Non giurerò di essere fascista“. Parole austere e perentorie, che portano con sé tutto il coraggio di essere, ottant’anni fa, controcorrente. Giuseppe Antonio Borgese era un libero pensatore, innanzitutto. Scrittore, romanziere, poeta, politologo, docente, giornalista, critico letterario e viaggiatore, nato sotto la stella della disobbedienza. Senza clamore, senza battaglie sul campo se non quelle della penna e dell’intelligenza, praticò una sovversione di natura intellettuale e morale: quella dell’uomo schivo, riservato, avvezzo a elaborare il dubbio ed il tormento passando attraverso il rigore dell’ideale, l’urgenza di libertà e l’avventura della conoscenza. E così, partito per Berkley nel 1931, all’età di 48 anni, per tenervi una serie di lezioni come visiting professor alla University of California, finì col restarci per 18 anni di fila: la breve esperienza di lavoro, che lo vedeva allontanarsi dalla sua cattedra di estetica e storia della critica all’Università di Milano, si tramutava in un lungo esilio, dovuto al suo rifiuto di sposare la fede fascista.
Il regime, a Borgese, non piaceva. E non gli riusciva proprio di allinearsi e di tradirsi, in ragione della convenienza, della carriera o della prudenza. Sebbene Mussolini avesse tenuto un occhio di riguardo per la sua persona, stimandone cultura ed intelletto (addirittura nel 1923 gli aveva chiesto in gran segreto, con esito positivo, di fare da paciere tra lui e D’Annunzio), l’autore soffrì presto il clima di pesantezza politica, le tensioni col Corriere della Sera (di cui fu collaboratore fino alla morte) in merito alle faccende di politica estera, la china antidemocratica assunta dal progetto mussoliniano e, non ultime, le aspre contestazioni degli studenti del Guf – Gruppo Universitario Fascista, sfociate poi in un episodio di pestaggio. E fu proprio dopo quella violenza subita che decise di salpare in direzione Stati Uniti d’America. Era il luglio del 1931 e solo un mese dopo il regime avrebbe imposto il giuramento di fedeltà ai 1251 docenti universitari d’Italia: Borgese fu uno dei 13 coraggiosi che, non scendendo a compromessi con le proprie convinzioni, rifiutarono la cattedra.

Nonostante fino a quel momento non avesse praticato in maniera troppo evidente o rumorosa il suo antifascismo, il professore decise dunque di esporsi e di prendere la drastica decisione. Manifestando il proprio dissenso, oltre che in diverse pagine dei suoi diari – “Tranne l’amor di patria, che io però non so concepire come odio alle patrie altrui, nulla è in me che sia fascista. Come posso io giurare di educare fascisticamente la gioventù?” – anche nelle due celebri lettere indirizzate a Mussolini, una scritta dell’agosto 1933, la seconda dell’ottobre 1934, pubblicate nel 1935 a Parigi (“Quaderni di Giustizia e Libertà”) e stampate in Italia solo nel 1950 sulla rivista “Il Ponte”.
Diceva, in uno dei molti fogli della prima missiva: “Tutto ciò che è separazione e dissidio è estraneo, oggi e domani alla poesia: insurrezione romantica dell’individuo, rissa dei partiti e delle classi, furore e sacro egoismo degli stati. La sua parola potrebb’essere quella di Antigone a Creonte: ‘Non per odiare con chi odia, ma per amare con chi ama, io nacqui'”. Parole di chi, nell’incontro tra impegno civile e vocazione letteraria, per esistere non può che assumere la verità della scrittura e l’evidenza nitida del proprio ideale. Nel nome dell’armonia.
E ancora: “Al mio diritto naturale d’essere, con dignità ed onore, senza immeritata offesa e ingiusto timore, cittadino nella mia terra, si aggiungono l’opera e il lavoro, ai quali non mancò mai desiderio di verità e di bene“; e se qualcuno avesse impedito tutto questo, ecco la necessità di meritarsi il “diritto di cittadinanza in quella patria che già Dante e Mazzini e altri nostri maggiori posero di là da ogni confine“. Cittadino del mondo, piuttosto che servo, spergiuratore o cortigiano.
Mio luogo di vita”, avrebbe poi scritto nell’altra lettera, “non può essere se non laddove sia permesso allo scrittore d’essere veramente scrittore, cioè di scrivere il suo pensiero“. Schietta, semplice, autentica rappresentazione del senso del ripudio di ogni regime.

