Lavanderia Italia, ci mancano solo le grucce. Ci siamo intrufolati nel padiglione di Sgarbi in allestimento, ecco cosa abbiamo visto…

Lavanderia meccanizzata? No, Padiglione Italia. Mettetevi comodi, perché Artribune vi porta nel posto in cui forse la maggior parte di voi vorrebbe mettere il naso per curiosare: gli spazi nei quali si va allestendo L’arte non è cosa nostra, dibattutissima presenza italiana alla Biennale di Venezia. Sì, siamo infatti riusciti ad intrufolarci – e ci […]

Lavanderia meccanizzata? No, Padiglione Italia. Mettetevi comodi, perché Artribune vi porta nel posto in cui forse la maggior parte di voi vorrebbe mettere il naso per curiosare: gli spazi nei quali si va allestendo L’arte non è cosa nostra, dibattutissima presenza italiana alla Biennale di Venezia.
Sì, siamo infatti riusciti ad intrufolarci – e ci scuserete per la qualità delle foto, molto “clandestine” – all’Arsenale per un’esclusivissima anteprima: e fra strutture, imballaggi, cavi d’illuminazione, pallets vari, l’allestimento che pare sarà firmato dall’architetta italo-spagnola Benedetta Miralles Tagliabue si va definendo con un look garantito da quelle ricorrenti strutture bianche, necessarie per consentire di esporre le tante opere in spazi che evidentemente ne avrebbero potute accogliere forse un decimo.
Che ve ne pare? Chi riconoscete, fra le opere che si riescono a scorgere?

CONDIVIDI
Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.
  • Mi viene in mente il progetto di Arienti e Bartolini al Museion, dove i due presentarono tutta la collezione:

    http://vernissage.tv/blog/2010/11/05/23-stefano-arienti-massimo-bartolini-the-museion-collection-part-22/

    Se in questo progetto di Sgarbi ci fosse stata consapevolezza, sarebbe stato ottimo. Perchè esprime la fine dell’arte con l’A maiuscola e l’avanzata delle moltitudini creative. Questo in un contesto dove non esiste un critica d’arte che possa spiegare, argomentando, perchè queste opere debbano essere peggio di altre. Anche fuori da questo padiglione/calderone, tende a dominare il relativismo del “tutto può andare”, mentre l’arte assume connotati accessori. Significativo come Sgarbi abbia trattato gli artisti, come fossero polli in batteria; per 4 che rifiutano ce ne sono 1000 pronti ad accettare a qualsiasi condizione.

    Questo padiglione ricorda anche la sala-ufficio di Mariano Pickler a Milano, dove le opere dei giovani artisti vengono accostate fino a compenetrarsi. In quel caso si trattava del vero padiglione italia 2009 (One Calder, Milano 2009), che sembrava essere eco a questo progetto di sgarbi:

    http://whitehouse.splinder.com/post/21590517/_

    • skl

      speriamo che presto la gente si renda conto che bartolini e arienti valgono come sgarbi.

    • ettore favini

      luca rossi allora meglio sgarbi o l’IKEA evoluta? ahahahahaha

    • svelarte

      Il simbolismo che Lucarossi riconosce al padiglione sgarbiano è interessante, e se appropriato è un valore che il padiglione possiede, per così dire, “in sè”. Non si comprende, dunque, questo sempre eccessivo interesse verso l’intentio auctoris; come se il linguaggio in ambito artistico potesse essere appiattito sulla monosemia autoriale senza per questo perdere specificità (artistica, appunto) riducendosi funzionalmente a linguaggio “quotidiano”.
      Nel domandarci “che significato ha?” in riferimento a un segno o a una proposizione o insieme di proposizioni possiamo: tanto 1) interessarci a quello che l’emittente ha inscritto nel proprio messaggio (=monosemia), quanto 2) interessarci al potenziale semantico che il significante ha in sè nell’ambito della specifica cultura che lo coltiva (=polisemia). Quotidianamente – ossia in contesti non artistici – la necessità di “comprensione” (in senso etimologico) dei parlanti richiede di concentrarci sul primo modello esegetico; in ambito artistico, invece, il modo d’uso del segno (che, ricordiamolo, può essere lo stesso segno che ritroviamo nel linguaggio quotidiano! ready-made e compagniabella docet; come esempio esplicativo vedesi l’incipit di “A Cesena” di Marino Moretti) deve necessariamente mutare (dato che ne muta lo statuto ontologico), e ciò accade mediante impiego del secondo modello esegetico: i significati non si impongono più, ma si svelano collettivamente.
      “Estetica relazionale”, “coefficiente d’arte” duchampiano, “E’ il pubblico che si espone all’arte e non viceversa” (De Dominicis) ecc. non esprimo una visione ontologica parziale dell’oggetto “arte”, bensì il senso dell’arte contemporanea tout court.

