Vi chiediamo troppo se vi chiediamo il vostro parere su come vedete il concetto di ‘recensione’?

Scoccano i 15 giorni di vita (incredibile, no?) di Artribune e con essi si palesa la necessità di tornare a parlare di noi. Ce lo ripetiamo e ve lo ripetiamo: il sito dove stiamo appolaiati al momento fa la sua porca figura, per carità, ma è provvisorio. Privo di importanti funzioni (si pensi al calendario). […]

Scoccano i 15 giorni di vita (incredibile, no?) di Artribune e con essi si palesa la necessità di tornare a parlare di noi. Ce lo ripetiamo e ve lo ripetiamo: il sito dove stiamo appolaiati al momento fa la sua porca figura, per carità, ma è provvisorio. Privo di importanti funzioni (si pensi al calendario). Un luogo ideale, insomma, per parlare del fratellone maggiore definitivo e plasmarlo a nostra immagine e esigenza ancor prima che venga traviato dalla dura vita di sito informativo.
Ecco, per esempio, che vi chiediamo cosa ne pensate delle “recegallery”. La denominazione, innanzitutto, non è proprio un granché, ma nulla di meglio è scaturito dalle stanze del nostro Ufficio Naming (a proposito, consigli?). Ma oltre al nome c’è di più: c’è la presunzione di inventare un nuovo linguaggio, di generare una nuova esigenza (quella di avere più immagini, più video), di modificare la stantia formula della recensione.
No, le recensioni non scompaiono: rimangono solo per eventi molto molto corposi che necessitano molte molte battute per essere raccontati. Per tutto il resto bisogna contenersi. Cosa sono le recegallery allora? Sono comunque recensioni di mostre, più spesso in gallerie private, che non superano le 800 battute, che sono corredate da un visibilio di foto (magari realizzate direttamente dal redattore) e che sono completate, nella ipotesi ottimale, da un video, anch’esso ‘girato’ dal redattore, anche semplicemente con il cellulare.
Questa è la nostra risposta ai tempi che si sfilacciano, allo strapotere di Facebook, alla necessità di informarsi passando più per una fruizione di immmagini rispetto ai testi. Investendo, invece, maggiori risorse testuali sull’attualità, le interviste, le anticipazioni. Ecco la nostra strategia. Ora quello che ci serve è il vostro parere. Intanto, qui sotto, qualche esempio di recegallery.

Robert Barry a Napoli
Santeri Tuori da effearte a Milano
L’ultima collettiva di Perugi a Padova

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Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.
  • Cecilia Leucci

    Parere sulla “recegallery”. Innanzitutto il nome si, modificatelo! Magari in inglese: WRITE-UP GALLERY?! Qualche phrasal verb utilizzabile lo troviamo…
    A parte ciò, visto che mi si chiede proprio di commentare, trovo la “recegallery” interessante, certo, ma eliminerei persino la breve recensione…lascerei solo data, ora e nome dell’evento, lasciando alle immagini il compito di raccontare. Come se si trattasse di uno schedario bibliografico: autore, titolo e data e tutto il resto nelle mani del fruitore e di chi il libro decide di sfogliarlo o leggerlo o studiarlo…a seconda, poi!

  • Lunedì

    Io invece sono convinto che un minimo di commento ci vada. Un commento che indirizzi il lettore e che instradi i commenti che poi potrebbero\dovrebbero completare il tutto. Comunque complimenti per la voglia e la capacità di inventare qualcosa di nuovo.

  • Cecilia Leucci

    Vero! Complimenti anche da parte mia…

  • Valentina

    Il dibattito sullo stato di salute della recensione d’arte è in corso un po’ ai quattro angoli del globo. E direi a ragione. Vorrei consigliare a tutti la lettura di questo articolo del critico Hrag Vartanian su Hyperallergic:

    http://hyperallergic.com/19500/art-review-killer/

    Si tratta a mio parere di un’analisi interessante dei motivi per cui la recensione tradizionale ha perso di forza e appeal. Quello principale? Non riesce a connettere l’opera d’arte con una realtà sociale che vada aldilà del sistema dell’arte (e con un pubblico che vada aldilà degli addetti ai lavori).

    • Massimiliano Tonelli

      Il punto è, dunque: quello che stiamo provando a proporre è una risposta a ciò oppure è una supercazzola nostra e basta? Cioè mescolare video, foto e (non troppo) testo è una cosa sensata per superare quelle tare o è un tentativo peregrino?

      • Valentina

        Secondo me il format che stiamo sperimentando è ottimo, ma è soltanto uno dei tanti possibili. La risposta a questa “crisi” della recensione sta nella diversificazione degli approcci, credo. Quindi ben vengano le recegallery e sono d’accordo con Cecilia sulla necessità di aumentare la documentazione (pur non tralasciando la critica).
        Accanto alle recegallery credo siano di enorme importanza i primi piani e gli articoli di attualità. Quelli permettono di inserire il lavoro degli artisti, le mostre e le iniziative culturali all’interno di una prospettiva più ampia. E ne abbiamo davvero bisogno.

  • Cecilia Leucci

    Grazie Valentina! L’articolo è interessante e onestamente mi trovo abbastanza d’accordo con Vartanian. Quello che interessa a me come storica e curatrice è il documento. Insisto molto con i miei artisti sull’importanza del catalogo come documento per i posteri e ritengo che la critica abbia il mero scopo di ricordare ciò che è accaduto. Ora…ormai i critici sono sempre di più, e le figure legate al mondo dell’arte si moltiplicano quotidianamente, con la conseguenza che chiunque si sente in diritto (e spesso a ben donde..) di esprimere il proprio parere, parere che magari risulta opposto a quello di un’altro operatore della cultura…con la conseguenza che invece di una documentazione, si inizia un polemicone senza fine che non apporta alcun beneficio all’evento in questione.
    E’ per questo che propongo solo data, ora e luogo, perchè la documentazione è offerta dalle immagini che raccontano ciò che è realmente accaduto, senza opinioni o punti di vista (giusti o sbagliati che siano). Io sono per il documento, non per l’autocelebrazione dei critici, quindi ben venga la morte della critica latu sensu, se si favorisce il reale viaggio della conoscenza.

