Tutto lo charme di una porta nigeriana. Alla Maison Rouge

Arte aborigena e antichità, maestri classici e arte contemporanea. A metà fra la mostra e l’allestimento museale: alla Maison Rouge di Parigi Jean-Hubert Martin costruisce uno dei suoi “musées de charme” con l’eclettica collezione del tasmaniano David Walsh.

Théâtre du Monde, la maison rouge, 2013 - Duet Room , copy MONA:Rémi Chauvin Image Courtesy MONA Museum of Old and New Art, Hobart, Tasmania, Australia

Chi nel 2007 avesse visitato a Venezia, a Palazzo Fortuny, la mostra Artempo, entrando ora alla Maison Rouge avrà una forte sensazione di déjà-vu. E avrà più avanti modo di constatare quanto la sensazione fosse fondata: anche qui c’è un eclettico collezionista al centro dell’attenzione, affini sono le atmosfere e l’approccio agli spazi e alla selezione delle opere, e soprattutto c’è lo stesso curatore. Quel Jean-Hubert Martin studioso della prima ora delle culture artistiche “esotiche” – la sua mostra Magiciens de la Terre, al Centre Pompidou, resta una pietra miliare -, ora alle prese con l’area australiana. L’eclettica raccolta alla quale la Maison Rouge dedica Théâtre du Monde, la decima mostra del ciclo “Collection privée”, è infatti quella di David Walsh, bizzarro – e ricchissimo – imprenditore australiano, fondatore in Tasmania del Museum of Old and New Art. Tutto nato quasi per caso, quando lui, in Nigeria per affari, scoprì che gli era vietato ripartirsene con del denaro, ma non con delle opere d’arte. “Vidi la bellissima porta scolpita di un palazzo, la comprai e me la portai a casa”. Dal 2007 è nato il MONA – acronimo del suo museo -, un caso di studio, un luogo agli antipodi, non solo geografici, con la concezione classica del museo: un centro d’arte di 6mila metri quadrati che è anche la sua casa, e dove in certi periodi i battelli (unico mezzo per raggiungerlo) scaricano anche 3mila visitatori ogni giorno. “L’obiettivo dei musei è quello di essere depositari della saggezza; il mio è di esplorare i dubbi”.

Théâtre du Monde, la maison rouge, 2013 (foto Marc Domage)
Théâtre du Monde, la maison rouge, 2013 (foto Marc Domage)

Un approccio al collezionismo, il suo, influenzato proprio dall’incontro veneziano con Martin, e dalla sua visione di collezione come “Musée des charmes”. “Io non ricerco oggetti omologhi per studiare le loro differenze, piuttosto raccolgo oggetti disomogenei per valorizzarne le affinità”, spiega Walsh nel catalogo. Una visione che trova piena testimonianza nella mostra parigina, che presenta una ricca selezione delle raccolte del museo, assieme ad oggetti – prevalentemente sculture e tessuti aborigeni – del Tasmanian Museum and Art Gallery di Hobart. Un progetto che mette in crisi – lo faceva anche Artempo – il concetto stesso di mostra, nell’accezione usuale: cosa si aspetta il visitatore da un’esposizione (o da un allestimento museale, che in questa ottica è un po’ la stessa cosa)? Una documentazione, magari cronologica, dell’opera di un artista? La lettura, in una collettiva, di un determinato tema? No, qui troverà – per usare le parole di Jean-Hubert Martin – “la juxtaposition des oevres pour susciter un plaisir visuel”. Piacere visivo, primario, senza ratio, quasi senza cultura.

Théâtre du Monde, la maison rouge, 2013 (foto Marc Domage)
Théâtre du Monde, la maison rouge, 2013 (foto Marc Domage)

Associazioni scioccanti, atmosfere avvolgenti, forme magari stridenti ma che virtuosamente si compendiano. E si leggono con prospettive nuove. Arte aborigena e antichità, maestri classici e arte contemporanea. Ecco lo Skull di Jan Fabre, sovrastato dal dipinto Stealth di Herbert Dicksee, far da quinta al cavallo sospeso da Berlinde De Bruyckere (P XIII). In un’altra sala Great Deeds Against the Dead di Jake e Dinos Chapman confrontarsi con la maschera dello Spirito Panjurli, dal Karnakata; e poi ancora i ventilatori di Zilvinas Kempinas “danzare” sotto a due palchi di corna di cervo. L’Autoritratto di John Coplans riposa sopra un gong dell’800, dalle Isole Fiji; e gli occhi archiviano conchiglie, antichi strumenti scientifici, scheletri inglesi, calzature Yoruba nigeriane, corpi straziati da Hans Bellmer, vasi canopi egiziani di 3000 anni or sono, libri animati inglesi dell’800. Con una “sceneggiatura” ispirata da un intellettuale italiano – un altro, dopo Marino Auriti alla Biennale di Gioni – del Rinascimento, Giulio Camillo, che intorno al 1530 iniziò a creare per il Re Francesco I di Francia un Théâtre de la Mémoire, che doveva contenere tutto il sapere e la conoscenza umane. Sceneggiatura che si traduce in una successione di sale segnate da un lemma ispiratore: Epifania, Genesi, Duo, Mutazione, Conflitto. Un piccolo, coloniale, charmant Palazzo Enciclopedico…

Massimo Mattioli

Parigi // fino al 12 gennaio 2014
Théâtre du Monde. La collection David Walsh
a cura di Jean-Hubert Martin
LA MAISON ROUGE
10 Boulevard de la Bastille
www.lamaisonrouge.org

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.