Rivelare, custodire, proteggere e valorizzare l’anima degli oggetti. Contro ogni mitologia dell’usa e getta, nel segno di una tradizione filosofica intrisa di spiritualità e orientata verso un’idea del tempo come flusso spontaneo, indistinto  e impermanente. È su questo nucleo di impianto buddhista che si è edificata la concezione estetica giapponese, di cui si permeano dimensione sacra, vita quotidiana, produzione artistica, artigianale, letteraria e architettonica.
Tra gli elementi ricorrenti il Ma, che è il vuoto tra le cose o gli eventi, l’intervallo, la zona neutra densa di possibilità; il wabi-sabi, che fonde la patina e l’usura degli anni (sabi) con l’eleganza austera (wabi); lo shibusa, misto intangibile di raffinatezza e ruvidità; kire, il taglio, metafora del passaggio e dell’assenza di attaccamento alla materia; mono no aware, il pathos delle cose, connesso alla loro transitorietà e insieme alla loro “densità”; yugen, l’ineffabile grazia segreta dei luoghi, dei corpi, delle cose.

Tutti questi elementi, intrecciati lungo un indissolubile unicum spazio-temporale, tornano in diverse forme nel teatro, nell’arte dei giardini, nella poesia, nella pratica architettonica, passando per la cerimonia del tè, lo stile di vita o la maniera di intendere e sentire gli oggetti.  Oggetti che, per i giapponesi, hanno in sé la potenza dell’effimero e dunque il senso ciclico del divenire; hanno un peso, una presenza drammatica, persino un sensibilità; testimoni – come e più degli esseri umani – di una bellezza fatta di grazia e di consunzione.

Di tutto questo si nutre anche l’antichissima arte del Kintsugi, nata intorno al XVI secolo e tramandata di generazione in generazione, coltivata oggi da moltissimi designer e artigiani, anziani o giovanissimi. Kintsugi è una tecnica con cui si riparano stoviglie di ceramica rotte, esaltandone le crepe e le fratture. I cocci, fissati tra loro con un impasto di cera e colla di riso, evidenziano naturalmente le linee di sutura (keshiki), che diventano, insieme alle piccole scheggiature, delle decorazioni spontanee. Qui, lungo le sottili ferite, i maestri di Kintsugi distendono della polvere d’oro, così da riempire e impreziosire le “cicatrici”.  Ed ecco che la sostanza malandata di un piatto o una scodella, i segni della loro fragilità e impermanenza, diventano una storia da raccontare, un insegnamento da conservare, una scrittura aurea in cui trovare il senso delle cose.

La pratica del rattoppo è allora un modo per produrre bellezza nuova a partire dal vecchio, dall’unicità degli oggetti e dal loro insistere nel solco di un tempo sacro, circolare, non cronologico. E sono come paesaggi, gli intrecci luminosi e malinconici dei keshiki. Linee irregolari, ruvide, imperfette, consunte, in cui si disegnano la grazia, l’eleganza e la nobile pienezza del vuoto. Scartando l’idea consumistica della distruzione e della sostituzione, in favore del concetto di rigenerazione, di infinita narrazione, di cura.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
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