  • Cristiana Curti

    E, parlando di valori assoluti e relativi, o meglio virtuali e reali, mi permetto un’ultima nota lasciata nella penna. Se il concetto della supervalutazione soggettiva deve essere allargato a ogni “cosa che possiede in sé valore” numerabile, si deve forse ammettere che, allora, la vita di una persona rapita vale(mediamente) quanto mezzo, o al più uno, abito di Marylin Monroe reso famoso da una scena cult? Questo per le nazioni ricche d’Occidente: per le genti della fascia sub-shariana o del Suriname potrebbe valere quanto un De Pisis di media importanza…
    E’ più che evidente che l’analogia non convince e il sillogismo non può quadrare…

  • LorenzoMarras

    E’ veramente interessante la digressione circa il presunto coinvolgimento di un non meglio imprecisato “spirito” Ebraico nella evoluzione di fantomatiche forze oscure , sospettate di essere responsabili (forse come Regia) di una deriva nichilistica nell’intera Umanita’ inchiodata esclusivamente al suo “corpo”. Il tema è avvicente , sopratutto per la sua gravida presenza di ambiguita’. Leggendo il testo scritto da uno Studioso della Torah , vissuto nel secolo scorso, se non ricordo male di Kaunas, mi aveva colpito sempre una frase : il compimento della Torah avverra’ solo attraverso la sua Trasgressione. C è sempre qualcosa , in questo popolo, che è inscritto nel suo destino di essere eternamente benedetto e maledetto nello stesso istante; è il segno di una elezione divina e dentro noi, in modo piu’ o meno avvertito, non riusciamo a comprenderlo e lo rifiutiamo , in forme sorprendentemente diverse.

    • hm

      l’elezione divina è solo quello che ti hanno fatto abilmente credere per 2000 anni . ora c’è la tv l’informazione drogata e la connessione perpetua, la chiesa (importazione sionista a roma da cui è derivato il cambio di calendario) ha perso definitivamente il ruolo di controllo sociale che aveva nei secoli precedenti .

      • Hm , paradossalmente, avrei voluto credere a tante cose. Purtroppo il maledetto scetticismo (sarà forse il mio personale peccato originale?) Mi ha negato tanti piccoli piaceri.
        Non dare per scontato che una elezione divina significhi privilegio.
        Ci sono in essa dei pesi così insopportabili.

        • hm

          è automatico che chi comanda si autoelegga rappresentante del divino, è così da sempre in forme più o meno esplicite e i giudei non hanno portato nulla di nuovo in questo sistema di valori . la roba più triste secondo me è che i giudei non potevano rappresentare dio secondo la loro assurda e triste legge dettata dal loro dio vendicativo e di conseguenza si ritrovavano a pregare in stanze vuote bianche spoglie opprimenti fredde noiose prive di estro e very minimal (non è un caso che la minimal sia onnipresente in ogni campo della cultura contemporanea, mercificata e intrisa di insopportabile aura cool e modaiola, come fosse una novità lol) . cristo è servito in quanto esponente di ribellione perfetto e icona di amore/odio legata al sacrificio umano che porta al divino (concetto molto giudaico ma anche maya volendo) nella fase storica in cui i giudei erano sottomessi ai romani . successivamente è stato esportato porta a porta in tutta roma, testimoni di geova style ma soprattutto con atti violenti sovversivi (vedi incendo di roma attribuito falsamente a nerone), ed ha sostituito progressivamente il sistema di valori religioso iconografico pagano greco/romano, fino all’editto di costantino (313) basilare per il progressivo consolidamento del potere temporale della chiesa .

          • Cristiana Curti

            Semplificando: Jerusalem è alla base dell’arte flat concettuale mentre Roma (papato) del barocchismo di cui si pasce oggi anche il cosiddetto lowbrow e affini? Però…

  • esatto però secondo me il lowbrow (almeno americano) è più legato a un’estetica kitsch come quella di la chapelle per esempio

    mi hanno bannato dal post N.1 non ho capito perchè cmq posto qui l’ultimo commento :
    il negretto dietro al grilletto me lo ero dimenticato, in effetti è una scena fondamentale di full metal jacket, ormai è evidente che artribune stia diventando sempre più un gioco di società come l’allegro chirurgo (bello no?)
    sul tema N.1 ci vedo bene
    anche questo—->www.youtube.com/watch?v=gZd6WR9HBLM
    mentre per quanto riguarda il resto dei commenti acetosi sparsi in precedenza il volontariato è fondamentale in situazioni di emergenza, di mancanza di fondi nonchè SEMPRE per pisciare in faccia agli sprechi e portare avanti qualcosa in cui si crede, detto questo è vero non mi abbonerò ad artribune, ho già abbastanza rate da pagare e penso che il volontariato che faccio su questo blog sia sufficiente a farmi recapitare la rivista a casa gratis per 10 vite . tonelli & giacomelli collezionano i tarzanelli .

  • LOS

    Certo Cristiana: una semplificazione di qualche secolo e di qualche tomo di filosofia………

  • hm sclonato

    esatto, però il lowbrow (almeno americano) è più legato a un’estetica kitsch come quella di la chapelle ad esempio

    • Cristiana Curti

      Di quello parlavo. Perché? Ce n’è un altro?
      (non è difficile semplificare “à la” bonam-beatriceggiante, mi sa che dovrò provarci anch’io, prima o poi. Va a finire che i tomi che mi sono sorbita li potevo buttare in canale. Vedi, LOS, alle volte, il caso…)

  • scusate ma alla fine uno con i propri soldi non può fare quello che vuole, per cui se piace una cosa proverà a comprarla, se poi ci sarà più gente che la vuole il prezzo salirà e alla fine chi più spende avrà l’agognato oggetto …

    poi che sia un quadro o un vestito cosa cambia sempre prodotti più o meno idealizzati in un contesto, cosa vuol dire conoscere Antoon Van Dyck?

    ci sono milioni di persone che non sanno nemmeno cos’è il concetto di quadro figuriamoci un nome di uno morto tanti anni fa…

    l’arte non è più un reale valore culturale, oggi cosa sostiene questo sistema è proprio il suo aspetto economico, senza il quale sarebbe un piacevole passatempo come la pallamano …

    la cultura non è più questa cosa che tutti citano, la cultura oramai è stata trasformato in un aspetto di consumo di cui l’arte non è null’altro che una piccola nicchia spesso troppo autoreferenziale

  • Pingback: La rivincita dell’arte antica. 70 milioni di dollari, record in Germania per una Madonna di Hans Holbein : Artribune()