    • Cristiana Curti

      Benissimo. Così non si corre il rischio di contrapporre le “opinioni” dei diversi “operatori della cultura”. E magari – in questo modo – ci risparmiamo qualche stupidata di cui si farebbe volentieri a meno. E lasciamo ai critici veri il (poco) spazio loro concesso. Del resto, a pochi interessavano le questioni di critica d’arte, a pochi interessano oggi. Meno male che un po’ di libri resistono allo tsunami di cui tutti parlano. Non è faccenda di innovazione dei supporti del testo. Ma solo una questione di banale desiderio di apprendere e approfondire, che non tutti (anzi, pochissimi) hanno. Ma chi dovrebbe stabilire quali sono i criteri per definire un critico “professionale” o “libero”, ovvero titolato per “criticare”?

      • Cecilia Leucci

        Spinosa questione Cristiana! Non ci sono dei parametri purtroppo, anche perchè ogni critico – dal canto suo – di fatto sta esprimendo un’opinione e l’opinione è per propria natura insindacabile.
        Probabilmente però, si potrebbe cominciare con una scrematura banale: un critico deve per le meno avere una conoscenza profonda e radicata della storia dell’arte, anche perchè criticare sapendo solo di Maria De Filippi e Grande Fratello, risulta ridicolo. Sono in troppi oggi a definirsi critici sol perchè hanno una passione (più o meno grande) per l’arte. Sai quanto spesso mi capita di avere a che fare con diplomati in accademia che criticano? O con improvvisati galleristi che si sentono grandi scrittori? O con curatrici improvvisate della domenica che – organizzando una mostra in taverna – si sentono grandi conoscitrici d’arte? Ahimé…mondo difficle quello dell’arte! :)

        • Cristiana Curti

          Concordo, Cecilia. Intanto si potrebbe iniziare con ridare il giusto valore alle parole (consultando un sano buon vecchio dizionario e non wikipedia o simili) e stabilire coralmente che il termine “critico” vada allocato laddove vi sia sostanza e materia scientifica (ie. studio, cultura e conoscenza) oltre che capacità di scrittura ovvero di comunicazione scritta (un aspetto che – non so perché – oggi risulta poco discusso e confuso con una parlata furbetta e sciolta da – come giustamente rilevi – televisione da quattro soldi).
          Però è questo quello che – similmente al populismo della sottocultura – “naviga” sia in rete che sul cartaceo.
          Chi onestamente informa e ha un’opinione, faccia questo. I giornalisti – un tempo – non avevano pruderie da critici d’arte. La loro funzione è diversa da quella di uno studioso. A loro può essere ascritto il termine (senza ironia) di “operatori dell’arte” perché contribuiscono, chi meglio chi meno bene, alla diffusione della notizia e dei contenuti. Io – solo perché mi interesso – leggo l’argomento critico e lo valuto. Ma è giusto e bene che esista l’informazione diffusa e semplice, il che non significa debba essere di qualità corriva o corrente. Anzi.
          Per cui, se interessa un’opinione sul tema, buona la proposta di un’introduzione breve all’avvenimento d’arte corredato da tante immagini, ma, quand’anche breve, l’intervento sia ben fatto, sia scelto, sia sapiente. Perché saper scrivere, anche giornalisticamente parlando, non è da tutti. E saper scrivere poco e benissimo, molto difficile. Ma qui è il Direttore di una testata che deve intervenire e che fa la differenza. Dipende se si vuole solo trasmettere più notizie possibile o se si vuole creare una specifica linea di contenuti.

    • Lei, Sinora Leucci, ritiene opportuno che il ruolo svolto da coloro che si occupano di arti figurative, debba essere regolamentato attraverso L’istituzione di un albo professionale, come avviene per altre professioni intelletuali come Notai, Avvocati, dott.Commercialisti ecc ecc . oppure cio’ che si scrive (come e cosa) di per se sia idoneo a tracciare le differenze con quelli ritenuti profani o improvvisati ?

      Le faccio questa domanda per semplice curiosita’ ; ho avvertito , infatti, nelle sue parole una certa insofferenza verso il progressivo affollamento del ghetto (lo chiamo ghetto , sia detto, senza ironia ma giusto per descrivere un aggregato che notoriamente vive una condizione di marginalita’ rispetto ad altri vissuti nel resto del paese.

      Un ultima cosa, se è lecito domandare: non ritiene che a volte , non sia sufficente documentare l’evento con sole immagini o video , stante , non di rado l’esiguita’ oggettuale di cio’ che si espone (e , ancora non di rado, l’utilizzo di oggetti spesso di uso comune che si presterebbo per natura al ricorso di molteplici chiave di lettura che vanificherebbe quella pensata dall’artista ? un piccolo ausilio alla lettura dell’opera ci condurebbe verso la persona che ne è l’artefice ed origine.

      per il dott. Tonelli :
      Dr. Tonelli, non me ne voglia se le dico che trovo il tracciato del sito non all’altezza degli autorevoli contenuti ; lo so, bisogna abituarsi, ma all’entrata ho l’impressione di trovarmi in un porto di mare dove c è gente che si imbarca e chi arriva. A proposito di Rece-Gallery , chiamatela dato che ci siete “Reception” con lo scopo di stabilire gia’ un primo rapporto dialogante con i lettori .

      • Redazione

        Marras, mica ho capito cosa è che non le va bene del sito. Cosa intende per “tracciato”?

        • Ma si, come si sono disposti i titoli , l’uso dei colori e sopratutto i caratteri (i caratteri del titolo ARTRIBUNE ad esempio, o logo ) Sia ben chiaro , è una sensazione personale (forse perche’ mi ero abituato alla videata Exibart e le abitudini sono sempre pessime ) ma non è poi una cosa grave perche’ , d’altro canto gli scritti sono fatti bene.
          Vi saluto Redazione.

