In principio fu “Work Relation”, nel 1978, insieme al fedelissimo Ulay. Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, Marina Abramovic è sola, a riproporre quella performance: come unico partner c’è un brand tra i più iconici in ambito sportivo. Adidas. Ne è venuto fuori un prodotto dalla natura ibrida, un po’  corto cinematografico, un po’ spot, un po’ video d’artista, girato in un bianco e nero evocativo. L’occasione sono i Mondiali di calcio del Brasile, celebrati, nelle ultime ore di pathos, anche da questo esperimento d’autore. Sport e arte contemporanea? Perché no. Un binomio che funziona e che spesso trova posto tra le pieghe dei grandi eventi agonistici, veicolando immagine, stile, contenuti.
Tutto ruota intorno ad un’azione semplice, ma metaforicamente densa: trasportare delle grosse pietre da un lato all’altro di una stanza vuota. L’approccio è di tipo sociale: come portare a termine, nella maniera meno faticosa, più duratura ed efficace, un compito apparentemente immotivato. E il valore e l’utilità sono tutti nelle strategie adottate: dei tre modelli proposti – muoversi da soli, in coppia o in squadra, servendosi solo delle mani o di qualche secchio – l’ultimo, basato sul concetto di catena umana, è quello che garantisce resistenza. Si arriva fino in fondo, si soffre meno, si termina prima. Il tutto con il conforto di un paio di comode sneakers Adidas: l’accessorio, nella neutralità delle cliniche mise, accomuna tutti i performer.

Semplice e lampante il messaggio: insieme si vince. Solidarietà, cooperazione, coordinamento, disciplina, sono valori irrinunciabili, di cui lo sport incarna tutto il senso e la ragione. Valori che ogni sistema produttivo può assumere ed esercitare, facendone il perno del proprio ethos e il cuore del proprio metodo migliore.
E mentre i puristi e gli intransigenti storcono il naso di fronte a questa nuova deviazione pop di Sua Maestà Marina, ancora traumatizzati dalla recente collaborazione con l’istrionica Lady Gaga, lei tesse gli elogi della corrispondenza manifesta tra sport e arte, recitando nel video con voce solenne: “The chain is the most efficient message. The chain has the most endurance. The chain stays forever”. Per sempre in pista, per sempre vincente, Marina. Anche nella ripetizione, nell’autocitazione, nella pratica scaltra, nostalgica e commerciale di un impeccabile remake.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Danilo Torre

    Io credo che, come tutte le storie romanzi e film la cosa che in genere rimane più impressa al pubblico è la fine. La carriera di un artista è lo stesso. Dal film “The Artist is Present” che ricostruisce le vicissitudini artistico/amorose di Ulay e Marina, delineandone il profilo dei due personaggi, possiamo stabilire(secondo noi) chi ha vinto e chi ha perso nella loro scelta di vita. Dopo aver visto questo video posso solo dire che Ulay ha vinto su tutti i fronti. Spero che la Abramovic faccia qualcosa di veramente buono per farsi perdonare questo atto di avidità, con sto scivolone marchettaro. P.s. magari poteva coinvolgere i dipendenti indonesiani dell’adidas per la performance.