      Pare strano, peraltro, che colui il quale ha scelto mediante un “Luca Rossi” qualunque di ridurre la tantaparteautoriale che di solito si impone nell’universo arte, riduca il proprio approccio critico alle intenzioni autoriali.

      PS: forse che il surrealismo di Bunuel ha scarso valore per il semplice fatto che a domanda “che cosa significano le tue opere?” egli rispondeva “non ne ho idea”?

  • Franca

    io li i lavorare in pace, poi dopo l’inaugurazione si potrà giudicare.
    Lavanderia o no, nessuno ha il diritto di entrare mentre si sta allestendo, non c’è cosa più fastidiosa. Poi figuriamoci in Biennale.

    Lasciateli lavorare e risparmiatevi la fatica!!!

  • Franca

    io li lascerei lavorare in pace, poi dopo l’inaugurazione si potrà giudicare.
    Mi sembra sia stato detto fin troppo.
    Lavanderia o no, nessuno ha il diritto di entrare mentre si sta allestendo, non c’è cosa più fastidiosa. Poi figuriamoci in Biennale.

    Lasciateli lavorare e risparmiatevi la fatica!!!

  • Nicola

    E’ una roba di una gravità assoluta. L’Italia così perde definitivamente la faccia. neppure a telemarket sgarbi avrebbe accettato allestimienti simili

  • sono pienamente d’accordo con luca rossi; questo progetto avrebbe potuto essere ( e se ripreso con intelligenza e con’organizzazione che necessita, cioé a pertire da fine giugno/luglio 2011 potrá ancora essere) un ottimo progetto e sono anche, in parte d’accordo con Franca, nel senso, lasciamoli lavorare ed aspettiamo ad emettre giudizi quando inaugureranno, ció non toglie peró che una bella sbirciata sia piú che interessante (io adoro il backstage pre-inaugurazione) fisse stato un video anvhe se preso col cellulare, ancora meglio : e allora bravi 007 !!

  • Povera Italia

    ONORE ALLA MEDIOCRITA’

    Ma chi sono tutti questi maestri invitati in Biennale a Venezia?
    “Carneade chi era costui…??….Pressochè nessuno li ha mai sentiti nominare tranne un 10% circa di essi…
    Il padiglione italia della Biennale di Venezia appare effettivamente composto da un buon 90% di pittori della domenica, una autentica masnada di crostaroli, pupazzettari e dilettanti allo sbaraglio con quadretti bucolici ed agresti, croste in prima seconda e terza fila con conseguenti ingorghi agli incroci delle pareti.
    Mandando così all’ammasso un esercito di “maestri da strapazzo”, viene così depauperata un’istituzione come la Biennale di Venezia, alla quale gli artisti in passato potevano accedere in base all’importanza ed alla qualità della loro carriera, mentre oggi sembra che la condizione base per essere invitati e quindi partecipare alla mostra, oltre che a essere sconosciuti sia la “manifesta mediocrità”. Di fronte a questo esempio saranno indubbiamente da rivalutare le rassegne espositive romane dei “100 pittori di via Margutta”, i quali meritano altrettanto di essere considerati nell’empireo dell’arte contemporanea; anzi le loro qualità individuali superano spesso e volentieri di gran lunga quelle degli sconosciuti maestri della biennale veneziana.
    Auguri quindi a tutti i pellegrini che si apprestano ad accalcarsi a Venezia visitando la rassegna in onore della mediocrità…

    • I linguaggi dell’arte contemporanea nel panorama attuale sono molteplici, cosi come sono tanti gli artisti presentati da Sgarbi ha sbagliato doveva fare una selezione molto ristretta, la sua presuntuosità e la non conoscenza approfondita degli artisti definiti con la A maiuscola che poi non si sentono tali ma lavorano con serietà e qualsiasi persona professionalmente in qualsiasi settore lavorativo chiede tutte garanzie.
      Mi dispiace ciò che si sta verificando ne usciamo tutti sconfitti prima la Biennale di Venezia come Istituzione, poi gli artisti presenti e insorti.
      Le persone che andranno a visitare il Padiglione Italia sicuramente ne usciranno con una confusione e una non chiarezza dell’arte in Italia.
      Questo è il vero dramma.