      • Cecilia Leucci

        Caro Marras,

        riguardo la NECESSITA’ di un albo (o anche ordine) degli storici dell’arte mi trova a favore. Meno per ciò che riguarda la creazione di albo dei critici, poiché – come immagino ben saprà – non ci sono studi precipui alla “professione”…diciamo che s’improvvisa un po’ tutti con risultati a volte buoni, a volte pessimi. Tuttavia, immagino che avendo tirato fuori l’argomento, sia al corrente delle battaglie in atto (da anni) da parte di storici ed archeologi al fine di veder legalmente riconosciuto il proprio ruolo di “intellettuali” dell’arte. Battaglie sinora abbanodantemente perse, a causa di problematiche ben note. Purtroppo spesso accade che non tutti i desideri vengano esauditi e sopratutto che certe profesisoni non vengano ricosciute con pari dignità di altre.

        Per ciò che riguarda la documentazione, il mio discorso è relativo all’esperienza vissuta. Mi spiego: chi partecipa fisicamente ad un vernice (o quello che sia…), non ha alle spalle una critica (o recensione che dir si voglia), ma è necessariamente costretto a vivere la situazione, ad osservare, ad ascoltare ed a farsi pertanto un’idea di ciò che accade intorno. Il mio desiderio di “assenza di recensione”, si basa proprio sull’offrire occasione a chi non è fisicamente in un luogo e non segue fisicamente un evento, di parteciparvi ugualmente tramite un video o delle foto e di prendere coscienza di ciò che l’evento rappresenta, senza ausili o sussidi. Ritengo la recensione superflua pertanto. Anche i non addetti, osservando un video, ascoltando interviste ed analizzando il contesto, sono perfettamente in grado di orientarsi, a mio avviso e la documentazione foto/video credo valga più di centinaia di parole scritte (spesso) a vanvera.

        Cordialmente
        SIGNORINA Leucci

        • Signorina Leucci, no non conosco la situazione dell’ambiente degli esperti in arti visive ma , come ha notato dalla mia domanda e leggendo con attenzione i suoi scritti, ricorrevano appunti verso comportamenti di persone che pur essendo del settore (spero sia giusto chiamarlo cosi’) risultavano inclini alla polemica o anche, forse, a meri esercizi di potere consetiti dal loro ruolo ( i critici ad esempio). Non comprendo tuttavia la sua idea di limitare solo agli Storici dell’arte la possibilita’ di un albo. Mi chiedo .. forse perche’ i loro , curriculum di studi universitari rappresentino una garanzia di serieta’ verso i fruitori dei loro studi che non assicurebbero , che so i critici oppure curatori che di solito assolvono ad una funzione (piu’ privata) di sicura referenzialita’ verso l’artista che presentano ?
          Riguardo la questione riguardante la documentazione , a supporto della mostra, con rispetto verso la sua esperienza in merito, ritengo comunque che escludere a priori una possibile iniziale , seppure sommaria , presentazione documentale e della stessa e , sopratutto, dei temi di osservazione ambiti dall’artista presentato , sia indispensabile non solo a coloro potenzialmente interessati ma anche all’artista stesso.

          Nei vernissage , comunque, alcune cose distolgono dalle attenzioni (le dinamiche sono delle piu’ varie dall’incontro che ti distrae al cattivo umore nel trovare un concorrente o piu’ concorrenti che ti fanno andare la bile allo stomaco).

          Sempre per quanto riguarda detta documentazione, Le uniche condizioni dovrebbero essere , solo quelle di intelligenza e serieta’ che non devono mai mancare.

          Signorina Leucci, la ringrazio per la gentile risposta .

          Buona Giornata.

          • Signorina Leucci, ho commesso un errore nello scrivere , per cui deve intendere sostituito, il seguente passo : sia indispensabile non solo con Non favoriscano coloro che…ecc ecc ecc

            Mi scuso per la distrazione.

            Di Nuovo.

  • Guido Cabib

    Carissimi,premesso che ritengo l’era del cartaceo prossima alla fine (in Italia ci vorranno 10-15 anni per scomparire o restare presente solo in prodotti di nicchia; in altre parti del mondo il tempo si riduce drasticamente a 7-10 anni),con grande beneficio per l’ambiente e la ns. vita.
    Di conseguenza l’era del Catalogo cartaceo è destinata anch’essa a scomparire sostituita dal catalogo on line ; certo soffriranno le tipografie tradizionali se non coglieranno oggi il messaggio di innovazione tecnologica e se non si adatteranno con strumenti compatibili; ma le innovazioni tecnologiche a questo servono : ad abbassare i costi,ad aumentare la forza lavoro,ad allargare la base dei fruitori e così via.
    Quanti meravigliosi e costosissimi cataloghi ho visto buttati nei cestini degli stand delle Gallerie presenti alle note fiere Italiane nei giorni di disallestimento ,scompariranno anche i dvd e i cd già sostituiti oggi dalle chiavette.
    Tutto questo per dire che i testi critici sul lavoro degli artisti dovranno inevitabilmente passare on line,poi se qualcuno vorrà stamparlo lo potrà fare con un semplice click oppure pagando un sovraprezzo direttamente all’Artista e/o Gallerista che farà stampare una copia patinata per chi ha bisogno di soddisfare il rapporto erotico-mentale del libro-corpo.
    Veniamo alle recensioni.
    Effettivamente le recensioni critiche ,mancano e soprattutto mancano agli Artisti che prima le utilizzavano per difendere il loro lavoro di fronte a critiche negative ,almeno non si adagiavano sul facile successo che oggi impera assoluto. Le recensioni di oggi non riescono a dare alcun contributo alla crescita culturale sia della collettività che degli addetti ai lavori ,per due ordini di motivo:1) pochi critici liberi e preparati; 2) I costi di mantenimento dei mezzi di comunicazione sono molto alti e quindi la ricerca di pubblicità diviene strumento di uniformità che impedisce la tipica recensione critica.
    La recensione quindi non è altro che la riproduzione rifinita e personalizzata dei comunicati stampa dei curatori delle mostre ; quindi meglio semplici informazioni ed immagini – video .(una pubblicità ampliata) e se ve le inviano gli artisti e/o le gallerie risparmiate pure.
    Non le chiamerei recegallery che è proprio brutto ,meglio artists on stage o altro che si adatti al format.
    Consiglio comunque di approntare uno spin-off che riprenda la pratica delle recensioni critiche affidandole a critici (quei pochi …professionali..) pregandoli di recensire quegli artisti che non fanno parte delle loro “scuderie” e spingendoli ad essere più coraggiosi.(anche loro soffrono del virus di marketing che devasta il sistema dell’arte ) forse chiamandolo “critical thought” .
    Farebbe bene al sistema e credo anche alla rivista che si posizionerebbe su di un livello non ancora riscoperto .

