Intramontabile classicità. Alla Gamec di Bergamo

Gamec, Bergamo – fino al 4 maggio 2014. Si racconta la memoria dell’antico nell’immaginario contemporaneo. Un tema non nuovo, ma che continua a ispirare curatori di tutto il mondo. A Bergamo, lo svolgimento è riuscito solo a tratti.

Giulio Carpioni, Baccanale, 1665-1670

Nell’incipit del catalogo della mostra Il classico nell’arte, Giacinto di Pietrantonio chiosa Novalis: “L’antichità non ci è data in consegna di per sé […] al contrario, tocca a noi saperla evocare”. Lo fa per giustificare l’argomento dell’esposizione, e cioè che esista una persistenza del classico nell’arte moderna e contemporanea e che si presentino quindi sopravvivenze e rinascenze dell’antico nel tempo. Una tesi, oramai abusata, dichiaratamente ispirata alle teorie warburghiane e che è qui illustrata in modo impreciso e arbitrario: più che presentare esempi di Pathosformeln nel senso di formule gestuali e visive riemergenti, si predilige la citazione e quindi l’accostamento di opere che volutamente si richiamano l’un l’altra. Lo si evince all’inizio dalle pose plastiche con cui le modelle di Vanessa Beecroft (VB62/Spasimo Palermo, 2008) dichiarano il debito alla tradizione statuaria neoclassica. Citazione che si fa esplicita nella seconda sala con l’esposizione di “copie da Michelangelo” (Anonimo, Leda e il Cigno, metà sec. XVI; Artista del Centro Italia, Pietà, 1550 ca.) considerato quest’ultimo l’ispiratore del fenomeno manierista che fu, notoriamente, anticlassico. Meritevole la terza sala, in cui, come un chiasmo policleteo, due opere di Giulio Paolini (Intervallo, 1995; Giovane che guarda Lorenzo Lotto, 1967) dialogano con un torso in gesso del Laocoonte e i volti degli studenti dell’Accademia Carrara (Adrian Paci, Giovani che guardano Giulio Paolini, 2006).

Valerio Carrubba, Olson is in Oslo, 2012
Valerio Carrubba, Olson is in Oslo, 2012

La quarta sezione, dedicata a “maschere e volti”, accosta opere che appartengono al genere della ritrattistica: il turbante posto sopra il capo dell’empirista di Charles Avery (Untitled, 2009) compone insieme ai cappelli rinascimentali (Artista lombardo, Personaggi, primo quarto del XVI secolo) e le pelose acconciature di Valerio Carrubba (Head, 2010) una sinfonia di stravaganti busti-ritratti. Il percorso si conclude con il concetto fondante dell’esposizione, il presente che si volta verso il passato: l’erma di Giovanni Volpato (Erma con il doppio ritratto di Mengs e de Azara, 1785-1789) guarda simultaneamente indietro verso l’Andromeda di Pietro Bernini (1615) e il Baccanale di Giulio Carpioni (1665-1670) e in avanti, incrociando gli occhi della copia dell’Arringatore di Michelangelo Pistoletto (L’Etrusco, 1976). Raggruppare le quaranta opere per sezioni tematiche indebolisce l’obiettivo d’illustrare l’idea di classico secondo il metodo di Warburg. Meglio sarebbe stato far evocare la classicità direttamente alle immagini, dislocandole nello spazio secondo criteri simili a quelli utilizzati nell’atlante Mnemosyne.

Barbara Morosini

Bergamo // fino al 4 maggio 2014
Il classico nell’arte
a cura di Giacinto di Pietrantonio

GAMEC
Via San Tomaso 53
035 270272

www.gamec.it

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Barbara Morosini
Laureata in Conservazione dei Beni Culturali e in Teoria, tecniche e gestione delle arti e dello spettacolo, s’interessa di arte in tutte le sue manifestazioni, senza limiti di tempo e di spazio. Particolarmente interessata alla museologia e alla tematica del display, cerca d’interpretare le opere anche per mezzo del loro necessario rapporto con lo spazio espositivo. Scrivere è per lei un modo di fare ordine e riferire con fedeltà quanto il discorso espositivo intende comunicare.