QUANDO A ROMA NASCEVA L’HIP-HOP. AMICI, RAGAZZI, MAESTRI
Erano loro i pionieri, guru invisibili e ribelli per vocazione. Con molta passione dentro e nessun progetto chiaro all’orizzonte. Erano la nuova scena hip-hop sbocciata a Roma, mentre saliva la febbre a New York, negli 80’s di Wahrol, Basquiat, Keith Haring.
Quattro gatti in tutta la città, letteralmente. Qualche breaker e graffitaro, un paio di rapper e di dj: ai tempi solo l’esplosione di una curiosità, uno stile che nasceva e si ridisegnava, lentamente, dai codici d’Oltreoceano a quelli – tutti da inventare – della temperie italiana.
Erano dei ragazzini. Futuri maestri di un esercito insospettabile di discepoli: quando il writing e la street art, decennio dopo decennio, sarebbero diventati cultura, milieu, formazione, dedizione, emulazione, e infine trend.
Innanzitutto erano loro, Crash Kid e Napal Naps. Amici dal 1987, quando Crash era già un navigato ballerino on the road. Un talento raro, uno strano tipo che ruotava vorticosamente sulla testa e che i pochi del giro guardavano come un leader, un “king”. Un ragazzo con una luce speciale negli occhi. E con quella scintilla che non si arrestava, dicendo tutta la gioia, l’orgoglio, l’empatia e l’incoscienza d’inventarsi un altro modo d’essere giovani nel cuore della postmodernità: autenticamente underground, antisistema senza pose, ancora lontani da solitudini hi-tech, vuoti di senso e collassi definitivi di valori.

Crash Kid, al secolo Massimo Colonna, fu un po’ tutto questo. Umanità, dedizione, sinergia, esprit creativo e molte skills. Generosamente. Nel 1995, con una crew chiamata The Family, vinse il Battle of the Year, mega raduno internazionale di b-boy e più importante contest di breaking al mondo.
Ho conosciuto Massimo nel 1987, io ero ancora un bambino”, ci racconta Napal Naps. “Al tempo era forse l’unica persona dedita alla breakdance a Roma, la scena dell’hip-hop era una cosa estremamente di nicchia, anche un po’ mal vista. Lui cominciò a ballare nell’’83. Io avevo cominciato a fare graffiti in Australia. Quando l’ho incontrato abbiamo fatto un patto: lui mi insegnava a ballare, io gli insegnavo a dipingere. Ai tempi non c’era internet e gli scambi erano diretti, umani, veri”. Formarono dopo poco la L.T.A., che stava per ‘License to Art’, una nuova crew capitolina: “Andavamo illegalmente nei posti un po’ nascosti a fare le nostre prime cose. In maniera inconsapevole stavamo preparando una pagina di storia dell’arte contemporanea. Erano gli albori. I primi input arrivavano da Nyc, esistevano un paio di libri americani, qualche video, e da lì attingevamo. Oggi, a distanza di 30 anni, i musei cominciano a chiederti i lavori di quell’epoca, mentre incontri gente che ti riconosce come maestro: ma noi, allora, non lo sapevamo”.

L’ALTRO MURO. UN EVENTO IN MEMORIA DI CRASH KID
Crash Kid è morto nel 1997, a soli 26 anni. Una morte tragica, di cui nessuno parla. Per rispetto, per riserbo, per tenere vivo il ricordo contro lo strazio di un giorno sbagliato, di un destino mal scritto e non ancora compreso.
Subito dopo il lutto, a Roma, vide la luce un grande muro di graffiti, in suo ricordo. Muro che col tempo s’è consumato, fino quasi a scomparire. Il Comune di recente lo ha imbiancato e ha chiesto a uno street artist romano, Solo, di pensare a qualcosa per quella parete di nuovo immacolata. E non poteva, quel qualcosa, che essere un nuovo omaggio al ragazzo del breaking.
Il 3 ottobre 2015, a Piazzale della Radio, una mega jam session di graffiti farà rinascere quel wall, dove sarà apposta una targa commemorativa: arriveranno da tutta Italia, i suoi amici di allora, i compagni d’avventura, quei pionieri che oggi, in buona parte, non dipingono più.
Massimo era un grande breaker”, conclude Naps, che ha lavorato alla preparazione dell’evento. “Ma era soprattutto una persona altruista, che spese il suo tempo dedicandosi agli altri. A distanza di 18 anni tutti ne parlano con grande affetto. E tutti hanno voluto essere a Roma per ricordarlo”.
All’amico Crash Kid, Naps ha dedicato tempo fa un piccolo video amatoriale. Frammenti di nastri VHS, vecchie fotografie e una malinconia di fondo, che s’intreccia col sorriso. Nella fortuna e nella gioia d’esserci stati, a preparare quella pagina di storia, a divertirsi come irriducibili guerrieri metropolitani e a scambiarsi una forma speciale d’amore. Che poi, è ciò che resta davvero. A parte gli anni, i cambiamenti spietati, i sogni ancora appesi. A parte gli addii. Nessuna seprazione definitiva, finché il ricordo risuona.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.