    • nicola

      sulla qualità non mi inoltrerei in facili giudizi. Siamo abituati al fatto che in Biennale non siano tutti dei grandi artisti. Secondo me il fatto che molti non siano nomi noti è una cosa positiva. Così forse si capirà che la differenza tra molti nomi noti e la massa immensa di tanti crostaioli sta solamente nel fatto di essere appunto solamente un NOME noto; e nulla più

    • COLPEVOLI E DIMENTICATI
      (riflessioni leggere sulla prossima Biennale da uno degli eletti, modesto monachello di bellezza che ha sicuramente usurpato il posto a spese di uno straordinario circense)

      Le Biennali, si sa, scatenano invariabilmente velenose polemiche al loro solo annunciarsi. E’ questo il loro bello! Danno motivo a tutti gli scontenti e gli esclusi, a tutti i frustrati e i pretenziosi, a tutti i sapientoni, gli intelligentoni, gli aggiornati, a tutti quelli che sanno, senza fallo, cosa gli artisti devono o non devono fare oggi, cosa va e cosa no, cosa deve essere esposto alle Biennali stesse e cosa no, a tutti quelli che decidono la linea, a tutti , insomma, i variopinti sfrucuglioni che vivono come muffe negli angoli fatiscenti del sistema dell’arte, di dire la loro, con l’esito invariato, da tanto tanto tempo, di una grande, patetica e oserei dire ridicola confusione. A questa grottesca abitudine non si potrà sottrarre neppure questa! Naturalmente! Anzi!….il Prof. Sgarbi, gran cerimoniere di straordinarie provocazioni, questa volta l’ha fatta davvero grossa! Ha tolto l’osso dalla bocca del cane che se lo rosicchiava pazientemente da anni nel suo angolo caldo e privilegiato, per distribuirlo in giro alle più belle teste del belpaese. E questo ha fatto arrabbiare il gran cane che, vistosi sottratto l’oggetto del suo inguaribile interesse, va in giro abbaiando che questa Biennale sarà fatta solo di cani piccoli e bastardi. Che meraviglia! Come se, nelle precedenti edizioni (escludendo solo il capolavoro di Jean Clair, che ha pagato la più bella Biennale del dopoguerra con la messa al bando!) ci fossero stati solo gran cani di razza e pelo ben governato e non, quasi sempre, fatte le debite eccezioni, la solita canea circense travestita con cappottini dai fragorosi colori. Insomma confutare la tesi che sarà sicuramente una mostra minore, fatta di artisti di basso lignaggio, è sfida che qualsiasi intelligenza, anche mediocre come la mia, non accetterebbe mai, tanto sarebbe facile e banale, quasi degradante, direi. Basterebbe una sola, innocente domanda: perchè alcune tra le migliori menti del paese (fra le quali ci sono eccellenze conclamate universalmente) dovrebbero scegliere meno bene della solita stolida cerchia di criticozzi prezzolati e servi del sistema? O non è che il Prof. Sgarbi ha ribaltato la frittata del potere così tanto da farla vedere finalmente dall’altra parte? E che, fra i tanti, bravi o meno, non venga a galla qualche eccellenza nascosta e luminosa che il sopraddetto sistema aveva tutto l’interesse a tenere nascosta per illuminare sempre, di luce falsa e interessata, le stesse miserie vendute per arte da almeno trent’anni? O che nella cuccia del cane, di cui sopra, s’ è aperta una falla e da lì, orrore orrore!, può entrare un pochetto del paese reale? Se un grande architetto o un grande filosofo amano un’espressione artistica vale essa meno di tutta la paccottiglia di regime che da anni ci viene propinata come l’unica adatta al nostro tempo e degna di essere vista ed acquistata? Anche il più meschino degli insetti che striscia negli anfratti del sistema, avendo un minimo di onestà intellettuale, cosa non affatto scontata, sa che questo non è mai stato vero. Allora: allegri ragazzi! Questa scandalosa Biennale reale, come annunciano i profeti di sventura, cadrà nell’oblio con tutta la sua irredimibile colpa. E se persino un onesto facitore di bellezza come me, che ha sacrificato tutta la sua inutile vita, per fare un colore ineffabile, mantenendosi con cura estrema in una perenne perfetta inattualità, può portare la sua ossessione in una Biennale, sottraendo -aimè!- un posto prezioso all’ultimo facitore di trovate circensi, vuol proprio dire che siamo alla frutta, che non c’è più religione! E non siano tristi i risentiti: tutto passerà presto e di noi, povere vittime di questo tristissimo evento, nessuno porterà memoria alcuna. Naturalmente inutile ricordare che questo veniva detto con lo stesso disprezzo dei primi Salon degli impressionisti e che, a tutt’oggi, il mondo tutto conosce e venera gli impressionisti, avendo sepolto senza ricordo i loro profeti di sventura! Ma, si sa, oggi di ben altro si tratta! Ma allora che lo si dica: tanto rumore per nulla , avrebbe detto un gran saggio del passato! Sono solo fazioni, guerre tra bande! Ma io, meschinello del pennello, non ho che un augurio per far crescere il mondo e farlo diventar più bello: andiamo tutti a vedere di che si tratta, con le cervella libere da catene di qualsivoglia natura, e, nel silenzio che l’anima dovrebbe sempre fare nel rispetto di chi fa onestamente la sua parte, guardare se c’è qualcosa di buono, una luce accesa proprio lì dove nessuno se la sarebbe mai aspettata. Anche solo per questo dovrebbe tacere ogni guerreggiare e levarsi un lieve gesto di gratitudine per chi crede ancora nello humor e nella bellezza.
      Con affetto il Vostro pittore di case.
      Enrico Lombardi

