L’estate del Madre è per t(r)e

È fresca la nuova veste del Madre. Fresco il suo consiglio d’amministrazione. Fresco e brillante il suo direttore. Tre grandi mostre e una collezione in progress sono le prime battute per l’estate. Ma anche i sintomi chiari di un progetto innovativo che ripone Napoli al centro dei riflettori dell’arte.

Thomas Bayrle, Feuer im Weizen Jackewiehose - Ausziehen bitte, 1970 - courtesy Thomas Bayrle / Hans Widauer

Nuova veste per il Madre. Nuovo sito web e nuovo logo (un logo che si presenta, al di là di tutte le varie proverbialità e dicerie, scattante, pulito, semplice, accattivante). Ma anche nuovi atteggiamenti interpersonali, nuove e fresche strategie d’intento con il territorio e con un pubblico che diventa – grazie ad Andrea Viliani e a un intelligente consiglio d’amministrazione – punto cardinale di un percorso polifonico legato alla convivialità, alla cordialità, alla compartecipazione, alla condivisione e a quella che Jean-Luc Nancy ha definito essere coesistenza.
Anche il portale d’ingresso ha cambiato volto. È diventato gioioso e glorioso: si è aperto alla città con un colpo d’occhio che invita subito lo spettatore a guardare l’atrio del museo e a spingersi nella ex sala polivalente (oggi Re_pubblica Madre) designata ad accogliere il parere del visitatore, a farsi spazio della repubblica. Di una repubblica delle arti, del popolo dell’arte (e non solo) che può finalmente esprimere la propria opinione, condividere le proprie idee e i propri desideri sull’arte.

Thomas Bayrle, Himmelfahrt, 1988 - collezione privata
Thomas Bayrle, Himmelfahrt, 1988 – collezione privata

La stagione estiva proposta dal Museo Madre mette in campo, oggi, un palinsesto di mostre che illuminano il panorama napoletano (e campano in generale) con una luce estetica effervescente e briosa. Irraggiato dalla ripetizione ossessiva e creativa di Thomas Bayrle (Berlino, 1937), pioniere della Pop Art tedesca assieme a Sigmar Polke, Gerhard Richter e all’indimenticabile Peter Roehr, il terzo piano del museo propone la prima grande retrospettiva italiana (Tutto in uno) di un artista che declina lo sguardo sulla moltitudine. Su una moltitudine (su un fare moltitudine, suggerirebbe Judith Revel) che prende il posto della massa per evidenziare – attraverso una pratica vivace tesa a recuperare la manualità – l’umanità del gesto e del pensiero di fronte alle cose quotidiane.
Tra il feticcio tecnologico e il culto della tessitura (dell’intreccio e della ripetizione di icone o fonemi linguistici che risemantizzano l’enunciato iconico), Bayrle propone un viaggio “governato”, secondo Devrim Bayar, curatrice della mostra assieme ad Andrea Viliani, “da una duplice forza: da un lato c’è una visione centripeta dell’opera e dei molteplici elementi che la compongono, dall’altro un interesse centrifugo per la cultura di massa e le ideologie onnicomprensive, attorno a cui la creazione prende forma”. Una creazione che risingolarizza l’uomo e deserializza il seriale, che si fa critica radicale ai sistemi di governo mediante un processo di scomposizione e ricomposizione che attraversa, con disinvoltura, tematiche di differente natura quali la pornografia, l’alienazione, la propaganda e la denuncia sociale, la sessualità e la spiritualità.

Giulia Piscitelli, Untitled (poltrone), 2008 - collezione Giorgio Fasol, comodato al Madre
Giulia Piscitelli, Untitled (poltrone), 2008 – collezione Giorgio Fasol, comodato al Madre

La vita come “fenomeno estetico recuperabile” (Viola) caratterizza il lavoro di Giulia Piscitelli (Napoli, 1965), presente al secondo piano con una personale (curata da Andrea Viliani ed Eugenio Viola) che si pone come lavoro in corso, come processualità, come esperienza costruttiva, come intermezzo estetico volto a rimarcare una poetica flessibile, mai paga e aperta alla metamorfosi di un’opera infinitamente variabile. Intermedium (titolo dell’esposizione) indica, difatti, una produzione che, se da una parte mostra “un processo creativo non ancora concluso, aperto alle possibilità e non all’assoluto”, dall’altra attraversa le varie anime di una ricerca in divenire il cui volto mira a modificare, alterare e ricalibrare l’opera, quasi ad indicare la pulsante presenza della vita.