    • Cecilia Leucci

      Bravo Guido! Analisi molto lucida ed intelligente.
      A dire il vero non vivo i cataloghi come un “rapporto erotico-mentale del libro-corpo”, ma trovo interessante il tuo punto di vista.
      Il ruolo del critico – come affermi – è oramai un qualcosa di non ben definito e si, spesso sembra di trovarsi proprio davanti ad un comunicato stampa. Dove sono finiti la passione, l’entusiasmo e la voglia di raccontare (anche al negativo, certo..) l’artista? Tutto scomparso…forse proprio tra le pieghe (e le piaghe) di troppe pergamene di laurea, distribuite un po’ come capita.

  • franci

    da non addetta ai lavori, ma da semplice utente che sfoglia riviste online di tutti i tipi, per informarmi, per aggiornarmi, per capire e per il puro piacere di farlo, per scegliere cosa andare a vedere e per sapere cosa succede, nell’arte come in cucina, nella moda come nel cinema
    insomma per chi come me spazia dappertutto e non ha strumenti affilati vi prego, corredate di una seppur piccola nota esplicativa, informativa, introduttiva – a voi la formula- i report fotografici e filmici

    • Massimiliano Tonelli

      Il pubblico dei non-addetti ai lavori sono il nostro primo pensiero.

  • Cecilia Leucci

    @Herr Direktor (ma sei direttore anche ora, Tonelli?): non è una supercazzola, ma neppure avanguardia pura. Credo che – come dice Valentina – sia un buon format. Sono sincera, non so se ricordi i commenti che feci anni fa su Exibart, ma io li ricordo bene e con questo nuovo prodotto ho molto più feeling. Mi riferisco al pacchetto completo, inclusa la “recegallery”. Trovo il linguaggio molto vivo, dinamico e giovane, poco formale e molto vicino al lettore, che sia addetto o non addetto. Mi piace trovare in bacheca post dal titolo: “Vi chiediamo troppo se…”. Avete un approccio diretto e affascinante, secondo me e questo si riflette in tutti i settori della neonata (ed in via di sviluppo) rivista.
    Resto della mia idea riguardo la critica; sarà che ne leggo troppa, di troppo poca qualità e troppo spesso di parte, ma mi piace poter avere un mio punto di vista non veicolato o criticocentrico e credo che anche i non addetti sarebbero ben più stimolati a comprendere (sopratutto quando si parla di contemporaneo) nello sforzarsi a capire di cosa si parla, senza essere imbeccati e spesso mal indirizzati.

    Comunque in bocca al lupo e…bravi!

    • Massimiliano Tonelli

      Brava anche tu. Bella lettura del quadro in corso. Attendiamo altre tue idee e indicazioni.

  • Mi sembra strana così poca partecipazione proprio su un tema così centrale, dal mio punto di vista almeno una delle cose più interessanti dell’informazione on-line è sapere cosa succede e come orientarsi nell’offerta grazie alle recensionsioni. Queste almeno sono le cose utili a tutti, poi altro discorso è l’approfondimento che uno deve cercare e deve volerci dedicare del tempo anche on-line.

    A parte ciò credo che proporre una gallery senza commento non sia certo un utilizzo innovativo dello strumento sito e, per fare un po’ la pessimista, la reazioni più facile è che il “non-addetto” vedendo foto a cui non da significato difficilmente abbia voglia di metter piede in galleria.
    Optare per i testi brevi ma densi di significati è sicuramente una buona idea, utile non solo per chi non è esperto, ma per tutti, visto che non si nasce imparati. Certo la cosa migliore sarebbe avere una descrizione delle opere pensata dall’artista stesso, così da non sbagliare, correlato a ciò un pensiero critico, nel vero senso della parola, non dovrebbe essere escluso. Credo che una vera capacità di dare spazio alla critica (a prescindere da bandiere ed editori) farebbe molto bene all’arte e ancor di più al pubblico pensante.

    Una cosa più tecnica ma utile da mantenere è un’impostazione del titolo più chiara, nel senso che ad oggi chi legge i feed come me rischia di perder pezzi perchè non si capisce di cosa si parla…

    • me.giacomelli

      Beninteso: le recegallery – chiamiamole ancora così per ora – continueranno ad avere un breve testo di accompagnamento. Ma sempre con foto, video, audio…

    • Massimiliano Tonelli

      Questa indicazione sui titoli credo che dobbiamo considerarla per quel che è: assai significativa!

