Ma come diavolo si fa a dichiarare a un giornale che “un privato non ha convenienza a restaurare opere d’arte”?

E come diavolo si fa a dirlo essendo Giuseppe Basile, essendo un allievo di Cesare Brandi, essendo uno dei più grandi esperti di restauro al mondo? Sarà che L’Unità, per contratto, deve per forza veicolare un tot in percentuale di idee vecchie, superate, fuori dal mondo e dai tempi, ma qui si esagera davvero (ecco […]

Diego Della Valle, sponsor del restauro del Colosseo

E come diavolo si fa a dirlo essendo Giuseppe Basile, essendo un allievo di Cesare Brandi, essendo uno dei più grandi esperti di restauro al mondo? Sarà che L’Unità, per contratto, deve per forza veicolare un tot in percentuale di idee vecchie, superate, fuori dal mondo e dai tempi, ma qui si esagera davvero (ecco l’articolo integrale).
Le dichiarazioni le avevamo lette, ieri, nella rassegna stampa del nostro Francesco Sala, ma poi sommersi dalla giornata… Ad un certo punto però ci si è illuminata la lampadina: ehi ehi, un tecnico del restauro che dichiara, di fatto, di non volere denari privati per procedere al recupero del patrimonio? Che spiega ai privati come a loro “non convenga”? Che dà di fatto del coglione a un tipo come Diego della Valle che si appresta a spendere qualche milioncino per recuperare il Colosseo?
Ma secondo voi, chi è il vero incosciente? Chi investendo una quindicina di milioni costruirà attorno al proprio brand una immagine che neppure spendendo cinque volte tanto con campagne pubblicitarie tradizionali; oppure chi afferma che “il restauro deve essere come la sanità e stare solo in mano pubblica“, non arrivando a capire che la mano può essere sì pubblica, ma che il quattrino che la arma, con opportuni accordi e con reciproche convenienze e ritorni, possa essere anche privato e non gravare su erario e contribuenti?

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  • Davide W. Pairone

    sembra più che altro una provocazione, come a dire che allo stato attuale delle cose (legislazione, burocrazia, tasse, soprintendenze, clientelismi, veti politici incrociati) non conviene né allo sponsor né all’opera stessa. Non credo che il prof. Basile rifiuterebbe i soldi di Della Valle per restaurare L’Aquila ad esempio.

    Oppure c’è un’altra interpretazione possibile di un’intervista comunque infelice e scritta male: il restauro va inteso come qualcosa di sistematico ed organico (come la sanità appunto) su tutto il patrimonio nazionale e non come intervento una tantum su emergenze o nomi di richiamo.

    D’altra parte non penso che Basile sia d’accordo con commissariamenti e interventi d’urgenza gestiti dalla protezione civile, come sembra andare di moda da un po’ in questo campo

  • francesco sala

    caro davide,
    mi auguro che l’intento di basile sia, come lei interpreta, puramente provocatorio.
    certo è che, attenendosi a quanto si legge nell’articolo – e senza frugare “tra le righe” – esce una posizione davvero frustrante, fuori dal tempo e dal mondo.
    auguriamoci di avere l’ennesimo giornalista poco bravo a scrivere e a tradurre su carta il pensiero altrui. altrimenti dovremo prendere atto di come il futuro di tante opere d’arte sia nelle mani di autentici dinosauri.

  • Però, scusate, mi permetto di segnalare che Basile non fa in nessun modo intendere che lo stato deve fare economicamente da solo. Ha solo detto che lo stato deve essere l’unico a fare i restauri perché ha tutte le competenze necessarie (cosa a mio avviso non sempre vera, come ad esempio si può vedere per il privatissimo restauro della Punta della Dogana a Venezia). Probabilmente lui vuol dire che spesso i privati riescono ad avere molta più visibilità dello stato nel momento in cui investono in un restauro. Ma questo, come sappiamo, non è certo colpa loro, quanto piuttosto di una mancanza di cultura della comunicazione da parte dell’ente pubblico.
    Di sicuro l’ultima domanda (la vedete qui sotto) è scritta malissimo da parte del giornalista. Varrebbe la pena di intervistarlo da parte di Artribune, non trovate?

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    Il settore privato può restaurare come l’ente pubblico, lo Stato?
    «No, e non solo per un fattore economico. Il restauro di normaè un’attività di equipe fatto di interdisciplinarietà, di manualità come di teoria.Solo lo Stato ha le tecniche, la cultura, la tradizione, gli esperti in più discipline, dal chimico al fisico all’architetto al geologo e così via.Per me il restauro è come la sanità, deve essere del pubblico.A un privato non conviene fare la manutenzione di un’opera.Nel ’91 ad esempio per Assisi un’azienda pur illuminata come Olivetti mi rispose che non le conveniva perché i media non ne avrebbero
    parlato.Così al Cenacolo di Milano: tutti ricordano che Olivetti ha sponsorizzato il restauro del dipinto, non che lo Stato ha finanziato il recupero architettonico dell’edificio e per una cifra molto più consistente, 5 miliardi di lire allora».

  • Massimiliano Tonelli

    Non mi risulta che Stefano Miliani sia uno sprovveduto: tutt’altro. Dunque…

  • Davide W. Pairone

    beh sprovveduto no, ma viene il dubbio di una certa faziosità tendente a screditare qualsiasi intervento dei privati al di là delle parole di Basile. In ogni caso il concetto di restauro su committenza qualche problema “etico” lo pone. Restauro e conservazione non si basano su criteri di popolarità e ritorno d’immagine per gli sponsor. C’è da dire che anche quando la committenza è pubblica i rischi di manipolazione estetizzante esistono, basti ricordare il gruppo marmoreo di Venere e Marte o La verità svelata dal tempo di Tiepolo, “aggiustati” per conto della Presidenza del Consiglio.
    Insomma, il punto è se intervento dei privati deve essere, che sia regolamentato adeguatamente

  • Davide W. Pairone

    scusate ma due parole sul Colosseo e su Della Valle, dopo la solerzia con cui avete censurato Basile, potreste pure ben spenderle…