Mario Garcia Torres, Today... (News from Kabul), 2006 - courtesy l’artista e Jan Mot, Bruxelles-Città del Messico
Mario Garcia Torres, Today… (News from Kabul), 2006 – courtesy l’artista e Jan Mot, Bruxelles-Città del Messico

Sempre al secondo piano la lezione di Boetti (alla ricerca del One Hotel, Kabul) è la mostra di Mario Garcia Torres (Monclova, 1975) curata interamente da Viliani per prolungare un percorso che non si chiude ma si protrae e dirama ingegnosamente in tutti gli ambienti del museo. Nato da una ricerca anancastica, da un’ossessione creativa che ha spinto l’artista a indagare sul One Hotel di Kabul (Afghanistan), “luogo di residenza e produzione artistica, dal 1971 al 1977, di Alighiero Boetti”, il progetto proposto al Madre crea impossibili contatti, intrecci, dialoghi mancati e preziosi, forme squillanti, gesti e pratiche preziose. An Image I Wanted to Share whit You / Un’immagine che volevo condividere con te (2013), The Given Texture of a Striven Gesture / La trama data di un gesto forzato (2013) e Some Gesture Commonly Used in Kabul, Other That I Employed as I Filmed There and a Few More I Remember Boetti Had Brought Into Play / Alcuni gesti di uso comune a Kabul, altri che ho usato mentre ci giravo il film, e altri che ricordo Boetti aveva messo in gioco (2011) sono alcuni di un processo creativo, di una ricerca antropo-estetica durata otto anni per attraversare, illustrare, creare e ricreare, tessere e ritessere un colloquio poetico e leggero.

Sam Falls, Untitled (Burgundy, Naples, Italy), 2013 - collezione privata, Milano - courtesy T293, Napoli-Roma, in comodato al Madre - photo © Amedeo Benestante
Sam Falls, Untitled (Burgundy, Naples, Italy), 2013 – collezione privata, Milano – courtesy T293, Napoli-Roma, in comodato al Madre – photo © Amedeo Benestante

Accanto alle tre grandi mostre, il Madre offre anche Per_formare una collezione #1, primo step di un piano di lavoro esclusivo. Di un progetto in crescita che, disegnato da Andrea Viliani in stretto rapporto con Alessandro Rabottini ed Eugenio Viola, punta alla conformazione di un racconto ad arte legato alla città di Napoli. A un fulcro di artisti internazionali che hanno intrecciato il loro lavoro con la realtà culturale napoletana (Joseph Beuys, Lawrence Weiner, Carl Andre ecc.) o ad artisti rappresentativi d’origine campana (Tomaso Binga, nome d’arte di Bianca Pucciarelli Menna, con il suo Alfabeto del corpo, ne è esempio brillante) che hanno contribuito a costruire – e continuano a costruire – un “cervello d’Italia” (Dorfles) sempre più significativo e unico. Una Napoli ad arte che, grazie anche alla nuova veste del Madre (e al rapporto di partecipazione con le gallerie e le altre istituzioni della regione), alla nuova gestione e al suo nuovo direttore apre a una pagina chiara, allegra, di ampio respiro.

Antonello Tolve

Napoli // fino al 14 ottobre 2013
Thomas Bayrle – Tutto in uno
a cura di Devrim Bayar e Andrea Viliani
Catalogo Electa

Napoli // fino al 30 settembre 2013
Mario Garcia Torres – La lezione di Boetti (alla ricerca del One Hotel, Kabul)
a cura di Andrea Viliani

Napoli // fino al 30 settembre 2013
Giulia Piscitelli – Intermedium
a cura di Andrea Viliani ed Eugenio Viola

Napoli // fino al 21 giugno 2014
Per_formare una collezione #1
a cura di Alessandro Rabottini ed Eugenio Viola

MADRE
​Via Settembrini 79
081 19313016
www.museomadre.it

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).
  • Francamente un articolo un pò troppo agiografico…
    Già nell’incipit lascia perplessi: il nuovo logo è semplicemente banale, e non c’era alcun motivo di cambiare il precedente, internazionalmente conosciuto.
    Sotto il profilo della comunicazione istituzionale, un doppio errore. Glissando sul costo…
    Sembra quasi che il logo di un’istituzione pubblica venga considerato come lo stemma araldico della ‘casa regnante’ del momento…
    Quanto al ‘nuovo’ sito web… forse sarebbe stato meglio darci un occhiata, prima di parlarne: http://www.museomadre.it/ ….

    • this noise

      Non capisco perché ci si senta sempre nella posizione adatta per dire cumuli di fesserie. Lo dico come designer, e i designer sono spesso i primi a dire fesserie sui propri colleghi.

      L’idea che un logo sia la summa “araldica” dell’immagine di un’istituzione o di un’azienda è già di per sé antiquata. Qui si tratta di sistema. E il logo non è che uno degli elementi, nemmeno il più importante, di questo sistema.
      Molte esperienze avanzate ci dimostrano che addirittura di un logo si può fare a meno. Il sistema per il Madre è studiato obiettivamente bene, prende il giallo dell’esperienza passata, ridisegnandolo in un modo che a me pare opportuno, e lo impasta in una concezione decisamente più aggiornata e flessibile della precedente esperienza.