  • Ve l’ho gia’ detto in altra occasione, la “visita virtuale” filmata (anche col cellulare, perche’ no?) e’ sicuramente “la strada”, quanto alle recensioni, e’ chiaro che chi legge, addetto ai lavori o meno, un commento, anche di poche righe se lo aspetta e mi pare che dovrebbe poterlo avere, per gli eventi di maggior peso, ovviamente, la recensione, quella “formale” e’ di rigore. Per il resto il vostro “format” e’ simpatico e piacevole… nel tempo avra’ certamente necessita’ di qualche modifica ed aggiustamento… ma per il momento va’ anche bene cosi’, l’importante e’ che andiate avanti con questa lena e potete star certi che noi vi seguiremo sempre piu’ numerosi

  • Diego

    Ottimi suggerimenti e commenti. Sì, dovete trovare un modo di responsabilizzare il recensore per evitare a tutti i costi che scriva solo una pallida rielaborazione del comunicato stampa, tanto per “fare volume”. La maggior parte delle volte, da lettore, trovo la cosa fortemente offensiva della mia intelligenza. Se il recensore, esperto o meno, non ha nulla da dire, ben vengano allora solo le foto, con magari un link al comunicato. Ma la rielaborazione “creativa” del comunicato stampa no. E’ sempre stato un abominio culturale e giornalistico. Che ne dite?

  • Cristiana Curti

    Mi pare che Artribune, sulla scorta dei propri consolidati fans della testata da cui il Direttore Tonelli ha spezzato la costola, stia riproponendo la sua cifra: il culto del commento, che – nei fatti – è la caratteristica (insieme all’archivio di notizie) dell’impostazione primigenia di Exibart. Già si assiste alla consueta e gustosa ronda di interventi (alcuni interessanti, altri meno, altri solo ingiuriosi ma stimolanti comunque…) che deliziavano le mattine di chi aveva un occhio sul panorama dell’arte quotidiano. Consiglio di mantenere questa linea, anche perché dalla “cassa toracica”, privata di mordente, sembra essersi persa la condotta e conviene (là) cambiare impostazione. A parte questioni di grafica, che a mio parere (ma non sono esperta e quindi non conta certo ciò che dico, piuttosto senz’altro mi accodo al commento migliore secondo me in proposito, ovvero quello di Sibilla) è un po’ farraginosa e andrebbe liberata e ripulita, mi chiedo se basti replicare un cliché o rimodernarlo attraverso una diversa modalità tecnica di raccogliere le informazioni d’arte. La videata con il cellulare mi pare non sia una grande idea (sempre parere personale) perché non aiuta nessuno: né il neofita o solo curioso, né l’appassionato. Anche The Blair Witch Project era prodotto con maestria pur mantenendo il sapore di un filmato amatoriale. Immagini casalinghe rischiano di non fare un buon servizio all’arte, anche se paiono tanto “siamo ovunque”.
    In quanto alla questione dell’albo professionale per critici, così come per qualsiasi altro che in Italia rappresenti una lista di professionisti dell’ingegno, penso che sia lettera morta, o, meglio, tempo perso. Non esistendo un protocollo di “abilitazione alla professione” (come è per medici, avvocati, periti agronomi, e affini) sarebbe solo una lista di coloro che – secondo la propria convinzione o quella determinata da altri che cooptano chi dovrebbe essere affiliato o iscritto – si “sentono” critici d’arte. O curatori. O operatori dell’arte, ecc.
    L’albo dei giornalisti, invece, esiste.
    Ogni “iscrizione all’albo” implica anche doveri formali e sociali che fanno parte integrante dell’istituzione.
    In Germania esiste l’ “albo degli artisti” che offre una serie di tutele agli iscritti (compreso un sussidio garantito per i periodi di astensione dal lavoro), ma per esservi iscritti bisogna avere credenziali accademiche inequivocabili e dimostrare che la propria professione è quella e nessun altra. L’ “albo degli artisti” è importantissimo perché segue capillarmente le carriere e rappresenta la maggior fonte di informazioni sull’arte contemporanea in Germania e sulla circolazione delle opere (aspetto da non sottovalutare). Ma, mi permetto di aggiungere, la Germania ha una tradizione diversa e più seria della nostra in merito a questioni di “pertinenze professionali”. Da noi, l’albo serve solo a fare elenchi fra amici o amici di amici, ma non determina di per sé la professionalità di un individuo, che solo il curriculum può stabilire, e non tutela o garantisce la qualità. Fra l’altro, e qui mi fermo, nel campo della critica d’arte, così come in quello dell’insegnamento, è la persona che fa “testo”. La qualità – laddove la cultura non sia millantata – emerge sempre, per fortuna. Tant’è che molte buone penne possono essere senz’altro (albo o non albo), ma i critici sono ancora (fortunatamente) pochi ma buoni. E, aldilà della questione sulla morte o sopravvivenza del libro, non so quanti scritti di questi ultimi venti anni rimarranno nelle Biblioteche di settore alla voce “critica d’arte in Italia dagli anni ’90 del XX secolo agli anni xxxx del XXI”.

    • Massimiliano Tonelli

      Ma Cristiana qui siamo chiamati a dare un “buon servizio” all’arte in quanto tale o ai lettori? Non siamo un museo, non siamo una galleria, non siamo una fondazione con il suo impeccabile whitecube. Siamo una testata giornalistica, non ce lo dimentichiamo. Senz’altro dobbiamo badare al rispetto dei lavori, senz’altro dobbiamo badare a ciò che vogliono i lettori. In che ragione nell’uno e nell’altro caso? Per me 30 / 70.

      • Cristiana Curti

        In quale percentuale il “buon servizio” all’arte potrebbe andare a detrimento per il lettore? E’ il lettore che determina la qualità del “servizio all’arte” o è la testata che lo stabilisce? Non è che per agevolare il massimo flusso di lettori (opzione del tutto rispettabile) si perde lo scopo per cui una testata d’informazione sull’arte nasce? Chiedo, naturalmente, non sono un’esperta in materia.

  • Valentina M.