La città sconosciuta, di Federico Sanovitto - locandina
La città sconosciuta, di Federico Sanovitto – locandina

La Fondazione Giuseppe Antonio Borgese, istituita nel 2002 a Polizzi Generosa – cittadina madonita in provincia di Palermo, che diede i natali all’autore – da quattro anni promuove, tra le varie attività di ricerca, il FilmFestival sul Paesaggio, manifestazione dedicata ai rapporti tra storia, letteratura e paesaggio, nonché all’approfondimento sulla figura di Borgese. Quest’anno – 18 agosto 1933 – ricorre l’ottantesimo anniversario di quella prima lettera al Duce, ferma presa di posizione che sanciva la tormentata rinuncia all’insegnamento nell’amata Milano.
Per l’occasione, il festival ospita una doppia presentazione editoriale: la ristampa de “Le lettere a Mussolini di G.A. Borgese” (a cura della Fondazione G.A. Borgese, insieme a Navarra Editore) e l’uscita del saggio  “No, io non giuro” di Gandolfo Librizzi, direttore della Fondazione. Sempre il 18, alle 10.30, una targa commemorativa verrà apposta sulla facciata principale del Municipio, con una cerimonia istituzionale seguita da un momento solenne: le voci narranti di Pietro Polito e Vincenza Lo Bianco declameranno i nomi dei professori che, nel difficile clima di allora, decisero di non giurare, leggendo di ognuno le motivazioni ufficiali del rifiuto.

Elisabeth Mann e Giuseppe Antonio Borgese, Chicago
Elisabeth Mann e Giuseppe Antonio Borgese, Chicago

Durerà in tutto otto giorni il Festival di corti e lungometraggi, per lo più incentrati su temi storici, politici, sociali, ambientalisti. In apertura, il 10 agosto, il recentissimo film di Federico Savonitto, La città sconosciuta, dedicato alla figura di Giuseppe Antonio Borgese (dal titolo di una sua novella del 1925): un viaggio sulle tracce dello scrittore-viaggiatore, incrociando quegli autori (da Leonardo Sciascia alla moglie Elisabeth, figlia di Thomas Mann) che gli fecero da da maestri, da compagni, da discepoli o estimatori. Savonitto ne ha incontrati alcuni, nel suo viaggio da Polizzi Generosa a Chicago, da Fiesole a Berlino. E la storia è quella di un uomo sempre in viaggio, inquieto, appassionato, assetato di conoscenza, perennemente in cerca di un equilibrio interiore e di una direzione salda.

Tra i film in concorso, invece – 70 titoli italiani ed internazionali, per le due sezioni “Il paesaggio bene comune da preservare” e “Il volto umano come paesaggio racconta gli incontri” – pubblichiamo la versione integrale di Memorial, scritto e diretto da Francesco Filippi. Una breve favola in cui poesia, denuncia socio-politica e spirito visionario si mescolano, nel racconto di un incontro apparentemente casuale, forse scritto nel destino. Un vecchio reduce di guerra e una bambina. Decine di nomi incisi sulla pietra, in memoria dei caduti di chissà quale tempo e quale luogo. Trovarsi, parlarsi, ricordare: la disperazione è nell’unico nome che sfugge, il nome dell’amico perduto in battaglia. Ma chi è il fantasma e chi il testimone? Chi il ricordo e chi la coscienza? Chi il presente e chi il trapassato? “Non ti ho ucciso io, è stata la guerra”. Con un sorprendente capovolgimento finale, la scoperta del nome disperso è proprio mell’immagine dell’innocenza. E su quel muro di nomi, che ha la potenza del monumento e la fragilità della storia, si iscrive il disagio della colpa che inchioda e ritorna.
Memorial, uscito nel 2013, sta partecipando a diversi appuntamenti in Italia e all’estero, dal Festival Internacional de Cine Pobre, in Messico, al Foggia Film Festival (sezione fuori concorso), dal Film Festival di Castellaneta, in Puglia, al Premio Carpine d’argento-Cortifestival sulle problematiche sociali”, in Campania, dove si è aggiudicato la vittoria.

Helga Marsala

IV FilmFestival sul Paesaggio
10-18 agosto 2013
Fondazione Antonio Borgese – Polizzi Generosa, Palermo
www.fondazioneborgese.it

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Luna d’argento

    Ottimo articolo, che ci presenta in modo chiaro, esauriente e affascinante, un personaggio autentico, coerente al massimo con le sue idee, disposto a sacrificare tutto per poterle proclamare liberamente, in un periodo nero della nostra storia, in cui i più scelsero di asservirsi al potere e alla dittatura. Sono gli uomini come lui, anche se pochi, a darci ancora un barlume di speranza e l’incentivo a lottare per la giustizia e per la vera libertà . Molto interessante l’evento del Festival, perla di promozione della cultura in Sicilia, in un panorama generalmente desolante.