      Il logo precedente era assolutamente invecchiato in modo precoce. Questo non significa certo che fosse di vitale importanza cambiarlo né che fosse un lavoro non professionale. Ma l’aggiornamento, per quanto evitabile, ha un senso, e in questa ottica va letto come segno, invece che stigmatizzato a prescindere con il falso argomento dello sperpero.

      Quanto allo sperpero, appunto: se si leggono le dichiarazioni in seguito alle polemiche si scopre che lo studio LeftLoft ha costruito un sistema che ha l’ambizione di essere gestito autonomamente dagli uffici interni. Questo dovrebbe portare ad una drastica riduzione dei costi di gestione.
      Sono scettico rispetto a questa operazione per molti molti elementi di incertezza, ma sono curioso di vedere cosa ne verrà fuori.

      Mi auguro che i commentatori di notizie di questo sito prima o poi scoprano anche loro il piacere di scoprire come andranno a finire le vicende di cui leggono. Senza nulla togliere al contributo che spesso offrono in termini di integrazione delle notizie degli articoli con particolari che spesso i redattori omettono. Non senza dolo.

      Il nuovo indirizzo internet del museo, poi, è effettivamente diverso: http://www.mandrenapoli.it

      Si saranno fatti fregare il dominio…

      • Solitamente non rispondo a quanti, nell’ignoranza del proprio interlocutore, esordiscono con l’insulto. Specie quando si nascondono dietro l’anonimato. Ma nella fattispecie, trattandosi di un dibattito pubblico – e non di una conversazione privata – mi corre l’obbligo di farlo.
        Come risulta evidente a chiunque abbia un briciolo di buon senso, le opinioni sono – per definizione – ‘opinabili’. Le si può condividere o meno, le si può confutare con argomentazioni; ma liquidare le opinioni altrui come “dire cumuli di fesserie”… beh, lascia sempre il sospetto che le “fesserie” risiedano altrove… Oltre, naturalmente, a qualificare chi, nascosto dietro un nickname, lancia su altri tale cumulo di… complimenti.
        Nello specifico.
        Una lettura meno che superficiale e prevenuta del mio precedente commento, avrebbe consentito di comprendere come il riferimento all’araldica fosse fatto esattamente in chiave negativa, e con riferimento all’impressione suscitata dalla decisione di sostituire il logo. Cito: “Sembra quasi che il logo di un’istituzione pubblica venga considerato come lo stemma araldico della ‘casa regnante’ del momento…”
        Per chi avesse difficoltà a comprendere il senso della frase, chiarisco che essa intende adombrare l’ipotesi che la Regione Campania, a cui fa capo il MADRe, al termine di una lunga ‘guerriglia’ contro la passata gestione, abbia voluto ‘coronare’ l’avvento della nuova cancellando ogni traccia della precedente; in questa logica, il nuovo logo (di là dall’opinione che se ne può avere) apparirebbe appunto come l’emblema (“lo stemma araldico”) del nuovo ‘potere’.
        Tutto ciò, vale appena la pena di precisare, nulla ha che vedere con la nuova gestione artistica e manageriale del museo, che ovviamente richiederà del tempo per essere valutata appieno. E che peraltro, per quel che è dato vedere sinora, a me personalmente sembra che stia operando complessivamente bene – pur con talune riserve rispetto al ‘quadro’ complessivo ridisegnato dalla Regione Campania.
        Noticina a margine.
        La ‘sciatteria’ giornalistica è sempre negativa. Soprattutto quando l’articolo redatto contiene soprattutto opinioni personali, legittime ma – appunto – soltanto tali, i pochi fatti citati sarebbe meglio fossero anche verificati. Vedi ‘museomadre’ vs ‘madrenapoli’.
        Tra l’altro, per chi fosse ignaro della materia, quando la proprietà di un nome di dominio (es. http://www.museomadre.it) sta per scadere, il titolare viene preavvisato; se, ciò nonostante, non provvede al rinnovo, per ulteriori tre mesi il dominio stesso rimane ‘congelato’, e può essere riacquistato solo dal precedente titolare. Trascorsi i 90 giorni, torna sul ‘libero mercato’.
        Per la cronaca, il dominio museomadre.it è stato acquistato dall’attuale proprietario il 6 maggio. Il 10 maggio la Fondazione Donnaregina ha acquistato il dominio madrenapoli.it
        Forse, ‘se lo sono’ fatti fregare in senso letterale…

        • this noise

          Sono Mario, tuo cugino.

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