    Il rischio di una recensione basata fondamentalmente sulle immagini è di non riuscire a incuriosire (soprattutto i non esperti del settore) e soprattutto di non rispondere a delle domande implicite. Questo ha senso nel momento in cui dichiaratamente si recensiscono esclusivamente mostre ritenute di qualità: è un modo per dire “Artribune ti consiglia questa mostra, ma non quelle di cui non parla”. Altrimenti è necessario esprimere una critica, positiva o negativa che sia. La soluzione potrebbe essere proprio questa, forse: poche parole spese (affiancate a un reportage fotografico ricco) per ciò che non le necessita, perché “parla da sé”, essendo di qualità indiscutibile, e più parole spese per quelle mostre che riscontrano il parere contrario della redazione o che potrebbero essere spunto per una discussione (e qui torna l’importanza dei commenti). Di solito fa molto più piacere ricevere un complimento piuttosto che una critica negativa ed è anche molto più facile scrivere un articolo elogiativo piuttosto che uno critico in senso negativo. Peccato che solo una delle due cose sia una spinta sicura per un potenziale miglioramento. Quel che è certo è che il fruitore che legge gli articoli si aspetta un commento perché tendenzialmente cerca un consiglio prima di avventurarsi tra le numerosissime mostre offerte di continuo al pubblico. Se invece a leggere sono curatori/artisti/galleristi si aspettano un commento al proprio lavoro. L’idea che propongo mi pare un buon compromesso utile per entrambe le parti (fermo restando che sono indispensabili gli articoli di attualità, le tribnews e dei focus su eventi di una certa importanza).

    • Redazione

      Ehi ehi, nessuno ha mai parlato neppure per sbaglio di recensioni fatte solo con immagini. Si è parlato di aumentare il testo e di diminuire le immagini. Ma in quel testo, pur diminuito, ci sarà -eccome se ci sarà- spazio per criticare, orientare, indirizzare, stroncare…

      • Valentina M.

        Questo era chiaro, se fossero solo immagini non sarebbe una recensione, infatti io ho parlato di “recensione basata fondamentalmente sulle immagini”. E appunto perché ho capito (o penso di aver capito) quale sia il vostro proposito, ho proposto di adottare misure (intendo proprio in quantità di parole) differenti a seconda del giudizio positivo o negativo. In caso di giudizio positivo un testo conciso e tante fotografie sono sicuramente una soluzione migliore di una lode spalmata in 3000 battute. Questo intendevo.

  • Giulia De Monte

    Condivido la scelta di un format più agile, ma mi sovviene un interrogativo, che in parte si ricollega a qualcosa che è già stato sollevato da Cecilia Leucci e Valentina Tanni, prendendolo da un altro punto di vista; vale a dire, la scelta smart destinata alla quasi totalità di mostre ed esposizioni , e invece testi più lunghi e articolati per i soliti noti, non rischia di far mancare un primo sostrato (che in realtà sarebbe uno stimolo) storico-critico a qualcosa che essendo troppo giovane/indisciplinato/nuovo, viene trattato più in modo contingente, dando maggior attenzione all’evento in sè, che al contesto che ha portato alla sua creazione, che dal punto di vista della metodologia storico-artistica, è invece essenziale? Non si potrebbe usare, usando anche le mille potenzialità permesse dal 2.0, una sorta di double coding? Vale a dire: se hai fretta e vuoi un assaggio ti leggi la rece-gallery, altrimenti se clicchi qui puoi fare un approfondimento….forse è un po’ macchinoso.
    Post-metto: non sono una critica, solo un’appassionata.
    Buon lavoro.

  • Torno sull’argomento delle “videate” , come le chiama Cristiana Curti : vi invito a fare una piccola prova, tornate alla mostra di Jan van der Ploeg, che presentate in un’altra pagina, e fate un video di pochi minuti, sia pur col cellulare (uniche cose veramente importanti: mano ferma ed evitare i “controluce”), mettetelo sulle vostre pagine e poi chiedete ai lettori se hanno “capito” e “goduto” di piu’ la mostra tramite il video o tramite le foto.
    La foto puo’ essere di alta qualita’ ed il video “povero” ma la prima, sempre e comunque, astrae un “particolare” piu’ o meno ampio dalla realta’ (ed e’ molto legata al concetto del “quadro appeso al miuro” o “statua sul piedistallo”), mentre il secondo “riproduce” la visione naturale e restituisce la sensazione globale, l’atmosfera, della mostra, inoltre il video e’ di per se’ tanto ricco di particolari (..bisogna star attenti perche’ “tende” a registrarne fin troppi anche d’indesiderati ed indesiderabili) che la “recensione”, anche se breve, risulta piu’ incisiva e comprensibile

    • Cristiana Curti

      Continuo a non capire dove stia procedendo il discorso e che cosa si chieda al lettore (dato che si chiede un parere sul concetto di recensione). Ma è senz’altro un mio limite, in quanto assolutamente non addetta a alcun lavoro che abbia a che fare con la costruzione di siti e di format per siti. Si continua a proporre qualcosa che tecnicamente abbia a che vedere con l’agilità e al tempo stesso con la profondità. Difficile rendere le due cose pretendendo che siano fluide e omogenee fra loro. Lo stesso Jerry assume che le videate con il cellulare abbiano validità d’immediatezza (anche estetica) in questo contesto maggiore di un’immagine fissa a patto che non contengano troppi particolari, chi riprende abbia mano ferma, non si ponga controluce, ecc. ovvero all’incirca tutto ciò che si chiede a chi fotografa. Ma è assai probabile che Jerry abbia ragione anche perché non ho la minima idea se mi attrarrebbe di più un’immagine fissa o una in movimento: io vado a vedere le mostre che mi interessano (come fanno tutti “addetti” e “non addetti” e per i motivi più diversi, ognuno relativo a una certa “predisposizione” all’argomento della mostra o dell’avvenimento) e difficlmente un’immagine fissa o in movimento mi farebbe cambiare opinione, mentre me la farebbe cambiare una recensione fatta bene. Opinione personale poco rilevante. Ma Jerry, inconsapevole o meno, insiste su un fattore imprescindibile nel dettare quei pur scarno “codice deontologico” di ripresa con il cellulare: l’importante è che sia fatto bene (con i criteri indicati). Il che vale per qualsiasi faccenda che pertiene l’informazione d’arte. Che sia sul web, sulla carta, in televisione.
      Fate come credete, i mezzi li conoscete da tempo, Tonelli e la redazione hanno inventato un format vincente. Personalmente, se posso chiedere e se la richiesta ha un valore, chiedo solo di porre attenzione a non banalizzare e a migliorare la qualità critica (di giudizio) dell’informazione testuale o di immagini, perché questo mi sembrava – che nessuno si offenda – il tallone d’Achille, fra i molti meriti, di Exibart sino a qualche tempo fa.
      Non mi convince il detto “dobbiamo guardare principalmente al pubblico di non addetti ai lavori” (ma chi saranno mai fra noi gli scienziati?) o “30 all’attenzione per le opere e per gli artisti e 70 a ciò che il pubblico vuole”. Ma sono certa che Jerry abbia espresso ciò che in realtà tutti cercano di non dire: che il contenuto dell’informazione non può prescindere dalla qualità del lavoro effettuato per trasmetterla. Grazie per l’interessante discussione.