      • nicola

        mi sento moralmente vicino ad Enrico Lombardi.

    • mario

      La mediocrità tipica dell’Italia e’ esprimere giudizi senza aver speso tempo ad analizzare il problema.

  • MM

    a me invece sembrano i binari dell’ottovolante, mi piace.
    vedremo la biennale come una carrellata, cose belle e cose meno belle, ma sfrecceremo con il capogiro, e scenderemo dalla giostra con una visione articolata di quello che in italia gli artisti fanno.
    la maestria sarà in noi, nella nostra capacità di fermarci ad osservare le opere che ci colpiscono alla pancia, quelle che ci danno un brivido…i quadretti agresti li dimenticheremo in 5 secondi, dopo tutto sono innocui.

  • Perfettamente d’accordo con Nino Abbate, non aggiungo altro sul tema, analisi lucidissima e centrata.
    Invece a Lucarossi, che insiste nel dire che non ci sono argomentazioni per discernere qualità da decorazione manierista, dico solo che ci sono i testi, i libri, i work shop, se uno vuole assumere un atteggiamento professionale e serio e verificare quali sono i parametri di una disciplina millenaria, che ha regole fisse e variabili, paradigmi e criteri ben chiari, a chi studia…..
    E siccome i critici non vengono su Artribune per insegnare materie che altri pagano per apprendere, li capisco bene se si rifiutano di sintetizzare temi che vengono analizzati da secoli.

    Basta con il populismo facile, è esattamente l’origine della decadenza.

    • nicola

      replico a Cascino dicendo che scrivere una cosa in un libro farne un work shop o metterla in televisione non significa che questa cosa sia VALIDA. L’arte è una scienza, è oggettiva; ma non basta l’autoreferenzialità. Ci vogliono i critici e gli studiosi IMPARZIALI e veramente appassionati di arte, che abbiano il coraggio di esprimere giudizi NETTI e inequivocabili!

      • mario

        Bravo! qualcuno capace di non pensare per pregiudizi, bravo concordo Nicola

  • nicola

    sull’onda di quanto scritto da Lombardi potremmo anche affermare che l’iniziativa di Sgarbi è molto coraggiosa perchè osa scardinare degli equilibri ormai solidificati. Vi rendete conto che in tutti i musei d’arte contemporanea ci sono sempre gli stessi nomi??

