Ogni inverno è un triste bollettino, a cui le città assistono impotenti. Gli homeless deceduti per via del freddo, tra gli stenti e l’assenza di cure mediche, sono uno dei volti più spietati di un tempo che si volge al culto dei consumi, al progresso tecnologico e al mito del benessere, ma clamorosamente cieco dinanzi alle proprie contraddizioni. Nella frenesia del quotidiano, che mischia grandi e piccoli egoismi, lotta per la sopravvivenza e pratiche consuete di indifferenza, l’invisibilità degli ultimi diventa condizione condivisa, ennesimo fallimento politico e culturale.
E intanto loro esistono, tra le maglie di società complesse e di città in espansione, spesso fuori controllo; esistono e continuano ad aumentare, là dove il cortocircuito economico e la fragilità del welfare si fanno inaggirabili. Sono cittadini di comunità senza luogo, senza volto, senza destino; sono i nuovi poveri, i suicidati delle crisi, i senzatetto, i figli di una marginalità che in Occidente non trova argine, soluzione.

Camminare per le vie di una metropoli, aguzzando la vista e connettendosi con una qualche sensibilità assopita, significa accorgersi, daccapo, di quel margine. E accettarne il carico di inquietudine che ne viene. Persino di responsabilità. È quello che ha fatto in questi mesi Andres Serrano, tra i più noti artisti americani viventi, con il progetto dal titolo “Signs of the Times”, dedicato agli homeless e i mendicanti di New York. Un’altra faccia della Grande Mela, inguardabile, scomoda, persino oscena. Scampoli di miseria e di disperazione, seminati tra le sfavillanti avenue e le monumentali architetture contemporanee.
Mi sono immerso nel progetto, uscendo quasi quotidianamente e camminando cinque, sei, sette ore al giorno“, racconta. “Una volta ho anche camminato dodici ore fino ad Harlem, passando dall’East al West side e poi fino a Battery Park, per ritornare quindi a casa. Non ho mai preso i mezzi pubblici perché se gli homeless vivevano per strada, io sentivo che dovevo camminare per la strada, come loro“. Ed ecco, durante questi unghi tour di ricognizione, il gesto inatteso e pieno di senso: a ognuno la stessa domanda, una proposta assurda e sempre ben accolta. Venti dollari in cambio del loro “cartello della carità”. Serrano ne ha collezionati duecento, pezzi di cartone scritti a mano, per chiedere aiuto, denaro, un pezzo di pane, un po’ d’attenzione. Messaggi lanciati ai passanti, qualche volta ironici, poetici, essenziali o dettagliati, divenuti tra le mani dell’artista materia prima per un’azione simbolica e insieme di narrazione, di denuncia, di pensiero. Un’opera politica? No, dice lui. “Non voglio definirlo un lavoro politico, perché se lo fosse, di quale politica si tratterebbe? Io sono un artista. E gli artisti vedono le cose in modo diverso. Una delle cose che vedo sono i cartelli dei senzatetto. Sto comprando questi cartelli perché vedo ognuno di essi come una storia. E ci sono molte storie qui, che dovrebbero essere ascoltate“.

Nomades (Mary), photography, 1990, © Andres Serrano
Nomades (Mary), photography, 1990, © Andres Serrano

Un progetto che parte dunque dall’idea del racconto, ma che certo muove da uno sguardo ferocemente critico e dal bisogno di innescare una provocazione: “Sign of the Times è una reazione a un’ingiustizia sociale e a una tragedia. È la testimonianza di quanti uomini e donne senzatetto vaghino per le strade in cerca di cibo e di riparo. È anche una cronaca dei tempi in cui viviamo. Pochi giorni fa sono stato a Parigi per inaugurare una mia mostra. Sono stato immediatamente colpito da tutta la gente che stava per strada. Più di venti volte ero stato a Parigi e non avevo mai visto tanti homeless nella Città dell’Amore. Il mio progetto avrei potuto farlo là, alla stessa maniera“.
Andres Serrano, che negli anni Novanta aveva già dedicato agli homeless di New York un ciclo di potenti ritratti fotografici, torna oggi sul tema con un lavoro di taglio sociale e relazionale, superando l’incisività estetica tipica della sua ricerca, in favore di un’indagine profondamente umana, intima, immediata. Un gesto povero, per esplorare da vicino spazi di povertà e di solitudine.
Oltre a una grande attenzione mediatica, Serrano ha ricevuto “diversi abbracci e molti ‘God Bless You’“. Slanci di riconoscenza per un biglietto di venti dollari sganciato in cambio di niente, ma soprattutto per quel tempo speso sul margine, accanto all’esercito invisibile di uomini senza nome, senza casa, senza presente. A cui restituire la dignità di un’immagine, di una storia.

Helga Marsala

CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Rosanna Grigolon

    Semplice, ricco di contenuti, ma devastante a livello emotivo…é stato come toccare per qualche minuto i sentimenti delle persone….il bello è di non aver utilizzato immagini forti, muove ogni tipo di emozione e sentimento….bellissimo!!!!

  • Angelov

    Un aspetto negativo della socialità, è che provoca una specie di naturale ed istintivo relazionarsi agli altri, ma anche un misurarsi con chi ci circonda; questo fa sì che un povero ai margini della strada fa sentire ricco chi lo avvicina, anche se veramente in realtà non lo sia; c’è bisogno di zingari o lavavetri per sentirsi dei veri signori, anche se si è solo dei meschini, poiché i paragoni troppo facili non portano mai a niente.