  • Cristina, anche a me piace leggere delle belle “recensioni”, scritte bene e con competenza, che mi facciano pensare e riflettere ma, quando mi e’ possibile, preferisco leggere tali recensioni dopo aver visto una mostra anziche’ prima di andarci. Per scegliere “dove andare”, se non conosco l’artista o il curatore, preferisco una descrizione breve e chiara che mi ilustri il “concetto”dell’artista piu’ che propormi “il giudizio” del reporter.
    Ma “le belle recensioni” hanno il difetto di essere difficillmente contenibili in una paginetta (ancor meno in una paginetta web, che ha problemi di leggibilita’ e deve usare font ed interlinee piu’ abbondanti) … e allora nasce il problema: se ci sono quindici, venti mostre (e ogni giorno ce ne sono molte di piu’) che varrebbe la pena segnalare e recensire, che fare?
    Poi ci sono tutte le mostre alle quali, anche con la miglior buona volonta’ e non ostante il desiderio, non si riesce proprio ad andare … e allora?
    Un breve video di qualita’ decente (le mie regolette sono banalissime ed hai ragione, sono quelle fondamentali anche per la fotografia … infatti sono, anche, fotografo), puo’ dare un servizio impareggiabile, quello di aver potuto, comunque, dare “un’occhiata” alla mostra il che, permettimi, vale molto piu’ di qualsiasi recensione (almeno di quelle che usualmente trovi su exibart, ma anche su Flashart e tuttti gli altri magazine dedicati all’arte),
    Ma c’e un altro punto importante: sempre piu’ spesso (io dico, per fortuna) una mostra tende ad essere una “site-specific installation” (spesso con coinvolgimento di luce-suono ed altro)… pensi veramente che una serie di foto anche di qualita’ professionale, possa dare la stessa quantita’ e qualita’ d’informazioni di un video, sia pur breve e qualitativamente modesto (purche’, lo ripeto “tecnicamente decente”) ?
    E poi ci sono le performances ? Quando hai tre- quattro foto di una performance, che informazione hai?
    Credimi, io sono di quelli che i cataloghi li colleziono e ne ho piena la casa e lo studio, qui in Italia e all’estero dove vivo, e se hanno buoni testi me li rileggo anche a distanza di tempo e colleziono pure le riviste (quelle che hanno pubblicato articoli che mi sono piaciuti o ho ritenuto interessanti ed importanti), voglio dire io appartengo certamente all’ “era della carta”, pure, per le mie mostre, da parecchi anni, ho optato per il catalogo in DVD, perche’ ho potuto constatare, dai feed-back dei visitatori e di chi comunque li ha avuti e visti, che “la visita virtuale” (e magari il “back-stage” o la preparazione) “comunica” molto di piu’ di qualsiasi resoconto-recensione. Ovviamente nei miei cataloghi ci sono anche foto di dettaglio (in slide-show) e gli interventi critici, i saggi, spesso un’intervista (da leggere ovviamente sullo schermo o da scaricare e stampare, se uno preferisce) ed il tutto, se visto come si dede normalmente un video, ha una durata che non eccede, in genere, i 20 minuti, di cui il video della “visita virtuale” occupa, in genere 5/8 minuti (e fino ad oggi ho trovato tale durata eccellente per mostre che presentavano 50/70 laavori ciascuna, spesso pensate ed organizzate come site-specific installation)