  • Nicola, non ho detto che chiunque possa scrivere o insegnare. Le mie newsletter e le mie prese di posizione in ogni dove, sono piene di richiami al curriculum come elemento necessario per scrivere e insegnare una disciplina che ha delle regole oggettive, come giustamente dici.

    Io stesso se vado in aula parlo di dinamcihe di mercato (mercato, non commercio…) e di sviluppo del territorio attraverso la cultura, e lascio lo spazio dovuto, cioè la materia stessa relativa a linguaggi e modalità espressive, a critici e curatori: tutti quelli che hanno occhi per vedere, lo sanno benissimo.

    Sono assolutamente d’accordo, non ci siamo capiti…

    Meno che mai penso che la TV possa fare da fonte di formazione. Certo, se fosse appunto frequentata e progettata da persone che hanno studiato, forse. Ma non nel caso della TV italiana, per esempio.

    Un saluto.

  • Caro Francesco, permettimi d’ intervenire: mi pare che la tua formazione (accademica o sbaglio?) ti porti a commettere un errore di “prospettiva”. Quello che tu dici circa le regole canoniche, i paradigmi verificati ecc. e’ sacrosanto se stessimo parlando di una “manifestazione” (proprio nel senso di “esternazione”) di carattere didattico. Chi “insegna” deve avere una solida preparazione alle spalle e deve farlo attenendosi rigorosamente ai risultati della propria (e dell’altrui) ricerca che ha preso le mosse dalla miglior “stratificazione” del sapere del suo settore.
    Ma qui stiamo parlando di “arte” che e’ essenzialmente un atto creativo, cartterizzato da un “impianto” estetico, finalizzato alla comunicazione, o alla provocazione di “domande” o “risposte” da parte di un pubblico.
    Qui, chiaramente, la “preparazione”, lo “studio”, la “conoscenza” e persino l’ “abilita’ tecnica”, rimangono sicuramente utili ed augurabili “presupposti”, ma diventano ne’ sufficenti, ne’ necessari, perche’ l’arte, per progredire, ha sempre bisogno di innovazione e l’innovazione e’ iconoclasta per sua natura: innovare, particolarmente in questo campo, non significa “partire dal conosciuto” e migliorarlo (magari drasticamente), significa proprio prescindere dal conosciuto ed inventare “l’altro”, “il non conosciuto”.
    Detto questo e scusandomi per i termini imprecisi ed approssimati… ma io non sono un critico! e sono quindi sprovvisto degli strumenti “dialettici” di tale categoria), credo che anche chi scrive (per critica, per divulgazione o per diletto) d’arte debba saper esso pure “innovare” e cioe’ prescindere da tutto quanto e’ stato detto sin li’ e abbracciare l’avventura di dire dell’inenarrabile e dell’ineffabile .. perche’ di questo andra’ a dire, se dira’ d’arte.
    Ottimo se chi “dice” ha salde basi di “conoscenza” : il suo dire sara’ piu’ acuto, interessante, stimolante… ma l’arte non e’ fatta (solo o principalmente) per i “critici” o gli “addetti ai lavori” … ma per chiunque ne voglia (..ne sappia.. .ne riesca a) godere e quindi occorre accettare ed ascoltare chiunque anche chi ha scarsissime “basi” e “conoscenze” perche’ anche a lui era diretta “l’opera”.
    Un ultima considerazione, ma questa non rivolta a te in particolare, a me dispiace sempre quando sento parlare di “pittori della domenica” di “croste”, di “lavori che fanno schifo” ecc. ecc. perche’ ho maturato, dopo tanti anni di vita in “questo mondo”, la convinzione che chiunque abbia inteso dar vita ad un opera d’arte, ed abbia ritenuto di aver raggiunto quello che “intendeva esprimere” al punto di esporlo (ed esporsi) all’impietoso giudizio del suo prossimo, merita un minimo di rispetto e di considerazione. Ovviamente ciascuno di noi ha diritto ad esprimere il proprio parere e dire che quell’opera e’ brutta. inespressiva, debole, vecchia e scontata ecc. ecc. , ma ricordiamoci sempre, per favore, che chi l’ha esposta “ci ha messo la sua faccia” e che chi ha questo coraggio e questa onesta’, merita di non essere vilipeso anche quando viene, persino severamente, criticato.