  • Con “Rubè” e “I vivi e i morti” venni a conoscenza, da adolescente, per la prima volta nitidamente, di cosa significasse il termine romanzo civile e di poterne godere appieno nella lettura.
    Borgese, figura grandiosa del novecento, il suo rigore, la sua finezza d’animo: qualità che Sciascia cercò di imitare; ma non ne sono affatto certo che vi sia riuscito, essendo diventato egli alla fine uno scrittore-autorità, il forgiatore di un conformismo letterario che ha generato infine una corrente deleteria sia per la Sicilia che per la letteratura italiana stessa: lo sciascismo.
    Con Borgese tutto ciò non poteva accadere e non accadde perchè egli rimase sempre un “anticlassico” e un uomo antisistema.

  • Fabrizio Spinella

    L’altra faccia di Giuseppe Antonio Borgese, dal “Diario” di Orio Vergani (“Le misure del tempo”, Leonardo editore 1990, Baldini&Castoldi 2003:
    (5 dicembre 1952, morte di Borgese) «Io non amo giudicare nessuno, ma tutto si poteva dire di Borgese meno che fosse un “brav’uomo”. […] Se fosse stato nominato accademico, Borgese non avrebbe lasciato l’Italia. Il suo “esilio” – che si iniziò con un comodo viaggio autorizzato dal governo fascista e pagato sontuosamente dal “Corriere” – è avvenuto fra i quarantacinque e i cinquant’anni e ha coinciso, probabilmente, con la crisi di una “menopausa” spirituale. Era il modo di sostituire alla placida e noiosa vita di famiglia – la moglie [Maria Borgese, scrittrice di cronache romanzate -NdC] era una buona e devota compagna: ma Borgese non le perdonava i suoi libri e in genere tutta la sua letteratura – un’avventura quasi romantica. […] Non interessa il caso “politico” di un uomo che a quarant’anni sognava di diventare ministro in qualche governo dell’imemdiato primo dopoguerra. Interessa il fatto umano ch’egli abbia lasciato in Italia una famiglia in miseria, una vecchia moglie ammalata di cuore e costretta a salire le scale della biblioteca di Brera per andare a cercare materiale per i suoi libri di varietà letterarie. Purtroppo il vecchio Borgese non misurò la cattiveria e il ridicolo di diventare, ultrasessantenne, bigamo e cittadino americano. Mi addolora che fra lui e suo figlio [Leonardo] si fosse stabilita, dopo la morte di Maria Borgese, una lamina di ghiaccio: ma comprendo come per Leonardo fosse difficile buttare le bracciaal collo di un padre che si era dimenticato di essere padre e marito.»
    (Oriani ricorda anche nel suo diario che Borgese non avrebbe voluto sposare Maria Borgese dopo averla messa incinta e che fu il filosofo Benedetto Croce a spingerlo al matrimonio e al riconoscimento del figlio. Borgese acconsentì per non perdere la protezione di Croce. Osservava Oriani: «Comincia con questa pagina il romanzo familiare di quello che qualcuno chiama nei necrologi “maestro di vita». Il figlio Leonardo, che aveva sofferto troppo per il comportamento di Borgese, non volle recarsi al capezzale del padre morente.)

    • Angelov

      Da un siffatto commento, ho potuto dedurre che la spesso citata “Macchina del Fango”, non è una invenzione recente, ma era già presente in tempi apparentemente non sospetti; e se poi a questo, vi si aggiunge anche l’imprimatur del Corriere della Ser(v)a, allora il tutto assume un quid di ufficiale e storico indelebile.

  • Fabrizio Spinella

    Elena Carandini Albertini, figlia dell’antifascista Luigi Albertini (direttore del Corriere della Sera) e moglie del conte liberale Nicolò Carandini, raccontò nel suo diario, il 21 giugno 1950, di avere avuto ospiti a pranzo Borgese con, tra gli altri, Ferrara e Pannunzio: «Ma Borgese ha fatto a tutti un’impressione penosa: pontificava, sragionava, dava lezioni su tutto e su tutti» (“Le case, le cose, le carte – Diari 1948-1950, edizioni Il Poligrafo, Padova, 2007).

  • Fabrizio Spinella

    Ovviamente, nella citazione riportata dal diario di Orio Vergani c’è un refuso, là dove si scrive Oriani al posto di Vergani.