  • …scusa Cristiana, ho sbaglaito a scrivere il tuo nome, me ne dispiace

    • Cristiana Curti

      Gentile Jerry, ti ringrazio per la delucidazione, ma anch’io la penso come te. Non c’è il minimo dubbio che sia impossibile e controproducente (e non solo in questa sede ma in genere sul web) offrire una recensione scritta lunga e articolata (il che – fra l’altro – non vuol dire AFFATTO che sia “fatta bene”). Anche una assoluta ignorante del sistema come me lo intende. Ed è verissimo che la parola scritta ha altri palcoscenici; ad esempio, anche quello del saggio o del catalogo che può e deve, se di valore, essere consultato come riferimento ben oltre la durata di una manifestazione temporanea (parli ad una che si vanta – accidenti – di possedere tutte le edizioni dei cataloghi della Biennale di Venezia dalla prima sino agli anni ’70, e qualche altra dopo quel decennio). E’ certamente come dici tu: un filmato può rendere più di mille parole (soprattutto nel caso delle performances, ma anche in altre situazioni). Non ho nulla da eccepire su questo, anche perché non ho strumenti per capire davvero se “funzioni” maggiormente questa combinazione (molte immagini e poche parole ben concepite), o il contrario (poche immagini e un commento lunghetto e un po’ di circostanza). Anche se la risposta me la do da sola.
      Quello che vorrei sottolineare è che la rete è stracolma di immagini (è fatta per questo) che rendono l’immediatezza di un avvenimento. Ma, a meno che l’argomento non sia di stretta attualità (ad esempio la ripresa di un combattimento in strada in zone calde – purtroppo tante – dove imperversa una guerra) e la situazione complessa per l’operatore, la qualità del prodotto è per me fondamentale. Quindi, anche come dici tu, è necessario mantenere un buon livello della produzione, con qualsiasi mezzo si voglia riprendere la manifestazione d’arte, che non è certamente campo di battaglia se non in qualche rarissimo caso.
      Ciò che intendo dire è che, anche seguendo i tuoi consigli – che personalmente ritengo interessanti e da verificare nella realtà, insieme a quelli di Sibilla (già detto) -, chi si appresta a fornire un servizio “al servizio” deve mantenere una qualità superiore al giornalino della scuola. Il che non significa togliere spontaneità al lavoro, ma conferire una omogeneità a lavori atti a (ad esempio) far parte di un archivio. Questo sia relativamente alla sezione iconografica sia a quella del commento critico (brevissimo, telegrafico, che sia).
      E’ una scelta editoriale, non una questione da valutare fra noi, se non a posteriori.
      Inoltre, preferirei che si smettesse di parlare di “addetti ai lavori” e di “non addetti”, cercando di identificare e distinguere un target di pubblico e di “operatori”. Nessuno – a meno che non sia docente universitario o direttore di museo (e anche lì, si potrebbe discutere) – può legittimamente parlare di critica d’arte ad alto livello. Mettiamoci tutti – invece – al livello più corretto, secondo il mio parere, di chiunque frequenti musei e mostre, ovvero una gran massa di persone (da allargare ulteriormente se possibile ma NON con qualsiasi mezzo), cercando però chi fra noi può compiere al meglio un favore alla comunità senza togliere “il buon servizio all’arte”. A meno che gli intenti non siano diversi da quelli che si proprone una testata di informazione su arte e affini, ma allora non capisco.
      La mia è una “chiamata alla qualità” più che un’indicazione di metodo, di cui, è verissimo, non so nulla riguardo a internet, che frequento troppo poco per poter giudicare con cognizione di causa. E quindi – forse – dovrei tacere.

  • Le immagini e i filmettini rendono più veloce la lettura della mostra. L’utente può decidere con quale velocità ricevere i contenuti, il che è evidentemente duepuntozero.
    Penso che però 800 battute siano troppo poche, anche per una mostra “standard”, visto che con quegli spazi si possono mettere statement ma non proporre ragionamenti. Penso che il bilanciamento corretto sia sulle 1500 (che sono poi due paragrafi) che non consente onanismi da penna compulsiva ma concede parimenti buone armi a chi sa graffiare.
    Graffiare e menar botte con le parole sono le uniche possibilità che il giornalista: non facciamolo combattere con un braccio solo!

  • Qualche ulteriore pensiero sparso, sarò breve perchè qui i commenti superano di gran lunga le 800 battute.

    – non si potrebbe pensare ad una distinzione tra reportage (fotografico/video che sia, io preferisco le fotografie, ma poco conta) e recensione? Per esempio, se come ho capito ritornerà una sezione calendario, rendere possibile all’utente di vedere una galleria foto per invogliare un po’ e poi un collegamento alla recensione che è un aiuto alla riflessione che scatena l’aver visto le opere e uno la legge se è interessato ad un parere altrui. (Spero nessuno pensi davvero che vedere un video possa sostituire la visione dell’arte dal vivo!)

    – certamente, come qualcuno ha già fatto notare, l’importante è la qualità della recensione. Per esperienza personale avere un limite di battute come 800 stimola il bravo scrittore a esprimere molto in poco spazio. Ma sarebbe più giusto lasciare libero chi scrive di dire quello che c’è da dire nelle dimensioni accettate dagli scritti on-line. Che non bisogna mai dimenticare che leggere on-line non è come leggere la carta… E la qualità dei contunuti è da cambiare e credo che proprio in un cambiamento di questo tipo si vedrà che non siete una copia con altro nome di quello che eravate prima.

  • a. p.

    “Graffiare” e “menar botte” con le parole non sono le uniche possibilità che ha il giornalista, il quale può anche illustrare, spiegare, divulgare, narrare, coinvolgere… Anch’io ritengo poche 800 battute, a meno di non voler restar confinati in una ‘nicchia’ sempre più ermetica, ma è pur vero che ci sono mostre che non meritano più di 1200 battute.
    Mi pare che Artribune abbia posto sul tappeto non solo una questione relativa alla critica d’arte, ma anche alla scrittura d’arte.

    • E’ vero che il giornalista può fare anche altro, ma penso che in una recensione sia importante che chi scriva dica succintamente i fatti ed esprima la sua opinione o la problematicità della mostra. Il resto è bla bla o mestiere di storici dell’arte o di scrittori.
      Ne ho lette troppe recensioni-narrazioni o leccatine più o meno velate. Lo scopo della stampa è tenere alto il livello dell’attenzione!

  • udo

    mah, resta il fatto che se togli a una qualsiasi recensione l’aria fritta non restano che 300-500 battute salienti, dove si ‘dice’ qualcosa
    pericò 500-800 mi sembra ragionevole

  • Un esempio di recensione breve in cui si racconta cosa c’è, se in quelle battute invece fosse stata data qualche chiave di lettura non era meglio? http://www.artribune.com/2011/04/bellezza-a-tempo-doppio/

    Credo che se si vuole mantenere un numero di battute così ristretto non si possa perder tempo a descrivere quello che si vede, se uno ha più spazio può unire la mera descrizione a spunti di riflessioni e spiegazioni…

    • burt

      ma la descrizione con così tante immagini (e così grandi) diventa doppiamente didascalica
      proprio perché le cose si vedono di più o meglio, meglio un po’ di sano giornalismo critico no?
      didascalici ok ma SOLO nel senso delle dimensioni!!