“Vogliamo tutto”. Il 1963 alle Gallerie d’Italia

Alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala, una mostra di trenta opere cerca di dipanare la matassa inestricabile del clima artistico italiano negli Anni Sessanta. L’approccio è innovativo, ma l’impresa è forse troppo ardua. A Milano, fino al 27 ottobre.

Mario Schifano, Con Anima, 1963

Nel 1963, l’anno in cui morivano Giovanni XXIII e John Fitzgerald Kennedy, chiudeva Alcatraz e, mentre Martin Luther King pronunciava il suo “I have a dream” e i Beatles incidevano il loro primo LP (Please Please Me), forse tra le pause delle prime telefonate di Lyndon Johnson a Nikita  Chrušcëv, Alberto Arbasino, Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Renato Barilli, Achille Bonito Oliva, Francesco Leonetti e Nanni Balestrini – oltre a tanti altri – rinserravano le fila del Gruppo 63, che tentava di trovare nell’incessante sperimentalismo la possibilità di un superamento delle forme letterarie tradizionali. Concependo il fatto letterario come meccanismo, iniziarono anche a fare i conti con la tecnologia che iniziava a insinuarsi nei rivoli della vita quotidiana. E non saranno stati esperimenti vani né strane congetture, se oggi il tanto elogiato nuovo percorso espositivo del Madre di Napoli si apre con il Tristanoil di Balestrini, film infinito continuamente rigenerato nella combinazione casuale di stralci di brani visuali e vocali.
Ma quello stesso anno muoiono Piero Manzoni e Francesco Lo Savio, e Maurizio Calvesi inaugura la sua mostra L’Informale in Italia fino al 1957. Tre punti di riferimento – un po’ posticci, a dire il vero – per iniziare un discorso sul superamento dell’Informale, in Italia. Che poi significa fare una panoramica dell’arte italiana degli Anni Sessanta. E allora ecco affacciarsi le trenta opere in mostra: da Piero Dorazio pre-Op ad Antonio Sanfilippo, passandro attraverso Giò Pomodoro e la Scuola di Piazza del Popolo, con il suo Pop all’italiana, senza dimenticare il fiorentino Gruppo 70 di Luciano Ori e Giuseppe Chiari, sospeso tra verbovisuale e Fluxus, ma anche concentrandosi su esperienze solitamente meno alla luce dei riflettori, come il Gruppo Uno o quello milanese del Cenobio.

Giuseppe Chiari, Musica segnata, 1972
Giuseppe Chiari, Musica segnata, 1972

Una gran messe – forse eccessiva – di interessanti contenuti multimediali compensa i cartellini talvolta non troppo puntuali; l’idea, poi, che dalla mostra parta una visione di quel periodo che si espande lungo il percorso della visita alla collezione permanente è sicuramente importante in un momento storico in cui le mostre sembrano essere eventi a sé, iniziati e finiti la sera dell’opening: uno spunto per concepire diversamente il museo.
Tuttavia, l’orizzonte che viene delineato dalla mostra è molto parziale, fatto solo di suggestioni. Ma non potrebbe essere altrimenti, esponendo opere di una sola collezione, seppur pregevolissima: occorrerebbe, invece, uno sforzo più ampio di collaborazione per approfondire a dovere un periodo storico-artistico nodale, in cui si passò da un’arte più o meno tesa verso la realtà a una totale funzionalizzazione dell’arte alla realtà, per ottenere un’arte plurale, autenticamente mimetica del mondo massificato.

Giulio Dalvit

Milano // fino al 27 ottobre 2013
1963 e dintorni. Nuovi segni, nuove forme, nuove immagini
a cura di Francesco Tedeschi e Francesca Pola
GALLERIE D’ITALIA
Piazza della Scala 6
800 167619
[email protected]
www.gallerieditalia.com

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.
  • Davide W. Pairone

    Se le conclusioni di questa recensione paiono condivisibili non altrettanto si può dire dell’analisi in sé. Quel “posticci” va argomentato